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 2007  maggio 15 Martedì calendario

Quei 160 anni di dure liti in famiglia. Il Sole 24 Ore 15 maggio 2007. «Da oltre 160 anni è sinonimo di competitività e capacità di innovazione»

Quei 160 anni di dure liti in famiglia. Il Sole 24 Ore 15 maggio 2007. «Da oltre 160 anni è sinonimo di competitività e capacità di innovazione». Sull’home page del suo sito web il gruppo Marzotto si presenta così. Ma da tempo quel che fu l’impero di Valdagno è anche sinonimo ed epicentro di un’aspra saga famigliare, di scontri tra fratelli, cugini e manager assurti a padroni che vanno di pari passo a operazioni finanziarie e industriali che di fatto stanno mutando assetti e poteri nella moda e abbigliamento. Ultima delle quali è la tormentanta cessione della Valentino, la griffe che più di ogni altra è entrata nelle partite del grande capitalismo, prima affiancando il Corriere della Sera nella vecchia Hdp gestita da Maurizio Romiti con il pieno appoggio di Mediobanca; quindi - a partire dal 2002 - entrando nella galassia tessile di una Marzotto, ancora dominata dalla leadership azionaria del conte Pietro, che la rilevò dall’Hdp (che di fatto svuotata della moda si fuse e scomparve poi nella Rcs). L’acquisto della Valentino fece però da detonatore della litigiosità che da sempre covava tra i Marzotto, una dinastia troppo numerosa per andare d’accordo con sette fratelli della generazione di Pietro e una nidiata di figli ormai maggiorenni per non dire la loro. A cavallo del cambio di millennio, la stella di Pietro si stava rapidamente appannando anche per il calo della redditività del gruppo, che limava le cedole distribuite in famiglia e il loro effetto rappacificante. Il conte faceva sempre meno presa anche nel ricco Nord-Est: i tempi della presidenza in Snia erano lontani, affievolito il suo carisma in Confindustria, screpolato il rapporto con la Mediobanca di Cuccia dopo che aveva mandato in aria, nel maggio 1997, la fusione della Marzotto con Hdp, un blitz che serviva più a Mediobanca che a Valdagno a far dimenticare la figuraccia di Supergemina. Marzotto, pur mantenendo il 14% delle azioni, fece un passo indietro rinunciando alla presidenza. Affidò il comando prima a Jean de Jagher, poi chiamò dalla Zignago, dove lavorava da circa 25 anni, Antonio Favrin. Fece in tempo a portare a Valdagno la Valentino, che divenne la divisione abbigliamento del gruppo, ma non impiegò molto ad accorgersi che Favrin più che a lui era legato a suo fratello Paolo. Tanto che con quest’ultimo il nuovo amministratore delegato appoggiò subito la formazione di un patto azionario di famiglia che di fatto escludeva il conte, invitato addirittura a lasciare il suo ufficio. Pietro Marzotto non trovò di meglio che andare da Mediobanca - ai vertici era arrivato da poco Gabriele Galateri - per avviare la vendita del suo pacchetto di azioni, con la raccomandazione però che fossero sondati prima di altri i parenti. Mediobanca preferì invece avvertire direttamente la Marzotto Spa, rappresentata da Favrin. Che non perse l’occasione di concertare assieme a Dario Segre, titolare della Canova finanziaria, una manovra per diventare anche azionista rilevando il pacchetto del conte. Il quale non gradì, ma dovette cedere. Pronto però a ribellarsi al progetto di incorporazione della Marzotto con la Zignago, un piano con cui la Canova contava di rientrare dei soldi sborsati per acquistare le azioni dell’ex leader. Se il blitz del binomio Canova-Favrin con l’assenso di Paolo Marzotto venne bloccato, nondimeno scatenò un clima da guerra civile nell’ambito della famiglia, non più solo contro il conte. Favrin, comunque, riusciva a far approvare la scissione tra il tessile rimasto nella storica Marzotto e l’abbigliamento della Valentino, asset che fece poi quotare mantenendo tramite la Canova circa il 20% del capitale. Trasferì a Milano le sedi di entrambe le società a conferma del taglio di netto con il passato. La Zignago finiva, nel frattempo, nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele, il fratello più anziano di Pietro, morto da tempo come del resto la sorella, Itala che aveva sposato un Donà delle Rose. Proprio Andrea Donà delle Rose ha lanciato un mese fa un’opa sulla Marzotto, dopo aver acquisito le quote della Canova, intenzionata a concentrarsi sugli hotel della Jolly e sul fashion della Valentino. Ma con la cessione di ieri a Carlyle, Favrin e Segre sembrano concentrati soprattutto a fare soldi, come del resto i gruppi famigliari che possedevano il 29% della Valentino attraverso la lussemburghese Icg. Non prima di un’altra giornata di scontri - l’Icg voleva vendere a Permira - sui coriandoli dell’ex impero di stoffa. Aldo Bernacchi LE TAPPE DELLA GRIFFE 1962 La prima sfilata di successo Nel 1959 Valentino apre il suo primo atelier a Roma in via Condotti. L’anno dopo inizia la sua storica collaborazione con Giancarlo Giammetti che seguirà lo sviluppo del suo marchio. Il primo successo dello stilista italiano arriva nel 1962 quando la sua collezione in occasione di Pitti Uomo a Firenze è un vero e proprio trionfo. Valentino diventa uno degli stilisti più apprezzati e popolari del mondo. La consacrazione tra i grandi della moda arriva subito dopo, quando l’edizione francese di Vogue gli dedica due pagine. 1998 Il passaggio a Hdp Il 10 gennaio 1998 la "Rolls Royce degli stilisti", come gli americani amano definire Valentino, vende la griffe alla Hdp, la holding guidata da Maurizio Romiti. L’operazione vale 500 miliardi di lire, mentre il gruppo fattura 1.200 miliardi all’anno. Lo stilista, con le lacrime agli occhi, mantiene la guida creativa del gruppo ed entra anche le patto di sindacato della società. Valentino vuole evitare che una volta ceduta la maison qualcun altro possa snaturare quello che era lo stile originale. 2002 La cessione a Marzotto Dopo mesi di trattative Hdp vende Valentino al gruppo Marzotto. Il passaggio di proprietà vale 240 milioni di euro, debiti inclusi. Nel 2005 Marzotto procede allo spin off del gruppo. Nasce Valentino Fashion Group che, quotata in Borsa, raggruppa i marchi del lusso della casa veneta.