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 2007  maggio 15 Martedì calendario

”Io e la mia bambina nell’inferno di Rebibbia”. La Stampa 15 Maggio 2007. Un giorno la mamma prese in braccio Eva, riempì in fretta una borsa di vestiti e si avviò dietro i carabinieri

”Io e la mia bambina nell’inferno di Rebibbia”. La Stampa 15 Maggio 2007. Un giorno la mamma prese in braccio Eva, riempì in fretta una borsa di vestiti e si avviò dietro i carabinieri. Era l’aprile del 2002. Eva aveva sedici mesi, si teneva stretta alla sua mamma, intimorita da quegli sconosciuti, ignara di quel che stava per accadere. La sua mamma quasi si faceva forza di quella stretta perché nemmeno lei sapeva bene dove le avrebbero portate. L’auto dei carabinieri si infilò dentro un portone, alcune formalità da sbrigare, una firma da mettere accanto al suo nome - Lucia Guzzardi - poi per Eva e la sua mamma iniziò la vita in carcere, Rebibbia, Roma, sezione femminile. Stanze grandi Le agenti accompagnarono le due nuove ospiti alla loro stanza. Lucia si guardò intorno. Le stanze grandi erano per sei, ma quella sera ce n’erano almeno altre due o tre su una sistemazione di fortuna, al centro. Nelle stanze piccole c’era posto per tre e meno spazio per letti aggiunti. Calcolando i bambini, contò una ventina di persone, alcune frignanti, altre maleodoranti, tutte rom o extracomunitarie. Alle otto le porte si chiusero. Le avrebbero riaperte dodici ore dopo come prevede il regolamento. Per fortuna Eva si addormentò presto, rassicurata dalla presenza della madre. Per Lucia iniziò la prima di una serie di notti lunghe abbastanza da permetterle di ripercorrere il film del suo arresto. Due anni prima, Lucia al terzo mese di gravidanza, sale su un treno. «Ho fatto un viaggio per l’omo mio», racconta. L’uomo è il padre di Eva, non l’accompagnò nel viaggio, ma le chiese il favore di portare una valigia con qualcosa di troppo. Non scese in dettagli, e Lucia non fece domande. «Ero innamorata...», si giustifica. A farle aprire gli occhi furono i finanzieri alla frontiera di Chiasso. Si avvicinarono e dalla valigia venne fuori un discreto carico di eroina. Condannata a cinque anni, l’uomo mai più visto, ed ecco Lucia nella sua stanza di Rebibbia, sezione femminile a rimuginare pensieri su pensieri nelle lunghe notti di quella primavera del 2002. Qualche giorno fa, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è andato proprio da quelle come lei, le detenute-madri, quelle che hanno i figli troppo piccoli per poterli lasciare fuori. «Sono qui per ascoltare soprattutto queste mamme detenute...». Lucia ormai è fuori, la sua pena l’ha scontata per otto mesi a Rebibbia, il resto tra arresti domiciliari nelle case-famiglia e servizi sociali. Ma un po’ di cose da raccontare le ha. Quando alle otto del mattino le porte del reparto si aprirono, Lucia quasi si precipitò fuori. C’è un giardino, si può prendere un po’ d’aria. La voglia di passeggiare le durò pochi giorni. «Era disgustoso. Invece di portare i loro figli in bagno, lasciavano che facessero i loro bisogni lì nell’erba e poi li pulivano con le foglie». Epidemia di scabbia Decise di accontentarsi del corridoio. Sarà stato lungo cinque o sei metri, Lucia non ricorda: lo percorreva però decine di volte al giorno avanti e indietro, Eva seduta nel passeggino. Con il passare delle ore il corridoio si riempiva di torsoli mangiucchiati, cartacce, resti di ogni genere. Facile quindi che scoppiassero infezioni. Una volta ci fu un’epidemia di scabbia, un’altra volta i pidocchi. Due epidemie in otto mesi. Dopo l’apertura delle porte alle otto, il secondo appuntamento della mattina è alle undici, per il pranzo dei bambini. Eva mangiava poco o nulla, Lucia anche. Era estate, il caldo sempre più forte, la vita dentro il carcere di giorno in giorno più difficile. Gli altri bambini parlavano lingue strane, litigavano dalla mattina alla sera. Spintoni, morsi, calci. Eva diceva a malapena «mamma» e con gli altri bambini rispondeva a tono: a un morso con un altro morso, a un calcio con un altro calcio. «Mi sembrava di impazzire - racconta Lucia - Urlavo spesso, sgridavo Eva per ogni sciocchezza, mi dava fastidio tutto. Per fortuna sono stata in collegio otto anni quando ero piccola. Questo mi ha un po’ aiutata ma era una vita insopportabile comunque. Ad un certo punto ho iniziato a pulire io la stanza e non facevo toccare a nessuno il mio letto. Avevo paura di infezioni, malattie. C’era troppa sporcizia in giro». La giornata in carcere trascorre lenta. I passatempi non sono molti. C’è una televisione, sempre accesa, i litigi fra i bambini, qualche visita con distribuzione di caramelle. A strappare un sorriso ad Eva e agli altri alla fine sono soprattutto gli agenti. «Le loro chiavi, quel grande mazzo di chiavi è irresistibile. Eva impazziva quando poteva toccarlo, farlo tintinnare, giocarci un po’». In realtà per la piccola Eva iniziò a andare un po’ meglio dopo l’estate, quando ricominciò l’anno scolastico e un asilo della zona accettò di farle frequentare una classe. Il sabato usciva con un gruppo di volontarie dell’associazione «A Roma Insieme». Una giornata intera nei giardini, quelli veri, con i giochi e non solo i bambini che danno morsi. Eva iniziò a mangiare un po’ di più. A dicembre arrivò la notizia: potevano tornare agli arresti domiciliari in una casa-famiglia. In questi giorni in Parlamento si sta discutendo una proposta di legge sulle detenute madri, relatrice Paola Balducci dei Verdi proprio per spostare le mamme e i loro figli dal carcere alle case-famiglia. Lucia ha qualcosa da raccontare anche ai parlamentari. «Anche lì ero l’unica italiana in mezzo a tante extracomunitarie. Una situazione non semplice, anche perché le titolari spesso dividono gli spazi, danno nomi diversi e fanno nascere così una nuova casa-famiglia. Però l’atmosfera era comunque diversa». La prova? «Due mesi dopo aver lasciato il carcere Eva ha cominciato a parlare». Flavia Amabile