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 2007  maggio 15 Martedì calendario

NEGRO

NEGRO Antonio Alassio (Savona) 17 giugno 1908, Roma 25 marzo 2010. Medico. Caposcuola dell’omeopatia in Italia • «[...] Era certamente un grande clinico, endocrinologo di vaglia, allievo di Nicola Pende, rispettato, stimato e perfino ammirato dai signori della medicina convenzionale. Verso la quale, specie nelle sue degenerazioni mercantili, si concedeva con sdegnoso sbigottimento e accorata rassegnazione. L’affermazione dell’omeopatia in Italia non fu mai rose e fiori; una vera lotta e costruttiva, piuttosto, fra potenti interessi, maligni pregiudizi e abitudini consolidate. Negro l’ha condotta con tenacia il più possibile conformandosi ai puristici dettami del settecentesco fondatore Samuel Hahnemann e alla sua legge dei simili, ”similia similibus curentur”, le cose simili si curano con le loro simili. Così, anche rispetto a certi astuti tralignamenti dell’omeopatia, dopo esserne stato prima l’ardente pioniere e poi il riconosciuto patriarca, era piuttosto severo, come di fronte a una specie di sacrilegio. Anche per questo, probabilmente, scorgeva la salvezza dell’ispirazione originale nella paziente e ricca trasmissione del sapere, nella fondazione di diverse scuole, nell’insegnamento, a partire dal principio che il medico ha da concentrarsi sul malato, prima che sulla malattia. O per meglio dire: ha da vedersela con l’Uomo, nella sua completezza di corpo, mente e spirito. Apparecchiature sofisticate ed evolute iper-analisi lo lasciavano impassibile; mentre i farmaci più costosi suscitavano in lui disprezzo e commiserazione. Si spera qui di non vaneggiare, ma il sospetto è che il professor Negro fosse convinto fino in fondo, e con una fiducia persino contagiosa, che tutto era già a disposizione per la cura. Bastava azzeccare quella giusta ed entrare nell’intimo dell’individuo, là dove di solito s’incrociano le energie, per suscitarne le meravigliose potenzialità di quel divino microcosmo. Indimenticabile era il suo modo di visitare. ”Sacro” definiva il colloquio con il paziente. Chiedeva, taceva, soprattutto ascoltava. A volte gli bastava di ”leggere” l’occhio, altre volte una palpatina, di solito in luoghi assai lontani da quelli doloranti; altre volte ancora, come un personaggio da cartone animato, tirava fuori una specie di elementare cornetta di legno per ascoltare qualcosa, un alito, un soffio, un segno che certamente aveva imparato a riconoscere come assai prossimo alla verità. Ligure di Alassio, da ragazzo avrebbe fatto volentieri l’attore. Da anziano sognava il cenobio, ma poi finiva sempre per visitare, da mane a sera, sempre lasciandosi una quota di pazienti bisognosi e gratis. In quasi ottant’anni di carriera ha fatto in tempo a togliere dai guai artisti, magnati, pontefici e presidenti della Repubblica. Ma gli è sempre piaciuto di ”restare nascosto”, come diceva; e fino all’ultimo, ormai festeggiatissimo centenario, ha fuggito ”la reclame”, pure assegnando la massima importanza a virtù desuete come la precisione, la modestia e la semplicità. ”Andiamo al semplice” diceva con briosa risolutezza chi gli rovesciava sul tavolo un labirinto di complessità. possibile che tale attitudine lo ponesse in condizione di cogliere la potenza dei ribaltamenti; così come in un’epoca di macroscopici eccessi riusciva a trovare il giusto, il sano, il bello e soprattutto l’utile per l’altrui salute nell’infinitamente piccolo. In realtà era anche una specie di filosofo, per molti versi un teologo. Davvero molto religioso, tutt’altro che eretico, grande esperto di Agostino e Tommaso, innamorato di Teresa di Lisieux, aperto alla letteratura russa, alla psicanalisi, a Teillard de Chardin. Come molti altri maestri di maieutica, ha letto moltissimo e scritto pochissimo. Come ogni vero taumaturgo, a domanda rispondeva cambiando discorso [...]» (Filippo Ceccarelli, ”la Repubblica” 26/3/2010).