L’Espresso 17/05/2007, pag.46 Emiliano Fittipaldi, 17 maggio 2007
Draghi tagliatutto. L’Espresso 17 maggio 2007. La guerra contro il governatore Draghi conta un esercito composto da truppe sceltissime: sindaci, presidenti di provincia, governatori di regioni e persino qualche prefetto
Draghi tagliatutto. L’Espresso 17 maggio 2007. La guerra contro il governatore Draghi conta un esercito composto da truppe sceltissime: sindaci, presidenti di provincia, governatori di regioni e persino qualche prefetto. Lo stratega è invece un generale salernitano che è riuscito a scatenare mezzo Paese contro il piano di riorganizzazione della Banca d’Italia, un progetto ambizioso che prevede la chiusura di 58 delle 97 filiali provinciali per un risparmio di centinaia di milioni di euro. Luigi Leone è stanco, stremato. Ma, sigaro in mano e occhiaie scavate, non nasconde il suo compiacimento. In tre mesi ha visitato 80 città, quasi una al giorno. "Lei è stato fortunato a beccarmi, nelle prossime settimane devo visitarne altre 17". Un tour massacrante in cui il segretario della Falbi, sigla leader a cui aderisce quasi il 50 per cento di tutti i dipendenti dell’istituto, come un novello Masaniello ha cercato (con successo) di portare dalla propria parte non solo i dipendenti, ma anche i mass media e l’opinione pubblica locale. In Bankitalia le bocche sono cucite ("La tensione è altissima", sussurrano a Palazzo Koch), ma i collaboratori più stretti ammettono che nelle ultime settimane sulla scrivania del governatore sono arrivate decine e decine di lettere. Nessuna omologazione politica dei mittenti: da An a Forza Italia, dalla Margherita ai Ds, tutti, senza eccezioni, hanno protestato e pregato il governatore di salvare, quantomeno, la filiale della propria città. Il piano ha risvegliato campanilismi mai sopiti: i livornesi s’inalberano perché vigilanza e altri servizi finiranno a Pisa e Firenze (qualcuno dice che persino l’ex presidente Ciampi, livornese d’hoc, non perdonerebbe a Draghi la soppressione della sede di piazza Municipio), mentre il sindaco di Teramo e quello dell’Aquila litigano per conquistare la sede regionale (in tutto saranno 21, compresa la succursale di Bolzano, a operatività piena). I politici più attivi sono quelli siciliani. La chiusura di tutte le sedi tranne Palermo e Catania è vista dagli amministratori locali, a pochi giorni dalle elezioni amministrative, come fumo negli occhi. "Cuffaro, per ricevermi, ha persino interrotto la giunta, davvero gentile", dice Leone che ha incontrato anche Soru e la Bresso. Dopo il colloquio con il sindacalista, il presidente della Regione Sicilia ha preso carta e penna e chiesto "all’illustrissimo governatore" di soprassedere alla riforma. Sia per gli effetti negativi sul credito e i servizi di tesoreria e vigilanza destinati alla cittadinanza, sia perché la costituzione prevede piena "autonomia nel campo del risparmio" per le regioni a statuto speciale. Cuffaro, in realtà, si arrabbia soprattutto perché Draghi taglia in Sicilia, mentre il Trentino-Alto Adige conserva le sedi. Dimenticando però che nella classifica di operatività (compilata dai tecnici dell’Istituto e bocciata dai sindacati) Bolzano e Trento sono ai primi posti, mentre le province siciliane sprofondano - in buona compagnia, solo 23 sedi hanno un’operatività considerata sufficiente - nella classe di produttività definita ’minimale’. L’assalto al governatore Le motivazioni degli enti locali sono tra le più varie. Trionfano, in primis, quelle geografiche. Il primo cittadino di Messina Francantonio Genovese ricorda a Draghi "la felice posizione che le deriva dalla sua equidistanza dalle aree metropolitane dell’isola". Più a nord, Emilio Bonifazi, fascia tricolore a Grosseto, spiega che senza filiale l’intera economia della Maremma ne avrebbe a soffrire. "Inoltre la provincia di Grosseto è penalizzata da una geografia che, se da un lato ci beneficia di paesaggi straordinari, dall’altro rende difficili i collegamenti con il capoluogo toscano". Anche il senatore Rosario Costa, forzista, nella sua interrogazione pretende che la sede di Lecce non venga toccata, vista anche "la particolare conformazione geografica della Puglia, lunga ben 440 chilometri". I cittadini per sbrigare qualche pratica e ritirare i certificati