Il Sole 24 Ore 13/05/2007, pag.19 Alessandro Merli, 13 maggio 2007
Per Ducati è l’anno della svolta. Il Sole 24 Ore 13 maggio 2007. BOLOGNA. Il blog del presidente e amministratore delegato di una casa motociclistica che provoca centinaia di commenti a ogni intervento, neanche fosse Beppe Grillo, è un fenomeno singolare
Per Ducati è l’anno della svolta. Il Sole 24 Ore 13 maggio 2007. BOLOGNA. Il blog del presidente e amministratore delegato di una casa motociclistica che provoca centinaia di commenti a ogni intervento, neanche fosse Beppe Grillo, è un fenomeno singolare. Come lo è un piccolo produttore da 35mila moto all’anno che si permette di battere regolarmente in gara i colossi giapponesi. Meno singolare se quest’azienda si chiama Ducati, che ai recenti successi sportivi sembra finalmente aver accoppiato di nuovo le performance sui mercati mondiali e in Borsa. Perchè Ducati ha scelto da un decennio la via non facile di essere diversa per garantirsi la sopravvivenza. E ora si trova a poche ore da una svolta che può essere decisiva per il suo futuro. Domani, il consiglio di amministrazione, chiamato ad approvare conti trimestrali che si prevedono ottimi, sarà l’ultimo presieduto da Federico Minoli (quello del blog), che ha impresso la sua impronta sugli ultimi dieci anni della casa motociclistica di Borgo Panigale, dove, alle porte di Bologna, sui muri della fabbrica campeggia l’enorme gigantografia di due Ducati "in piega" durante una corsa. Minoli entra in scena nel 1996, quando la produzione di moto, che era inziata 60 anni fa con il Cucciolo, era quasi bloccata da una profonda crisi finanziaria: viene mandato a Bologna dal fondo di private equity americano Tpg, che ha rilevato la Ducati dai fratelli Castiglioni, creatori di moto straordinarie, non sempre gestori altrettanto abili. «Ripartimmo dai due ottimi prodotti che ci aveva lasciato Castiglioni - dice oggi Minoli - Monster e 916, ma ricostruendo l’azienda con scelte strategiche e di marketing importanti». Viene creata una rete di negozi dedicati, le filiali sostituiscono gli importatori sui mercati esteri e, soprattutto, nasce il marketing «di comunità», la tribù Ducati che orse il concetto cui il presidente uscente iù affezionato. Quella tribù che oggi gli risponde sul blog, dall’America e dall’Australia, che interagisce continuamente con gli ingegneri e con i progettisti con commenti e suggerimenti, che assicura un indice di fedeltà dell’80%, ciohe quattro su cinque, quando cambiano moto, acquistino un’altra Ducati. Nel 1999, il gruppo bolognese va in Borsa, a Milano e New York, assicurando a Tpg un ottimo ritorno sul suo investimento, ma avviando anche un lungo periodo di sofferenze per gli investitori che ci credettero. «Dal 2001 al 2003 - riconosce Minoli - l’azienda si è inchiodata, proprio come una moto che non va. Alla base di tutto soprattutto la difficoltà di reinventare prodotti che fossero all’altezza della nostra tradizione, quella di Fabio Taglioni, il mitico Dottor T, ma anche dell’eredità Castiglioni; la scelta di un mix nella produzione che ha abbassato la redditività l’incomunicabilità fra designer e ingegneri; il cambio del dollaro che non aiuta». Da allora, Ducati ha messo mano ai processi produttivi, è emersa la figura di Claudio Domenicali (responsabile dei successi nelle corse), l’azienda «ha tirato la cinghia, reinvestendo tutto nel prodotto e nello sviluppo». Nel 2005, Ducati tocca il fondo in termini di numeri: in perdita operativa di 33 milioni di euro e netta di 41 milioni, il titolo che langue da anni vicino ai minimi. Ma mette le basi per la ripresa dell’anno