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 2007  maggio 17 Giovedì calendario

Dow Jones Dynasty. L’Espresso 17 maggio 2007. Jerrycha Steele e Jeff Stevenson sono l’ala estroversa della famiglia Bancroft

Dow Jones Dynasty. L’Espresso 17 maggio 2007. Jerrycha Steele e Jeff Stevenson sono l’ala estroversa della famiglia Bancroft. Lei, trentenne, si mostra discinta sul sito MySpace in una sequenza di 32 foto nelle quali esibisce uno spettacolare tatuaggio sul fondo schiena. Il marito Jeff, 38 anni, appassionato di motoscafi da competizione, fa sapere in giro di non amare i giornali finanziari e di essere favorevole alla vendita del pacchetto di controllo di Dow Jones a Rupert Murdoch. Jerricha e Jeff vivono tra la Florida e il Wisconsin e sono gli unici della famiglia a intrattenere rapporti con la stampa. Gli altri 32 discendenti di Jane Bancroft, figliastra di Clarence Barron, che acquistò Dow Jones nel 1902, vivono nell’anonimato, lontani dai riflettori. Per loro parlano gli avvocati. Dal primo maggio, quando è trapelato che Murdoch si era fatto avanti per comprare Dow Jones, la società che controlla il ’Wall Street Journal’, gli eredi della famiglia Bancroft si sono chiusi a riccio. Murdoch offre cinque miliardi di dollari, 60 dollari per azione, con un aumento di circa il 50 per cento rispetto al valore registrato alla fine di aprile. Ma Joseph Elephante, rappresentante legale dei Bancroft, fa sapere che la maggioranza dei Bancroft è contraria alla vendita. Oggi i diversi rami della famiglia controllano circa il 24 per cento del capitale dell’azienda, ma grazie a una norma introdotta nel 1984, le loro azioni pesano più delle altre, e da sole valgono il 64 per cento del totale. I Bancroft sono spaccati, ammette Elephante, ma quelli che si oppongono a Murdoch hanno il 52 per cento dei voti, a cui va aggiunto il 6,2 per cento che appartiene a Jim Ottaway Jr., azionista della società da 35 anni. Ottaway, che ha grande ascendente sulla famiglia, lunedì 7 maggio ha scritto un duro articolo sul ’Washington Post’ suggerendo ai Bancroft di alzare le barricate contro Murdoch: ’Dow Jones non è in vendita, a nessun prezzo, a Rupert Murdoch’. E ha titolato: "Murdoch è l’uomo sbagliato per Dow Jones". Ciò che fa paura dell’editore angloaustraliano è il carattere invasivo, anche se a tutela della separazione tra editore e giornalisti del ’Wsj’ esiste un severo e rigoroso codice di autodisciplina. A questo proposito hanno fatto scalpore le indiscrezioni secondo cui alcuni giornalisti del ’Wsj’ sapevano dell’offerta di Murdoch, ma non ne hanno scritto una riga, se non dopo gli altri giornali. Suscitando illazioni su possibili operazioni di insider trading che potrebbero spingere la Sec a indagare. Dunque resta alto il muro anti-Murdoch. I Bancroft sono una delle tre grandi famiglie che controllano storiche istituzioni della stampa americana. Assieme ai Sulzberger (’New York Times’) e ai Graham (’Washington Post’), cercano di resistere alle tempeste che si abbattono sul mondo dei giornali, dicendo di voler difendere i baluardi dell’informazione di qualità in un momento in cui la concorrenza di Internet fa calare lettori e fatturato pubblicitario. Finora hanno mantenuto la promessa. Ma i Bancroft sono una famiglia diversa dalle altre. C’è un Sulzberger alla guida del Times da 111 anni, e un Graham alla testa del Post da 74, mentre i Bancroft non ricoprono ruoli operativi all’interno dell’azienda fin dal 1932. La pagina degli editoriali del ’Wall Street Journal’ è tradizionalmente spostata a destra, ma la redazione gode di grande autonomia. Le chiacchiere sulla vendita di Dow Jones vanno avanti dal 1997, quando l’unità della famiglia si ruppe e due giovani eredi misero sotto accusa la gestione della società, affidata a giornalisti prestigiosi come il Premio Pulitzer Peter Kahn (presidente fino all’inizio del 2007), bravi a mantenere alto il prestigio giornalistico ma non la bandiera dei profitti. Fu Elisabeth Goth, bella campionessa di equitazione, allora 32enne, a cominciare la battaglia contro la gestione familiare dell’azienda. Elisabeth ispirò un’inchiesta scandalistica della rivista ’Fortune’ e arrivò a farsi intervistare in tv dove denunciò la scadente gestione dell’azienda. Le diede man forte il cugino William Cook III, che allora era nel consiglio di amministrazione di Dow Jones. Ma quella campagna finì male. Cook III uscì dal Board, e da allora si dedica ad altro. Anche Elisabeth, ha smesso ufficialmente i panni della ribelle, gestisce una società di hedge funds a New York e continua a occuparsi di cavalli. Nell’ambiente della finanza di New York si dice che Elisabeth e William sono tra quelli che hanno votato a favore della vendita. Ma nessuno conferma. Il caso di Dow Jones è paradossale. Il prestigio del ’Wall Street Journal’ è fuori