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 2007  maggio 12 Sabato calendario

«Dio, il mio privato, il mio partito». Fassino si racconta. Libero 12 maggio 2007. ROMA proprio un grissino

«Dio, il mio privato, il mio partito». Fassino si racconta. Libero 12 maggio 2007. ROMA proprio un grissino. Ma mica di ferro. Basta nominargli la sua Torino d’antan, il babbo partigiano o i gianduiotti di cui va pazzo e Piero Fassino si sbriciola in un sorriso smisurato. Eppure all’inizio pensi: quando mai si sbottonerà questo qui, che a stento ti saluta rigido nel suo piglio sabaudo e tu non fai nemmeno in tempo a rispondergli che già è sparito. Già, perché l’ultimo dei segretari diessini passa da una stanza all’altra con una sola falcata e se non sei un maratoneta ti perdi in un secondo in questo dedalo dei corridoi che è il Botteghino. Ma Fassino è un compagno bifronte, come rivela il suo studio tappezzato di libri, foto di Enrico Berlinguer e ranocchie. Il più grande paradosso della sinistra in carne (poca) e ossa (molte): proprio lui che è l’uomo di partito per antonomasia, cresciuto a pane e Pci, poi Pds, poi Ds, è chiamato a segare la Quercia per dar vita al Partito democratico. E senza neanche la certezza che sarà lui a guidarlo. Sincero: ma ci dorme al pensiero che è toccato proprio a lei uccidere i Ds? «Non ho incertezze sulle scelte che abbiamo fatto e sulla necessità di realizzarle nel migliore dei modi, anche perché noi non uccidiamo la sinistra, ma la facciamo vivere nel Pd. Se non dormo la notte, semmai, è per la complessità dell’opera. Mi chiedo se ce la farò, se riusciremo a onorare le aspettative che questo soggetto ha suscitato...». Lei che pensa? «Io credo di sì. E mi conforta il fatto che in giro colgo una reale spinta nella società. Il Partito democratico è una necessità, non un’invenzione di nomenclature, tant’è che sono soprattutto i giovani a dirmi di andare avanti. bastato che noi avviassimo questo progetto e l’intero sistema politico si è messo in moto: Fini e Berlusconi vogliono fare qualcosa di simile e la sinistra radicale, che è sempre stata frammentata, vuole riaggregarsi. il segno che il nostro è un progetto fecondo». Ma se sono già tutti lì a contendersi la leadership... «Guardi che l’enfasi sulla leadership è data molto dal modo in cui i giornali affrontano il tema». La corsa che si è scatenata per la guida del Pd sarebbe tutta un’invenzione dei giornali? «Guardi, io trovo francamente opinabile che ci siano direttori di quotidiani che pensano che il loro compito sia quello di stabilire chi deve fare il leader di una coalizione e cerchino, usando il loro giornale, di determinare la scelta. Non è rispettoso né della politica né dell’informazione». Intanto Fabio Mussi vi ha lasciato. « uno strappo che ho vissuto con sofferenza non minore della sua. Io e Fabio ci conosciamo da 35 anni, abbiamo vissuto una vita insieme, non solo politica, anche personale. L’amicizia delle famiglie, le vacanze insieme...». Andrà ancora in vacanza con Mussi? «Certo, sono amico di Fabio, di sua moglie e delle sue figlie. Stima, affetto e amicizia, non vengono meno, anche se le nostre strade si sono divise. Continuo a pensare che lui sbagli a richiudersi in un atteggiamento difensivo e identitario che non ha senso. Mi auguro che saremo in grado di fare così bene il Pd che Mussi possa tornare». Con la nascita del Pd lei ritiene definitivamente archiviata l’era del comunismo in Italia? «Il comunismo ha avuto il suo momento terminale con la caduta del Muro di Berlino. In questi ultimi vent’anni nessuno in Italia credo abbia pensato che il futuro di questo Paese possa essere affidato al comunismo». Bertinotti e Diliberto sì. «Certamente non lo hanno pensato i Ds, che sono stati l’espressione di una sinistra riformista di tipo socialdemocratico, riconosciuta in Europa e nel