successivo: con l’ingresso della InvestIndustrial della famiglia Bonomi al posto della Tpg, che garantisce un’iniezione di capitale, e con il varo di una serie di nuovi modelli. Dalla 1098, una macchina ad altissime prestazioni derivata dalle moto da corsa della categoria Superbike, nella quale Ducati domina da oltre un decennio il campionato mondiale, alla Desmosedici, derivata dal Moto GP, una moto da quasi 70mila euro «della quale - dice ora Minoli - pensavamo di vendere 300 esemplari e siamo già arrivati a 1.500, ognuna delle quali porta in casa il profitto di 15 Monster». Nei giorni scorsi, in Sardegna, è stata presentata alla stampa la nuovissima Hypermotard. L’inversione di tendenza appare nei numeri 2006, con un ritorno all’utile operativo per 4,7 milioni di euro e una perdita netta ridotta a 8,5. Il 2007, sulla base delle cifre che verranno diffuse domani, potrebbe segnare, secondo qualche analista, il ritorno in nero con un anno di anticipo sui programmi, con un forte rimbalzo degli ordini. Il titolo, che venerdì quotava 1,53 euro, è salito del 65% dall’inizio dell’anno. Intanto, Casey Stoner, in sella a una Ducati, ha vinto tre delle prime quattro gare del mondiale Moto GP, l’ultima domenica scorsa a Shanghai, in un mercato potenzialmente importantissimo. Al di là delle cifre, forse i veri successi del lavoro di Minoli («uno stile in cui la leadership prevale sul management», dice un esperto di organizzazione aziendale suo ammiratore) sono nel rapporto creato proprio con la "community" dei ducatisti, tra l’altro con l’utilizzo innovativo di internet o con l’utilizzo solo di «membri della comunità» per le campagne pubblicitarie. La creazione della comunità Ducati iventato un caso alla Harvard Business School. Ma anche per il rapporto con il territorio e l’università, quest’ultimo spesso un punto dolente per l’industria italiana. «Assumiano quasi solo ingegneri delle università di Bologna e Modena - nota Minoli - e ogni anno viene fatta una decina di tesi sulla Ducati. Il territorio a nostra linfa non solo per le risorse umane. Siamo nel pieno della Motor Valley emiliana, quasi in ogni garage c’ualcuno che modifica un motore per cercare di farlo correre di più. E le nostre moto nascono sulle curve della statle della Futa. Quante multe hanno preso lì i nostri collaudatori!». Gli eccellenti rapporti con le istituzioni, il museo Ducati, la scuola del restauro di moto sono altri elementi di questo "cordone ombelicale". sulla base dei nuovi numeri, ma anche del mantenimento non facile di questo equilibrio e di questi rapporti, che da domani in Ducati inizia una nuova era, con il primo amministratore delegato nominato dalla nuova proprietà, Gabriele Del Torchio, ex gruppo Ferretti, e quindi qualcuno che conosce la realtà del Made in Italy che mescola tecnologia e prestazioni a immagine e lusso. InvestIndustrial ha già alle spalle, con il suo investimento in Ducati, una bella plusvalenza (è entrata a 0,85 euro) e ora è alle prese con la sfida delle strategie per il futuro, dove resta da chiedersi se un’azienda con questa non abbia bisogno di aggregazioni (Minoli ci aveva provato con Aprilia, poi finita alla Piaggio). Semmai si potrebbe dubitare dell’avvedutezza di Tpg nel vendere prima di raccogliere i frutti del turnaround (dopo quelli della quotazione), ma il fondo attraverso il quale aveva investito in Ducati era in scadenza. E ci sarebbe da contestare l’opinione corrente secondo cui i fondi di private equity (lo sono sia Tpg, sia InvestIndustrial) sono "locuste", visto lo stato in cui Ducati venne rilevata e quello in cui si trova ora. Alessandro Merli