Il Sole 24 Ore 13/05/2007, pag.55 Giuliano Zincone, 13 maggio 2007
Nostalgia del Male. Il Sole 24 Ore 13 maggio 2007. Tenere lontano dallo sguardo dei bambini. Si dice sempre così, d’ogni cosa che incuriosisce davvero gli innocenti, e cioè turpiloqui, scabrosità, esibizioni d’anatomie che non nomino, perché suppongo che i piccini siano lettori assidui de «Il Sole-24 Ore»
Nostalgia del Male. Il Sole 24 Ore 13 maggio 2007. Tenere lontano dallo sguardo dei bambini. Si dice sempre così, d’ogni cosa che incuriosisce davvero gli innocenti, e cioè turpiloqui, scabrosità, esibizioni d’anatomie che non nomino, perché suppongo che i piccini siano lettori assidui de «Il Sole-24 Ore». Questo libro del celebre vignettista Vincino è dedicato al «Male», rivista meravigliosamente ribalda che fiorì in una stagione inclemente. un’antologia da fascia protetta, perché contiene figure e parole che oggi sarebbero colpite dalle peggiori censure. Vincino, che fu una delle anime/guida del «Male», racconta affettuosamente quell’avventura, e soprattutto seleziona grandi pagine di fumetti geniali e di provocazioni sconsiderate. Risultato: un documento divertentissimo e prezioso, per gli adulti che non si vergognano della propria giovinezza e per i giovani che desiderano capire la storia recente, spesso sfregiata dalle cronache frettolose. Gli anni Settanta non furono soltanto di piombo. Anzi, nel suo "stato nascente" (grazie, Alberoni), il Movimento fu innanzitutto beffardo, indisciplinato e sostanzialmente pacifico. L’ironia e il "distacco" erano le cifre prevalenti. Nasceva il "Potere dromedario", insieme con il partito "Marxista/Totoista". Poi la cosiddetta "ala creativa" fu imbavagliata dalle minoranze delinquenti che non sopportavano quella ribellione sragionante, quella rivoluzione disarmata. Quando ogni libertà di civile sarcasmo sembra sconfitta dalla prepotenza delle spranghe e delle P38, appare nelle edicole «Il Male», un periodico che brandisce linguaggi inauditi, leggeri e pesanti insieme. Leggeri, perché lontani dai conflitti demenziali/politici dei partiti e delle bande armate, pesanti perché goliardici ai limiti del porno, spaventosamente offensivi e blasfemi, con testi e vignette che non risparmiano né i morti, né il papa, né l’Islam, né (addirittura) Enrico Berlinguer. «Il Male» trionfa quando pubblica i finti giornali, con titoli e notizie strabilianti. Celebri e popolarissimi furono i quotidiani dove si rivelò (con documenti fotografici) che Ugo Tognazzi era «il cervello delle Br». Però la (beffarda) testata che suscitò i maggiori entusiasmi tra i comunisti fu «l’Unità», con il titolo "Basta con la Dc", nell’èra delle storiche convergenze. Mutatis mutandis & Si parva licet, l’avvento del «Male» fu un’esplosione paragonabile a quella innescata dalla mostra della pop art alla Biennale di Venezia (1964), nel senso che questi diversissimi eventi indussero gli spettatori/lettori a ritenere che si poteva osare l’inosabile. «1978-1982. I cinque anni che cambiarono la satira», esclama il sottotitolo del libro di Vincino. Giusto. Quella del «Male» fu un’esperienza extravagante e (forse) non ripetibile, perché scavalcò spericolatamente tutti i canoni tradizionali (e tuttora frequentati), che qui riassumo. eLa satira è più efficace quando sboccia in un contesto complice, rivolgendosi a un pubblico capace di comprenderne le allusioni. Le barzellette sul parroco funzionano in parrocchia, altrove non fanno ridere. Ciò significa che anche i bersagli polemici devono essere condivisi. Gli sberleffi contro Berlusconi, per esempio, divertono soprattutto (o soltanto) il popolo di sinistra. La satira "interna" (a un gruppo, a un partito) è forse la più utile, ma non sempre è tollerata. Riccardo Barenghi (la Iena) scriveva corsivi sul «Manifesto», denunciando le contraddizioni dei compagni, che però s’arrabbiavano. Oggi la rubrica della Iena è incastonata nella «Stampa». Moni Ovadia, invece, pubblica con Einaudi una raccolta di barzellette antisovietiche (Lavoratori di tutto il mondo, ridete). Ma ritiene doveroso sostenere che quel regime, dopotutto, ebbe parecchi meriti. rIl meccanismo della comicità è volentieri maramaldesco. Tende a sfottere gli ignoranti, i goffi, gli stranieri, gli invalidi. Ciò solletica i sentimenti di superiorità dello spettatore, che ride proprio per questo. Nel cuore di una simile subcultura abita un filone che mi sembra francamente reazionario: quello che colpisce coloro che non s’accontentano della propria condizione e che aspirano a migliorarla. Dal Borghese gentiluomo di Molière a Tu vuo’ fa’ l’americano di Carosone, la morale è sempre la stessa: i subalterni devono rimanere al loro posto. tTradizionalmente, la satira agisce all’interno delle istituzioni, non certo per contestarle, ma per difenderle dai devianti, dai profittatori, dagli incoerenti. Questo è vero per Marziale, che ovviamente non s’opponeva all’impero romano, ed è vero per Du Bellay, che sbertucciava i cortigiani, ma venerava il potere temporale del papa. Un caso estremo è quello del periodico sovietico «Krokodil» che, con meschino coraggio, fustigava i tiepidi borghesucci poco ligi alla disciplina del Partito. uC’è, infine, il rischio che la rappresentazione umoristica renda simpatici i bersagli che si vorrebbero sfregiare. Clamoroso fu il caso del "Fanfani rapito" di Dario Fo, spettacolo con il quale il futuro premio Nobel prefigurò, sfortunatamente, il sequestro di Moro. Peccato (per Fo) che la caricatura di Fanfani, sulla scena, facesse soprattutto tenerezza. Del resto, non sono affatto rari i casi di presunte vittime della satira che chiedono agli autori gli originali delle vignette. «Il Male» fece a pezzi tutte queste gabbie, e fu davvero un’impresa d’avanguardia. Oggi, mentre Vincino illumina le pagine del «Corriere» e del «Foglio» con i suoi pupazzetti pieni di grazia, nasce e cresce la tendenza a definire come satira la pura e semplice invettiva contro l’avversario politico, denigrato come nazista, ladro e/o imbecille, senza alcuna pretesa di far ridere. P.S. Tra i giornali falsi del «Male» c’era anche un «Corriere della sera», dove appariva un reportage attribuito a me. Era uno degli articoli più belli usciti con la mia firma. Peccato che non l’abbia scritto io. Giuliano Zincone