discussione, le vendite del giornale cartaceo sono stabili sopra i due milioni al giorno, l’edizione web vanta 931 mila abbonati, il record mondiale. Il ’Wall Street Journal’ rappresenta l’unico vero successo di riconversione a Internet di un giornale cartaceo. proprio questo che fa gola a Murdoch, che vuole integrare il brand nella sua rete internazionale di televisioni. Eppure il valore del titolo, prima dell’offerta di Murdoch, era agli stessi livelli di vent’anni fa: 36 dollari, una prestazione scadente. Nel 1987 le capitalizzazioni di mercato di Dow Jones e della concorrente Reuters erano allo stesso livello, circa 3,5 miliardi di dollari, ma oggi Reuters vale 15,7 miliardi, Dow Jones appena 4,6. Ma dopo la rottura consumata dieci anni fa, nessun Bancroft osa oggi mettere sotto accusa la gestione aziendale. Chi si azzarda a farlo viene emarginato. Nel settembre scorso James Lowell, consulente finanziario dell’azienda a Boston, disse alla famiglia che Dow Jones, come ormai gran parte delle società editoriali, non era più un buon investimento, e che era giunto il momento di vendere. Ma la famiglia non gli diede retta, e lui rassegnò le dimissioni. Oggi, dopo l’offerta di Murdoch, le cose sono cambiate. In passato, di fronte alle offerte di acquisto arrivate (tra il 97 e il 2002) da General Electric, ’New York Times’ e ’Washington Post’, la famiglia scelse di non aprire neppure le trattative e fece rispondere dagli avvocati. In questi giorni invece Murdoch sta incontrando gli azionisti uno per uno. Il personaggio più esposto nelle trattative è il cinquantacinquenne Christopher Bancroft, uno dei tre membri della famiglia nel Board di Dow Jones: lui vive in Texas, dove gestisce una piccola società finanziaria, e rappresenta una fiduciaria che gestisce il 19 per cento delle azioni Dow Jones. Ma oggi i Bancroft non hanno un leader riconosciuto, al contrario dei Sulzberger e dei Graham. I discendenti di Jane Bancroft, arrivati alla quinta generazione sono ormai sparpagliati negli Stati Uniti e hanno scarsi contatti uno con l’altro. Alcuni vivono a Boston, altri in Texas, o nelle isole Hawaii. Martha Robes, che fino a qualche anno fa era nel Board dell’azienda, abita nel Maine ma passa gran parte del suo tempo in barca. Jeff Stevenson, uno dei nipoti della mitica Jane Bancroft Cook, morta nel 2002, spiega che i vecchi della famiglia non amavano sfoggiare il controllo del ’Wall Street Journal’: "Preferivano tenere la cosa riservata, e noi giovani lo venivamo a sapere solo da grandi". Nessuno può prevedere come andrà a finire. Zac Bissonette, giornalista economico autore di un blog di successo, è certo che Murdoch abbia ormai perso la partita. Steve Forbes, direttore di ’Forbes’, pensa il contrario e dice a Fox News che vincerà. Il finanziere Warren Buffet spiega in televisione che Murdoch ha solo fissato il prezzo di partenza di una lunga gara al rilancio. Michael Price, esperto finanziario e piccolo azionista di Dow Jones, prevede che altri concorrenti entreranno in gioco, il prezzo delle azioni della società toccherà i cento dollari e quello dell’azienda supererà gli 8 miliardi. Enrico Pedemonte   Colosso con 4.700 dipendenti Dow Jones è nelle mani della famiglia Bancroft dal 1902, quando Clarence Barron, giornalista dell’agenzia, decise di comprarla dai fondatori, Charles Dow e Edward Jones. Alla sua morte, nel 28, Barron lasciò l’azienda alla figliastra Jane Bancroft inaugurando la linea dinastica che ha controllato Dow Jones fino a oggi attraverso cinque generazioni, ma si è ormai spaccata in tre rami che fanno capo a Jesse Bancroft Cox, High Bancroft Jr e Jane Bancroft Cook. Quando Jane, ultima discendente diretta da Baron, è morta novantenne nel 2002, ha lasciato tre figlie, 14 nipoti e 24 pronipoti. E mantenere unita la proprieta di Dow Jones è diventato sempre più complicato. Oggi Dow Jones ha 4.700 dipendenti, controlla il quotidiano finanziario ’Wall Street Journal’, il settimanale ’Barron’s’, il sito finanziario ’Market Watch’, la rivista di consumi ’Smart Money’ e i quotidiani della catena Ottaway. Pubblica gli Indici Dow Jones, le notizie di Dow Jones Newswires, e la banca dati Factiva. Ha una capitalizzazione di mercato pari a 4,6 miliardi di dollari, e macina 386 milioni di profitti l’anno. Rupert Murdoch promette di sfruttare meglio il potenziale informativo e il prestigio dell’azienda, sviluppando sinergie con le sue reti televisive internazionali e le sue catene di giornali. Ma la sua fama di editore invasivo non gli giova. I giornalisti del ’Wall Street Journal’ lo combattono e la famiglia Bancroft per ora lo ha respinto, temendo di tradire la tensione morale del fondatore, Clarence Barron, che propugnava un giornalismo autonomo dalla politica e dai centri di potere. Nelle prossime settimane si capirà se è solo questione di prezzo.