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 2007  maggio 15 Martedì calendario

FURIA

FURIA Giacomo Arienzo (Caserta) 2 gennaio 1925. Attore • «Michele ”a claque se la passava assai male. Per guadagnare due lire s’era messo a vendere taralli all’angolo di piazza Carità. La guerra aveva lasciato lutti e fame. A Napoli, come altrove, ognuno si arrangiava come poteva. Giacomo Furia, che era riuscito a proseguire gli studi iscrivendosi all’università - facoltà di Economia e Commercio - impartiva lezioni private di matematica. Aveva messo la capa a ffa’ bbene. I tempi lo imponevano e, in sostanza, aveva abbandonato gli amici della compagnia filodrarmmatica e accantonato le velleita d’attore: non bastava più accedere al San Carlo dall’entrata di servizio come semplice comparsa ne poteva più prendere parte alle rappresentazioni teatrali mostrando tutto il suo entusiasmo di appassionato. Sì, perche il giovane Furia si guadagnava l’ingresso quando don Michele, detto ”a claque, lo ingaggiava per spellarsi le mani. E se il debutto era di quelli attesi della stagione, gli energici sostenitori potevano essere ricompensati dall’autore o dal primo attore di turno con cinque lire. Un vero lusso, una moneta da cinque lire d’argento. Un lusso e una speranza. Poi la gente inizio a radunarsi nei rifugi sotterranei e la nuova realtà fugò i sogni. Nel 1945 Giacomo Furia spiega formule matematiche ad uno sparuto gruppo di studenti che con i numeri ha litigato, almena secondo il giudizio dei professori di una V ginnasiale. Tra loro c’è Luigi. il pupillo della zia Titina che lo ospita e lo segue nella formazione. Peppi no, il padre del ragazzo, e Eduardo, lo zio, sono spesso in giro per lavoro. Furia li incontra di tanto in tanto proprio a casa di Titina dove un cenacolo di commediografi dilettanti, di cui fa parte il figlio Augusto Carloni (ex cronista parlamentare [...]), Claudio Menna e Francesco Canessa [...] ha prodotto I nostri vent’anni. La piece andrà in scena e Giacomo Furia avrà una parte. In platea c’è l’intera famiglia di Luigi e di Augusto: i De Filippo . ”Eduardo apprezzò la mia recitazione, stava allestendo Napoli milionaria e mi offrì una particina. I parenti della mia fidanzata erano contrari e dovetti scegliere fra il palcoscenico e il matrimonio, così dissi no a Eduardo”. II volto non piu paffuto e gli occhiali dorati hanno svuotato la sua espressione di quell’innocenza gioconda che tanti personaggi ha animato nel corso di cinquant’anni di carriera. Personaggi come il tipografo Cardoni, aspirante falsario assieme a Toto e Peppino ne La banda degli onesti; il marito becco della Loren pizzaiola nell’Oro di Napoli o l’idraulico Michele, il ”più affezionato a mamma” tra i figli di Filomena Marturano. La bonomia, pero, gli è rimasta: è quella dipinta sul volto del nonno nello spot del Mulino bianco. Un ingrediente ideale combinato da Giuseppe Tornatore alla ”purezza e alla semplicità”, alla ”sana bontà”, secondo le tipiche ricette che rassicurano gli italiani. Eppure fino a qualche decennia fa Giacomo Furia, nell’immaginario popolare, era un cornuto o un appuntato dei brigadieri (’qualche volta promosso pure maresciallo”). E nel cinema nostrano, oggi come allora, quando azzecchi una parte non te la togli pili di dosso. Lui che e stato un caratterista, brillante, estroso,capace di passare dal palcoscenico al set, alla rivista, non l’ha mai avvertito come un limite. Un senso di disagio semmai l’ha provato nei confronti di Eduardo, ”il mio direttore, quello che ha fatto di me un attore”. Già, Eduardo, singolare destino il suo: un artista di caratura intemazionale che non riusciva ad esprimersi fino in fondo nei rapporti interpersonali. Forse perche animando gli attori sul palco sentiva di dare loro la vita o forse semplicemente perche i suoi comportamenti spiazzavano chiunque, sfuggendo ai cliche del napoletano verace, anema e core. Sta di fatto che Giacomo Furia convolò felicemente a nozze con la sua promessa; aggirò le ostruzioni dei parenti acquisiti; ebbe una seconda opportunità di recitare can Eduardo e non se la lasciò sfuggire: debuttò il 7 dicembre 1945 al teatro Santa Lucia, nella ripresa invernale di Napoli milionaria, interpretando Peppe o’ cricco, il meccanico che solleva automobili con una sola spalla. Cinque anni dopo, perà, nonostante successi e soddisfazioni, abbandonò la compagnia. Una scelta che il ”suo” direttore non gli perdonò mai. ”Eduardo [...] era imprevedibile: ti affidava ruoli importanti e poi la volta successiva particine di poche battute. Non si faceva carriera con lui. Si restava sempre un po’ sospesi. Alia fine di una tournée ci salutava, ci ringraziava ma non ci diceva mai: ”Beh, allora all’anno prossimo”. Anche quando venivamo scritturati la Frase di rito dell’amministratore era: ”Il direttore si e ricordato di vai, se non avere altro da fare...”