mondo». Qualche compagno, però, la rimprovera di aver liquidato troppo in fretta il co- munismo nel suo libro "Per passione". «Voglio sapere chi». Diego Novelli, storico sindaco di Torino, non ha gradito che lei abbia paragonato Berlinguer a un giocatore di scacchi che muore un minuto prima di subire lo scacco matto. « del tutto legittimo che questa metafora possa non piacere. Ma come tutte le metafore va interpretata. Berlinguer è stato un dirigente di straordinaria lucidità intellettuale, grande coraggio politico, un vero statista. Ma non c’è dubbio che nella fase finale della sua segreteria, quando la strategia della solidarietà nazionale e del compromesso storico entrò in crisi, il Pci finì in un vicolo cieco e non certo per colpa di Berlinguer. Per questo ho usato la metafora dello scacchista che ha avuto la ventura di non assistere alla sua sconfitta». Novelli però dice: «Malgrado tutto, serbo per Piero un ricordo affettuoso». «Siamo molto amici». Quando vi siete conosciuti? «Alla metà degli anni ’60, al funerale di mio padre. Lui era direttore dell’edizione torinese dell’Unità e autorevolissimo capogruppo del Pci in Consiglio comunale. Poi entrai in Consiglio comunale in quello straordinario 1975 che vide la sinistra vincere in tutte le grandi città e Novelli divenne sindaco di Torino. E lo era ancora quando io divenni segretario della federazione torinese e ci trovammo a fronteggiare insieme il famoso scandalo Zampini. Ricordo che in quello scandalo Novelli si comportò con assoluto rigore etico e politico che lo mise nel mirino di tanti, compreso Craxi, e io lo difesi perché aveva ragione». Lui le è molto riconoscente per questo, «ecco perché», dice, «di fronte a certe sortite di Piero, come quella sul Pantheon, mi viene voglia di prenderlo a schiaffi, ma sempre con affetto». «C’è stata una polemica un po’ sciocca sulla storia del Pantheon del Partito democratico». Sempre disposto a collocare Bettino Craxi nel Pantheon del Pd? «Anche quella battuta aveva un significato simbolico che va capito. Era in polemica con chi rappresenta il Pd come una sorta di compromesso storico postumo tra gli eredi del Pci e della Ds. Ho detto no, nel Pantheon ci stanno Berlinguer e Moro, ma anche esponenti autorevoli del socialismo italiano come Turati, Nenni, Lombardi, Pertini e Craxi, perché nel Pd vogliamo riunire tutte le culture riformiste, compresa quella socialista». Cosa rappresenta Torino per lei? «Torino è la mia città, il posto in cui sono nato, ho vissuto con la mia famiglia, ho studiato e ho coltivato fino a vent’anni fa il sistema delle mie relazioni. Ed è il luogo in cui ho sviluppato gran parte del mio impegno politico. Lì ho ancora una casa». Ci torna spesso? «Sì, ci sono andato domenica, lì vive mia madre». Quanto ha inciso nella sua vita il fatto di aver perso suo padre a 15 anni? «Molto. Il venir meno di mio padre in quel momento ha reso più complicato il mio passaggio dall’adolescenza alla maturità». Che ricordo conserva di lui? «Era un uomo di straordinaria vitalità, aveva una grande umanità che trasmetteva a chiunque entrasse in contatto con lui. Ed era anche molto coraggioso, a vent’anni è stato uno dei primi a costituire i gruppi partigiani in Piemonte, è stato uno dei capi storici della resistenza a Torino. Faceva politica nel partito socialista ed era un imprenditore». Vero che lei ha giocato nella Juventus? «Certo, ho giocato come mezz’ala sinistra nella squadra juniores, fin quando un’infezione polmonare non mi costrinse a smettere». Chi era il suo miglior amico allora? «Un mio compagno di scuola morto qualche anno fa per un ictus improvviso. Si chiamava Saverio. Con lui c’era una convivenza totale quotidiana». E Giuliano Ferrara? «L’ho conosciuto nel ’73 quando Adalberto Minucci, che era il segretario regionale del Pci, chiese ad alcuni giovani dirigenti non torinesi