L’Espresso 26/04/2007, Marco Lillo, 26 aprile 2007
Camici bianchi e soldi neri. L’espresso 26 aprile 2007. C’è il cardiochirurgo che dichiara 12 visite in un anno
Camici bianchi e soldi neri. L’espresso 26 aprile 2007. C’è il cardiochirurgo che dichiara 12 visite in un anno. C’è il ginecologo che incassa dall’attività intramoenia 500 euro al mese, meno dell’affitto del suo studio. E non manca il primario con il dono dell’ubiquità: risulta virtualmente in ospedale, ma contemporaneamente visita nel suo centro privato. C’è tutto il nero sotto il camice bianco nelle indagini sull’evasione fiscale dei medici nel settore dell’intramoenia. L’inchiesta mirata dell’Agenzia delle entrate è partita nel 2005 e sta entrando nel vivo in questi giorni. Finora le verifiche hanno riguardato cento medici siciliani, settanta laziali, quindici liguri e, nelle ultime settimane, 18 studi del Friuli Venezia Giulia. A breve partiranno gli accertamenti in Campania e poi nelle altre regioni italiane. L’esame dei dati delle prime regioni monitorate ha spinto il 7 marzo l’Agenzia a scrivere direttamente alla commissione Sanità del Senato: il 40 per cento dei medici sottoposti a controllo ha il vizietto di non rilasciare fattura. La questione non riguarda solo l’erario. Il danno è doppio, perché oltre a non pagare le tasse, il dottore infedele si mette in tasca anche una percentuale oscillante tra il 15 e il 50 per cento della parcella, ossia la quota della fattura che dovrebbe versare al suo ospedale. In pratica, ogni cento euro incassati, almeno 50 dovrebbero andare allo Stato, tra fisco e servizio sanitario. Invece la tentazione di pronunciare la fatidica frase: "Le serve la ricevuta?", è forte. Molti ospedali non prendono neanche la precauzione minima di obbligare i medici a prenotare l’intramoenia tramite il centralino della struttura pubblica e non bisogna stupirsi allora se, nella nota trasmessa al Senato, l’Agenzia delle Entrate afferma: "La mancata emissione delle fatture risulta mediamente intorno al 30- 40 per cento, con picchi superiori al 50 per cento". La pacchia però sta finendo. La caccia è partita dalla Sicilia. L’Agenzia delle entrate di Palermo due anni fa ha acquisito gli elenchi di tutti i medici che hanno optato per la cosiddetta "intramoenia allargata", quella svolta al di fuori dell’ospedale e perciò particolarmente a rischio. Su 250 verifiche eseguite in Sicilia, cento sono risultate "positive" per un totale di un milione e 380 mila euro di imposte evase. E stiamo parlando di controlli mirati su una percentuale minima di camici bianchi. Quando da Palermo hanno comunicato che "l’attività libero professionale intramuraria espletata presso studi medici privati viene diffusamente condotta in violazione della normativa con rilevanti ricadute sul Servizio sanitario nazionale e sulla collettività intera", l’Agenzia delle Entrate centrale ha deciso di allargare il monitoraggio in tutta Italia. Il 6 luglio del 2006 agli uffici regionali è arrivato un ordine preciso: setacciare le liste dei medici che fanno attività intramoenia fuori dall’ospedale e partire con i controlli. La direttiva delinea così il piano di attacco: tre ispettori entrano a sorpresa nello studio, copiano tutti gli elenchi clienti, le fatture, le agende, le memorie dei computer e perfino "i foglietti mobili" con gli appuntamenti. Secondo i verificatori fiscali, i medici evasori hanno una passione per queste liste usa e getta che spariscono appena il paziente paga la parcella in nero. Gli ispettori interrogano i pazienti in sala di attesa e incrociano gli orari delle visite con le fatture. Se i medici oppongono il segreto professionale, allora scattano gli accertamenti bancari. Per rispettare la privacy si creano elenchi depurati da nomi e patologie. Ma non si pesca nel mucchio: gli studi da monitorare vengono selezionati analizzando le banche dati. L’Agenzia incrocia l’elenco dei camici bianchi con il loro profilo fiscale e in particolare con il quadro dei "redditi assimilati al lavoro dipendente", quelli dell’attività intramoenia. Se un otorino ospedaliero indica solo mille euro in un anno, parte la verifica. In Liguria, per esempio, otto medici su 15 sono risultati evasori. Nel Lazio molti dottori e professori fatturavano, ma non versavano la percentuale dovuta alla Asl, confidando nell’assenza di controlli. Un Far West. L’Agenzia informa che "gli esiti dell’indagine sono stati comunicati alle aziende ospedaliere". Ora la palla passa ai direttori delle Asl. A Palermo gli otto presunti evasori, tra cui un celebre primario di chirurgia dell’ospedale Villa Sofia, continuano a visitare in intramoenia. Per il direttore amministrativo, Carlo Sitzia, "sono innocenti fino a prova contraria. Anzi più innocenti degli altri. Visto che quattro di loro sono stati scagionati dai giudici tributari o dalla stessa amministrazione. Aspettiamo con fiducia gli altri giudizi. Non c’è ragione per sospenderli". andata diversamente a Trapani, dove gli ispettori hanno trovato le agende con la contabilità occulta: due medici sono stati condannati per peculato, tra loro spiccava il nome del pediatra prescelto dal tribunale per le perizie più delicate. Anche alla Asl 5 di La Spezia i due dottori che non erano in regola con le ricevute sono ancora al loro posto. In assoluto l’azienda che ha applicato la linea più dura è stato l’ospedale San Martino di Genova. Il medico accusato di evasione fiscale è stato licenziato e dovrà lasciare il lavoro se non sarà salvato dal comitato dei garanti. Al Galliera, sempre a Genova, invece, la direzione attende l’esito dell’accertamento fiscale sul suo medico prima di aprire la fase disciplinare. Mentre l’Agenzia delle entrate sguinzagliava i suoi segugi in Liguria, Friuli, Lazio e Sicilia, anche la Guardia di Finanza completava una serie di verifiche su tutto il territorio nazionale con esiti ancora più allarmanti: su 172 medici controllati nel biennio 2005-2006, ben 104 non rilasciavano le ricevute. L’imposta evasa sull’attività intramoenia, da Macerata a Bari, da Battipaglia a Torino, da Cosenza a Lucca, da Giulianova a Lecce, supera i 614 mila euro. "L’elevata percentuale di successo dei nostri accertamenti è dovuta all’attività di intelligence sul campo che permette di puntare su obiettivi precedentemente selezionati", spiega il tenente colonnello della Guardia di Finanza Alberto Reda che ha seguito la campagna dei controlli sull’intramoenia. Il caso più eclatante è quello di Cecina, in provincia di Livorno: 36 medici denunciati per truffa aggravata e interruzione di pubblico servizio. Per la Finanza, i dottori ospedalieri non timbravano il cartellino quando lasciavano l’attività pubblica per passare a quella privata. "Nella stragrande maggioranza dei casi sono solo violazioni formali", li difende il direttore sanitario della Asl 6 di Livorno Danilo Zuccherelli, "non c’era nessun dolo e nessuna evasione fiscale". Non la pensano così i finanzieri che ad alcuni medici hanno contestato redditi nascosti al fisco per 16 mila, 18 mila e anche 20 mila euro. A testa. Marco Lillo