dovranno infatti arrivare a Bari. La rivendicazione territoriale a favore di una particolare città è al centro di ben 13 interrogazioni parlamentari: ma considerando anche le interpellanze, sono una trentina gli onorevoli scesi sul campo di battaglia per bloccare il piano Draghi. "Scippo", "impoverimento del territorio" e "disinteresse per la collettività" sono le accuse più gettonate. Da Pavia a Latina, da Asti a Brindisi, passando per Cremona, Isernia, Macerata, Alessandria e Cosenza la solfa non cambia: Bankitalia è un’istituzione "imprescindibile" per lo sviluppo delle economie locali. Alcuni consiglieri di Nuoro e Oristano temono che possa addirittura aumentare "lo spopolamento della zona". Anche il mondo delle università è insorto: Francesco Tomasello, rettore dell’ateneo messinese, ha chiesto a Draghi di rivedere la sua strategia. A Teramo, infine, il prefetto Francesco Camerino si è fatto portavoce di un comitato a difesa della filiale locale. Scelta che, in qualità di rappresentante del governo, gli ha portato più di una critica. "Mi attaccano? Io vado per la mia strada. I prefetti", dice a ’L’espresso’, "devono garantire pace sociale e ordine pubblico, noi dobbiamo agire a tutto campo per evitare ogni tensione. Mi sono mosso nell’ambito dell’attività di prevenzione di conflitti che possono determinarsi nella nostra realtà". Ma Draghi ha risposto alla sua lettera? "Hanno rimandato il piano, che conferma la chiusura della sede". Amen. Arriva la rivoluzione Difficile che a Teramo per salvare la sede la popolazione alzi le barricate. In realtà gli unici a rischiare davvero sono i 24 dipendenti della filiale, che saranno costretti, insieme ad altri 1.500 colleghi, a spostarsi armi e bagagli in un’altra città. Il piano di ristrutturazione 2006-2013 non prevede infatti né licenziamenti né esuberi, ma la mobilità dalle sedi provinciali chiuse (30 entro i prossimi due anni, altre 29 in data da stabilirsi, mentre all’estero resteranno aperti solo gli uffici di New York, Tokyo e Londra) alle filiali superstiti. La rivoluzione è voluta da Draghi per due motivi: la modernizzazione delle strutture e la riduzione dei costi di gestione. "Molte sedi", spiegano da palazzo Koch, "con il passare dei lustri hanno perso le prerogative che avevano. La nascita della Banca centrale europea ha accelerato questo processo, non è colpa di nessuno. Oggi tutte le sedi fanno le stesse identiche cose. Con le nuove tecnologie non c’è più motivo che centri a bassissima produttività restino in piedi. Tanto più che ormai le code per prendere la busta paga in Bankitalia sono un lontano ricordo". L’idea è quella di specializzare ogni sede regionale a seconda delle esigenze del territorio: alcune saranno dedicate alla vigilanza, altre alla ricerca e alla tesoreria, altre ancora nel trattamento del contante e nei servizi alle istituzioni e ai privati. "Miglioreremo il rapporto con l’intero territorio: l’assioma", spiegano i collaboratori di Draghi e Saccomanni: "Non è che andiamo via perché costa troppo, ma andiamo dove serve e in modo ancora più qualificato di prima". Anche il conto economico, però, ne beneficerà. A parte il valore degli immobili che saranno venduti (vedi grafico a destra), il costo annuo medio di una filiale è di 6,3 milioni di euro: anche se il costo del lavoro non verrà abbassato, Draghi eviterà spese di gestione per circa 200 milioni l’anno. Inoltre entro il 2013, al lordo dei neoassunti, raggiungeranno l’età pensionabile altre 1.500 persone: considerando che la busta paga si aggira in media sui 90 mila euro, il governatore e Saccomanni risparmieranno un capitale. Una rivoluzione che prende spunto anche dall’esperienza francese e da quella tedesca: nel 2007, si legge in un documento di via Nazionale, la Bundesbank passerà da 188 a 47 filiali, la Banque de France da 211 a 96, mentre il Banco de España avrebbe già dimezzato gli uffici. No alla mobilità Ma Leone e i colleghi della Cgil, in prima linea nella battaglia, non cedono di un millimetro. "Da un lato il governo Prodi grazia gli statali, dall’altro noi dovremmo accettare di fare le cavie e sperimentare per primi la mobilità selvaggia. Se Draghi va dritto per la sua strada, come ha minacciato, ci dovranno deportare a forza dalle filiali", dice il leader Falbi. Anche i dipendenti