di venire a fare esperienza a Torino. Anche se la prima volta che vidi Giuliano fu al cinema, nelle vesti del figlio di un gerarca fascista, in un film a me molto caro, "Le stagioni del nostro amore", di Florestano Vancini. Lui aveva 14 anni». Ferrara aveva un futuro come attore? «Altroché, Ferrara è un gigione straordinario, ha una carica umana, una vis polemica e una capacità recitativa molto forti. Fin quando non se ne andò, nell’’82, vivemmo insieme dieci anni intensi, anche per il terrorismo che allora cercava di mettere radici nelle fabbriche di Torino». Erano gli anni in cui lei trovò scritto sui muri di Torino: «Fassino ti spareremo in bocca». «Mica solo quello, Torino era piena di scritte così contro di me». Ebbe mai paura di morire? «Certo. Temevo io come temeva Ferrara. Lui era segretario cittadino del Pci, io ero responsabile del Pci per le fabbriche: eravamo i due che avevano la responsabilità della lotta al terrorismo. Due nostre foto furono trovate in un covo brigatista con una scheda su tutti i nostri spostamenti. Alla fine te ne fai una ragione. Quando si vive insieme rischiando, si stabilisce una solidarietà umana più profonda, come in guerra. E il compagno di trincea non lo si dimentica mai». Si è mai accorto che la seguivano? «No. Qualche anno fa, quando ero ministro della Giustizia, visitando un carcere italiano di massima sicurezza, in cui era ospitato un gruppo di giovani terroristi, uno di questi mi disse che mi aveva pedinato per parecchio tempo, ma io non ero costante nei miei spostamenti e questo rendeva difficile colpirmi». Lei, da ragazzo, invece dell’eskimo portava la cravatta. Ma che razza di rivoluzionario era? «Unico direi. Non avevo la barba, né i capelli lun-ghi, per cui ero facilmente distinguibile. Non ho mai portato l’eskimo. Ero vestito come lei mi vede adesso (completo blu, camicia bianca e cravatta a rombi, ndr). L’unica differenza è che, invece di avere un completo, avevo dei vestiti spezzati». Look pariolino. Famiglia benestante la sua? «Agiata. Una famiglia di media borghesia torinese e di solide tradizioni antifasciste». Il giovane Fassino, figlio di imprenditori, educato all’etica calvinista del lavoro e dell’impresa, che dormiva pochissimo. Sembra l’identikit di Berlusconi. «Io sono molto più alto di lui, però», e scoppia in una risata. Lei in comune con Berlusconi ha anche la fama di seduttore. «Qualunque uomo pubblico ha mille occasioni di sedurre e di essere sedotto». Da ragazzo era più abituato a corteggiare o a farsi rimorchiare? «Ero un ragazzo piuttosto timido, ho imparato a corteggiare verso i vent’anni, ma prima ero più corteggiato che corteggiante». Figuriamoci adesso che è un leader politico... «Un uomo politico ha anche - in modo spesso infondato, secondo me - una qualche potenzialità seduttiva in più per il potere che esercita. Discorso che non vale nel mio caso, perché io non mi considero uomo di potere». No? «Non credo di aver mai raccomandato nessuno in vita mia. Limito al massimo gli status symbol, come la scorta, che non amo avere nel tempo libero. Sono una persona normale che gira per Roma da sola a piedi. E l’automobile me la guido da solo». Dicono che già da ragazzo lei fosse un tipo autoritario. « una stupidaggine. Chiunque lavora con me lo sa, io sono uno che ascolta e accetta le posizioni altrui, sono fedele a una straordinaria lezione di laicità che mi ha dato mio padre: "Anche nella persona più distante da te c’è un pezzo di verità"». Ma se ancora oggi fa impazzire i suoi collaboratori... «Non sono autoritario, sono uno che ha spesso dei moti d’ira, come espressione di passione politica. Ciascuno ha il suo modo di scaricare la tensione, io ho degli scatti umorali. Qui c’è un collaboratore con cui ogni tanto scatto, anzi spesso, lui glielo può dire», Gianni Giovannetti annuisce sornione, «ma cinque minuti