. ”Eduardo e stato un grande direttore artisrico, non un regista. Lui insegnava la recitazione, non gli interessavano i tagli delle luci o le scenografie. Dicevano che Peppi no faceva ridere e lui no: lo stile era diverso, ma se Eduardo avesse voluro l’avrebbe saputo fare alla perfezione. A teatro era sereno, sicuro: scriveva un testo e lo adattava ai suoi attori. Pure un mediocre con lui dava il meglio”. A Firenze Napoli milionaria fu accolta con molta freddezza. II pubblico non colse i toni farseschi della cornmedia. Eduardo allora decise di allestire Non ti pago, uno dei tanti lavori finiti fuori repertorio dopo i litigi col frarello e la separazione dei De Filippo. ”Quartro giorni di prove e mi ritrovai di fronte al pubblico vestito da Bartolino. Così fui il primo a sostituire Peppino. Fu un successone. Eduardo era entusiasta, mi accompagnò per mano alla ribalta e il giomo dopo mi regalò un bel taglio di stoffa per un vestito”. Soddisfazioni e delusioni, gioie e amarezze di un giovane attore di belle speranze, che tiene famiglia e pensa ala sicurezza economica. Quando Armando Curcio, autore in voga nella Napoli dell’epoca, decide di fondare una grande compagnia, Furia si presenta e viene scritturato. Assieme a lui anche Aldo Bufi Landi (in Filomena Marturano aveva il ruolo del camiciaio, il figlio dissoluto), e sua moglie Clara. Curcio però non riesce a raggranellare i soldi sufficienti per varare l’operazione ed essendo amico di Peppino De Filippo gli cede i contratti degli artisti. ”Peppino mi accolse benissimo - riprende Furia -, fu Eduardo che la prese male e disse: ”Ha scritturato i miei attori, adesso deve scritturare me per farli parlare”. Ne fui molto dispiaciuto e in seguito volli rogliermi uno sfizio. Debuttammo al Quirino di Roma con un testo di Peppino, Que, piccolo campo, che andò proprio bene. Facemmo sessantaquattro repliche ed io ritagliai tutti gli articoli in cui si faceva cenno alla mia bravura e li spedii ”AI mio direttore’ Eduardo”. II clima in teatro con Peppino è ”un’altra cosa: lui era tesc, nervoso, irascibile e se sul palco alla prima doveva dare un calcio a qualcuno di certo gli assestava una bella pedata, poi solo nelle repliche riusciva a mimare il gesto. Sui set invece la serenita 1o pervadeva mentre davanti alla macchina da presa era Eduardo ad apparire in tensione”. sempre grazie all’autore di Natale in casa Cupiello che Furia era approdato al cinema per duettare, seppure in una breve scena, con Anna Magnani, in Assunta Spina. ”Aveva grande personalità e faceva tremare tutti, la Magnani. L’affrontai da incosciente e mi andò bene. L’estate successiva lavorai di nuovo al suo fianco ne La macchina ammazzacattivi di Roberro Rossellini. Fu una stagione calda sulla costiera amalfitana: arrivavano le prime lettere che Ingrid Bergman spediva a Rossellini e, non so come, la Magnani riusciva sempre a scoprirle. Dalla finestra dell’albergo volavano piatti e vassoi”. Anna Magnani non fu l’unica signora del cinema con la quale Furia recitò. Apparso in quasi cento pellicole, l’attore casertano ha lavorato con Gina Lollobrigida (e Rock Hudson) in Torna a settembre con Sophia Loren nell’Oro di Napoli, l’ultimo impegno Ponti/De Laurentiis. Dopo que! film che vide Silvana Mangano osteggiare in tutti i modi Sophia, i due produttori si separarono. ”Della Loren conservo gelosamente la copia della sua autobiografia (Sophia Living and Loving: her own story, ndr) che mi invio nei primi anni Ottanta. C’e un capitolo in cui scrive dei suoi partners preferiti sul grande schermo e mi cita tra Charlie Chaplin e Marcello Mastroianni”. Anche Furia potrebbe raccogliere i suoi ricordi artistici in un grosse volume, dagli anni della rivista trascorsi affianco a Walter Chiari, Franco Parenti e Rosalia Maggio al primo ciak di Federico Fellini e Alberto Lattuada in Luci del varietà: ”Peppino faceva il capocomico di una compagnia in tournee, io il gagà di provincia che cerca di abbordare una delle ballerine. Fellini, che era timidissimo, non si decideva a dare il via alla lavorazione gridando ”Motore’. Se ne stettero cinque minuti lui e Lattuada a scambiarsi convenevoli del tipo: ”Dillo tu, no dillo tu’”. Eppoi c’è il sodalizio con Peppino: ”Era un vero attore comico e non ha mai fatto la spalla a nessuno. Macario, invece, aveva bisogno di uno come Carlo Rizzo che gli intonasse le battute”. II rapporto con Totò: ” stato il computer della comicità, non ho mai visto nessuno che facesse sganasciare dalle risate leggendo il menù. Improvvisava sempre e chi lavorava con lui doveva avere la risposta pronta”. E ancora, il teatro ai tempi delle grandi compagnie in cui i migliori professionisti su piazza decidevano di affrontare anche piccole parti pur di misurarsi con gli altri come nel Romeo e Giulietta diretto da Guido Salvini nei primi anni Cinquanta. ”Oltre Vittorio Gassman e Edda Albertini eravamo Salvo Randone come Fra Lorenzo, Paola Borboni nel ruolo della nutrice, Renzo Ricci in quello di Mercuzio, io e Gianrico Tedeschi come servi di Giulietta”. Un esempio che sarebbe a dir poco improponibile nel panorama di oggi, dove si dà la caccia unicamente ai ruoli da protagonista. Come è impensabile per Furia riproporsi adesso in personaggi interpretati in passato: ”Ho avuto delle proposte ma alia mia età posso permettermi il lusso di rifiutare. Anzi, a volte è un dovere. Un vecchio attore non può fare la rivista o il varieta. [...] Meglio lasciare spazio ai giovani che hanno fantasia, idee e forza necessarie. Se questo offre il mercato, preferisco continuare a fare il pensionato”» (Goffredo De Pascale, ”diario” 26/3/1997).