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 2007  maggio 15 Martedì calendario

La grande caccia ai predatori dell’oro rosso. La Stampa 15 Maggio 2007. Roma. Il furto di rame era il reato dei poveri cristi

La grande caccia ai predatori dell’oro rosso. La Stampa 15 Maggio 2007. Roma. Il furto di rame era il reato dei poveri cristi. Anzi non veniva considerato un reato, come accadeva per i diseredati che per scaldarsi attaccavano il filo della stufa ai cavi esterni che passavano sotto le grondaie. Era la fame del dopoguerra che alimentava la ricerca del rame, metallo immediatamente vendibile e velocemente utilizzabile dal ricettatore che lo fondeva per cederlo, allora, agli artigiani. Ma queste sono riminiscenze del passato, oggi le cose stanno in modo assai diverso. O meglio, continua ad essere «il poveraccio» quello che va a rubare i cavi lungo la linea ferrata o in cima ai pali dell’alta tensione, ma sono cambiati gli acquirenti. I nuovi affari Il rame rubato finisce in grandi «centri di raccolta» (diciamo esportatori) e da lì prende la via dell’Oriente, dove c’è una enorme richiesta. E’ ovvio che nessuno sa «ufficialmente» da dove venga il metallo, ma è pur vero che si tratta di una farsa perchè tutti sanno come funziona questo nuovo grande affare che ruota attorno all’«oro rosso». E che il problema non deve essere di proporzioni trascurabili è dimostrato dall’attenzione con cui le aziende interessate (principalmente le Ferrovie, l’Enel, l’Acea, la Telecom) si sono organizzate per far fronte, insieme con la Polizia di Stato, all’ondata di furti di rame causa di ingenti perdite e di disservizi notevoli. Forse non tutti sanno, infatti, che il ritardo del treno che porta al lavoro i pendolari e, i ritardi in genere, non sempre sono colpe delle Ferrovie. Lo stesso vale per i black-out o per il telefono muto. Senza fili Lo scorso aprile, per dirne una, sono saltate le linee telefoniche da San Vito Lo Capo a Buseto Palizzolo. Non c’è stato bisogno di farsi tante domande sull’origine di quel disastro, bastava dare un’occhiata ai pali che costeggiano la scogliera sotto Monte Cofano per capire, soltanto constatando l’assenza di fili. Erano passati di notte, probabilmente con un elevatore mobile, ed avevano fatto piazza pulita. Ci sono voluti quattro giorni per ripristinare la linea. Risale ad alcuni anni fa la «riscoperta dell’oro rosso», ma solo negli ultimi tre si è registrata l’esplosione del fenomeno. Pietro Milone è l’uomo scelto dalla Polizia Ferroviaria per far fronte a questa guerra non facile. «E’ un problema europeo - dice il poliziotto - quello dei furti di rame. La Francia, la Germania, la Polonia, sono nelle nostre stesse condizioni. Le statistiche parlano di episodi quadruplicati o quintuplicati, anche in Italia. Negli ultimi tre anni abbiamo cercato la collaborazione di altri Paesi: abbiamo già fatto due riunioni organizzative a Varsavia con gruppi di lavoro. In Italia abbiamo costituito 15 compartimenti che sorvegliano la linea, operazione non facile visto che stiamo parlando di più di 16 mila chilometri». E proprio oggi, a Venezia, si terrà un summit delle polizie di 9 nazioni europee. I ladri di rame, in genere, non producono grande allarme sociale perchè non viene subito accostata la loro «attività» agli effetti negativi che produce. Ma i numeri cominciano ad essere preoccupanti: nel 2005 si contavano 411 episodi di furti lungo la linea ferroviaria; nel 2006 sono saliti a 1223 e nei primi tre mesi di quest’anno sono già 361. Per non parlare dei furti nei depositi che le aziende non proteggono a dovere o addirittura degli assalti armati nelle officine. La refurtiva, cioè i cavi, viene poi «lavorata». Si brucia la guaina di gomma o di plastica e si salva il rame. Il metallo viene poi portato nei magazzini di raccolta che provvedono a smistarlo dove c’è la maggiore richiesta: Cina, India e Tibet, paesi - la Cina in particolare, in vista delle Olimpiadi del 2008 - che affrontano una modernizzazione rampante basata sull’elettronica. Non solo stranieri «Non è poi così vero - spiega Franco Fiumara, responsabile della Protezione Aziendale delle Ferrovie - che a rubare il rame siano solo i rumeni, gli zingari dei campi nomadi o gli stranieri. Il fenomeno riguarda in maggioranza cittadini italiani». Le città più colpite? Bari, Lecce, Napoli, Potenza, Catania, Palermo, ma anche il Piemonte fa registrare molti episodi di furti. Ma quanto frutta questa attività? Gli esperti dispongono soltanto di dati, diciamo, empirici: il poveraccio che procura il rame lo cede per tre o quattro euro al chilo; il passaggio succesivo (l’ammasso) verso gli esportatori fa registrare un incremento di due o tre euro; l’ultima fase vede il rame contrattato anche a nove-dieci euro. Tutto ciò comporta danni per le aziende superiore ai 12 milioni. «O forse di più - aggiunge Franco Fiumara - perchè il calcolo va fatto tenendo conto di più fattori. Posso dire, ma solo per spiegare in modo semplice, che in occasione delle proteste che hanno prodotto l’occupazione dei binari è stato calcolato un danno per la collettività di 50 milioni di euro. Fate un po’ voi i conti: nel gennaio del 2007 i furti di rame hanno coinvolto 718 treni per 16900 minuti di ritardi, a febbraio 365 treni per 7000 minuti, a marzo 347 per 8400 minuti». Ma c’è anche un prezzo incalcolabile, in questo business silenzioso che, incredibilmente, non fa paura: i morti, quelli che rimangono attaccati ai fili. Nel 2007 sono già quattro, tutti italiani. Altri quattro incauti ladri se la sono cavata con lunghi ricoveri. Una strage muta. Francesco La Licata