dopo quello scatto, io l’ho già dimenticato, né sono uno che serba rancore». E allora perché la chiamavano «il teutonico»? «Perché sono rigoroso nel lavoro e forse perché sono nato lo stesso giorno della Repubblica democratica tedesca, il 7 ottobre del ’49». Fassino detto anche «il moto perpetuo». «Perché sono uno che non sta mai fermo». «Uno tutto d’un pezzo, scorbutico, musone, che si irrita facilmente». Sa chi l’ha detto? «Chi?». Lei, nel suo libro. «Come vede, non mi manca lo spirito autocritico. Però io sono uno allegro, anche». Ma è vero che una volta ha fatto piangere Livia Turco? «Non sono l’unico. La Turco ha una propensione a piangere di frequente. Quando la discussione si fa più aspra e uno esprime una critica in modo duro, Livia scarica questa sua sofferenza nelle lacrime». Non è che lei ci andò morbido quella volta che la prese in giro davanti a tutti per com’era vestita. «In quel caso si mise a ridere. Erano gli anni in cui il femminismo si esprimeva in un look piuttosto trasgressivo e Livia arrivò con una sua compagna tutte e due conciate in modo assolutamente antiestetico». Cioè? «Gli zoccoli, una gonna marrone e una maglia blu. Allora dissi: abbiamo tanti problemi finanziari, ma non è un biglietto per Parigi che ci farà fallire. Andate lì, fate la rive gauche, fate anche la rive droite, vedete un po’ come ci si veste e datevi una regolata». Vero che lei non tollera il rumore? «Mi infastidisce soprattutto quando disturba l’attenzione. Ad esempio, non sopporto il chiacchiericcio durante una riunione». E allora come fa a vivere in pieno centro a Roma? «Difatti sono molto infastidito da come si sono degradate alcune zone del centro storico. Ogni sera ci sono tremila persone che si riuniscono nella piazza in cui abito. L’esasperazione di chiunque viva lì è arrivata a livelli di guardia. Non mi stupirei se un giorno o l’altro ci fosse una lenzuolata degli abitanti del mio quartiere. Undici ristoranti in una piazza di 400 metri quadri, mi pare francamente eccessivo. Mi augurerei che ci fosse un intervento regolatore». E Veltroni è avvertito. Ma lei ha mai chiamato la polizia? «Qualche volta l’ho chiamata ed è venuta, ma non è cambiato niente. Qualche notte fa si sono messi a urlare in un megafono alle tre del mattino». Lo vede che è rimasto "teutonico"? «Ma io sono anche uno che ama la vita, mi piace ballare, il cinema, il teatro». Ma è allergico ai salotti. «Ci vado, perché non ho nessuna forma di snobismo, ma spesso li trovo inutili, noiosi, allora li frequento lo stretto necessario al ruolo che esercito». Qualcuno, però, assicura che lei in privato sia un spasso, un battutista nato. «Io sono un uomo allegro, contrariamente a quanto si dice. Purtroppo ho questo fisico alto, magro che dà l’idea di un ascetismo che non è vero». Ma lei non venderebbe sua madre per una battuta, come D’Alema... «Non lo farebbe neanche D’Alema. Io lo conosco da trent’anni ed è un uomo molto più passionale di quanto tenda a far credere. Non è freddo come vuole sembrare, è un uomo di grandi passioni e tumulti interiori». Com’era D’Alema da ragazzo? «Come adesso». Lei ha studiato dai gesuiti. Come mai? «Perché la mia famiglia voleva che avessi un’istruzione solida, rigorosa, e sono ben lieto di questa loro scelta, perché ho avuto una formazione critica, non dogmatica». Crede in Dio? «Sì, sono credente». Nel ’95 disse di credere nel soprannaturale e nella trascendenza. Oggi? «Oggi credo in Dio, separando il mio credo personale dalla mia funzione politico-istituzionale. Ed essendo un uomo assolutamente laico, sono convinto che le ragioni di una fede vadano ascoltate e vissute, ma non possono coincidere con la funzione di uno Stato, che deve garantire uguali diritti e opportunità a tutti, credenti o no». La sua ex moglie, Marina Cassi, ha detto: «Non mi sono mai accorta che Piero fosse credente, non