La Stampa 15/05/2007, pag.15 Marco Sodano, 15 maggio 2007
La sua Libia cresce ”Ma con giudizio”. La Stampa 15 Maggio 2007. Tripoli. La svolta si vede: nell’anno trentasette della Rivoluzione la Libia si gode il socialismo balneare
La sua Libia cresce ”Ma con giudizio”. La Stampa 15 Maggio 2007. Tripoli. La svolta si vede: nell’anno trentasette della Rivoluzione la Libia si gode il socialismo balneare. Il proverbiale orgoglio arabo-berbero-tuareg innestato su alcune concessioni (piccole) alla modernità, che continui ad amare il suo raìss e altre (ben più ampie) al deprecato primo mondo. Ora anche Tripoli ha le sue strade dello shopping e il più piccolo centro abitato - di regola, quattro case e lo stradone - un negozio che spaccia cellulari e tecnologia assortita, oltre a bande di ragazzini che cavalcano nella polvere mountain-bike scintillanti. Tutto questo non impedisce al Colonnello di ispirarsi, nei suoi discorsi, all’antica fierezza: «Siete ingannati dai salari del petrolio - ha detto dopo aver visitato un centro commerciale -. I negozi, i mercati, i bar sono molto seducenti, ma è una prosperità finta». Come se il sistema l’avesse messo in piedi qualcun altro. Sarà prosperità finta, ma è la chiave che ha aperto all’ex paese-canaglia il cuore (e il portafoglio) dell’Occidente. Le riserve di petrolio sono ancora abbondantissime - giusto negli ultimi mesi è stato scoperto un nuovo giacimento (del quale si favoleggia che sia «il più grande del mondo») - e assicurano al paese 30 miliardi di dollari l’anno, ma i soldi non sono tutto neppure qui. Per completare il progetto di infrastrutture avviato nel 1984 (una rete di strade e acquedotti che copra tutto il paese) l’aiuto e le tecnologie dell’Occidente sono più che utili, diciamo pure indispensabili: come il petrolio per l’Occidente. Così per esempio il governo incoraggia una (moderata) crescita del turismo. La porta è aperta, ma le comitive viaggiano accompagnate da due agenti della polizia turistica - «per la vostra sicurezza» si intende -, e ogni centinaio di chilometri incappano in un posto di blocco al quale bisogna consegnare l’elenco dei viaggiatori. La discoteca è semplicemente «vietata», anche il relax ha da essere socialista, islamico (pur se balneare) e insomma il clima di altri divertimentifici mediorientali - Mar Rosso, Tunisia, Marocco - è tutt’altra cosa. Perché qui per ora si bada soprattutto a sottolineare che non c’è nulla da nascondere. Avanti ai turisti, specie all’elite che cerca la natura incontaminata che qui è ancora la vera specialità. Degli anni gloriosi Gheddafi ha conservato solo qualche bizza da raìss: così è riuscito a farsi promettere da Berlusconi - e ripromettere da D’Alema - i mitici 1800 chilometri di autostrada sulla costa mediterranea con cui Roma dovrebbe rifondere il danno morale della sciagurata colonizzazione fascista, massacri assortiti dei quali da questa parte del Mediterraneo non si parla volentieri. Autostrada per la quale l’Italia evidentemente non ha il denaro e sarebbe invece facilissimo ottenere l’appoggio finanziario e tecnologico delle compagnie petrolifere interessate ai giacimenti. Le bizze e l’orgoglio, in compenso, non impediscono a Gheddafi di fare il gendarme antimmigrazione per l’Europa, in buona compagnia con gli altri paesi del Maghreb. Dalla spiaggia di Zhwara, che fino all’anno scorso era uno dei porti più frequentati dal popolo dei viaggi della speranza, da un paio di mesi si parte a fatica. Appena un anno fa sembrava di stare in un porto, ora fioccano gli arresti: un migliaio solo a mese di marzo, altrettanti ad aprile. La spiaggia è pattugliata dai fuoristrada della polizia tutta la notte. All’arresto segue l’espulsione, e per tener buona l’Europa ci sono le frontiere nel Sahara, tra Algeria e Ciad. Uno scampolo di inferno nel quale si incrociano carovane senza documenti né speranze condannate a sfinirsi di sole, fatica fame e sete rimpallate tra Marocco, Algeria, Tunisia, Egitto, Ciad, Libia, Mauritania eccetera. Arresto, espulsione, arresto espulsione. Il deserto si incarica di assottigliare il gruppo, che poi non sia colpa di nessuno. La «fratellanza africana» può passare in secondo piano: sacrificata al socialismo balneare. Marco Sodano