non vogliono sentir parlare di trasferimenti. Soprattutto al Centro-Nord, dove l’età media è più bassa e la pensione ancora una chimera. Monica Frongia, un marito e tre figli, lavora allo sportello ad Asti ed esclude che gli incentivi alla mobilità possano convincerla a traslocare. "Pago un mutuo, mio marito fa il carabiniere e i turni di notte. Chi mi dà i soldi per la baby-sitter a Torino? Mister Draghi?", chiosa, senza sapere che la mobilità non prevede limiti territoriali, ma nazionali. Il governatore passa per sfasciafamiglie anche a Rieti. Lì Paolo Liciani, che si definisce ’assistente superiore’, lavora fianco a fianco con la moglie. "Mia figlia fa il liceo classico, e ha già detto che non mi seguirà. Resta con la nonna. La classifica sulla produttività? Rieti è in fondo, ma io prendo solo 2 mila euro al mese e lavoro un’ora in più al giorno. Le stime sono false, mortificanti". A Siracusa Antonio Rudilosso elenca i sacrifici per tornare nella sua terra natale: "Ho lavorato prima tre anni a Torino, poi cinque a Firenze, nove a Roma e da 11 vivo a Siracusa. Ora dovrò andarmene, quando mi aspettano ancora 17 anni di banca: è psicologicamente devastante". Rudilosso ammette con onestà che il numero dei dipendenti coinvolti è limitato, ma, come gran parte della base, non capisce i motivi di fondo della ristrutturazione: "Non siamo affatto un’azienda in crisi: a cinquant’anni non sarà facile, ma tenterò di trovare un nuovo lavoro". I sindacati dicono di non essere contrari ai risparmi e alla modernizzazione. Se da Palazzo Koch arrivano segnali di distensione ("Il governatore vuole mediare, solo gli obiettivi di fondo non sono negoziabili", fanno sapere dai piani alti), tutte le sigle ammettono che almeno il 40 per cento delle sedi costa troppo rispetto al numero dei dipendenti. Vendere gli stabili e fittarne altri più piccoli, senza però smobilitare le provincie: questo il loro contro-piano. Che non ammette costi sociali. Senza filiali, dicono, i servizi ai cittadini e alle istituzioni (dagli esposti contro le banche all’accesso alla centrale-rischi, ai rapporti con le istituzioni, dalle analisi dei fenomeni economico-criminali) scompariranno. "Il problema è che Draghi vuole fare il commissario liquidatore e accentrare la vigilanza. Lui viene da una cultura aziendale, dalla Goldman Sachs, strizza l’occhio ai poteri forti che l’hanno voluto", chiude il generale di Salerno che si prepara a un nuovo incontro: "Ma se non si ferma si va dritti in tribunale. Ricordatevi di Fazio, che sul contratto di lavoro ha preso bei calci nel sedere". Leone contro Draghi, la partita è solo all’inizio. n Diritti e privilegi Se lo stile Draghi impone sacrifici e tagli per risparmiare e rendere più efficiente l’Istituto, qualcuno ha storto il naso quando ha letto sui giornali il contenuto delle decisioni approvate il 24 aprile dal Consiglio superiore di Bankitalia. All’esame dell’assemblea c’era infatti un nuovo regolamento, poi approvato, che di fatto aumenta lo status dei componenti del direttorio. Per il governatore, il direttore generale e i vice due sono previsti nuovi vantaggi: in primis la reversibilità dei trattamenti pensionistici ai coniugi superstiti, privilegio comunque già previsto dalla previgente regolamentazione, dicono da via Nazionale. Inoltre da oggi Draghi e Saccomanni potranno cumulare lo stipendio con altri compensi riconosciuti da altri enti per incarichi legati alla carica stessa. Dalla banca spiegano che però non c’è nulla di strano: le modifiche sono legate all’approvazione del nuovo Statuto, e sono dovute all’estensione della qualifica di lavoratore autonomo al governatore agli altri membri del direttorio. Il trattamento economico resta identico a prima: governatore e direttori hanno l’obbligo, dettato dal Codice etico della banca, di "riversare all’Istituto i compensi percepiti in relazione ad altri incarichi". I numeri di Palazzo Koch 97 le filiali attuali 59 quelle da chiudere (30 entro due anni) 7.456 i dipendenti attuali 634 quelli da trasferire nella prima fase 850 circa quelli da trasferire nella seconda fase 48,9 l’età media nelle filiali 1.551 i dipendenti da pensionare entro il 2013 6,3 milioni il costo medio annuo di una filiale 90.000 euro il costo medio annuo per dipendente Emiliano Fittipaldi