l’ho mai visto pregare». «L’essere credente è un fatto individuale che non credo sia sottoponibile a valutazione altrui». La Cassi dice un gran bene di lei. La definisce «molto tollerante, generoso e capace di dialogo». La stupisce che la sua ex moglie parli così di lei? «No. Io e la mia prima moglie abbiamo mantenuto eccellenti rapporti di amicizia, stima e affetto. Quando sono Torino capita che la veda, perché, essendo una giornalista della Stampa, spesso è chiamata a resocontare iniziative in cui io sono presente. Ha seguito lei il Primo Maggio quando ho sfilato a Torino. Le vicende imperscrutabili della vita hanno poi fatto sì che il suo attuale compagno, lo storico Aldo Agosti, sia un mio amico di gioventù: io e lui abbiamo cominciato a far politica insieme». Lei una volta ha confessato «il divorzio è sempre un fallimento». «Il divorzio è l’esito di un rapporto che si interrompe e quindi è sempre un fallimento, bisogna avere il coraggio di riconoscerlo. Questo non impedisce di ricostruire un percorso sentimentale nuovo». Passando alla sua attuale moglie, la senatrice Anna Serafini, dicono che sia più brava di lei. «Bene, me ne compiaccio, non sono geloso». Non crede che il suo ruolo sempre di primissimo piano nel partito possa averle tarpato le ali? «Mia moglie ha cominciato a fare politica da ragazza, vivendo in una famiglia toscana di sinistra, è stata parlamentare per tre legislature prima di conoscere me ed è autrice di diverse importanti leggi sull’infanzia. Noi ci siamo conosciuti relativamente tardi, 17 anni fa, quando poi ci siamo sposati. L’essere mia moglie può averle dato degli svantaggi, non certo dei vantaggi, perché la politica italiana riflette spesso i vizi di un certo maschilismo della nostra società. Naturalmente io mi rammarico dei limiti che può aver comportato ad Anna il fatto di essere mia moglie. Ma cerco sempre, per quanto posso, di evitare che subisca danni». Ha condiviso l’apertura che sua moglie ha manifestato verso il Family Day? «Sì, e non perché è mia moglie. La famiglia è un tema centrale nella vita di una società da sempre, che non appartiene solo alla destra o a chi crede. Quindi io non guardo con ostilità al Family Day, anche se non ne sottoscrivo tutta la piattaforma, ad esempio l’ostilità contro i Dico». Una coppia gay può essere considerata famiglia al pari di una coppia eterosessuale? «Una coppia omosessuale ha diritto di essere riconosciuta come una coppia eterosessuale, ma vedo molto più problematica la praticabilità di un’adozione». Senta, ma così alto e magro, come fa a vestirsi? «Fino a qualche anno fa dovevo farmi fare calzoni, vestiti, camicie, tutto su misura. Ora meno, perché la statura media si è alzata e la moda si è attrezzata. Ma vesto ancora di sartoria». Vero che non mangia? «No, anzi. Ho il mio grande amico Carlino Petrini di Slow Food con cui facciamo incursioni enogastronomiche nelle Langhe, mi piace mangiare e bere bene. E adoro i gianduiotti». Ma allora come fa ad essere così magro? «Non so, forse ho un metabolismo che funziona. E comunque, guardi, io ho un rapporto serenissimo col mio fisico». Dica la verità, sarebbe disposto a fare un passo indietro nella gara della leadership pur di veder nascere il Pd? «La mia storia politica è quella di un uomo che ha le sue ambizioni, come tutti. Bisogna liberarsi da un certo moralismo che c’è a sinistra: ambizione non è certo una parola di cui vergognarsi. Però vengo dalla scuola del mio partito: non si può mai essere talmente presi da sé da sovrapporre le proprie ambizioni a interessi più generali. Quando l’affermazione di un disegno più grande coincide con la piena realizzazione delle tue aspirazioni, bene, quando non te lo consente, devi avere la lucidità di fare un passo indietro. Io nella mia vita ne ho fatti parecchi, e ciò nonostante sono ancora qui». BARBARA ROMANO