La Stampa 14/05/2007, pag.15 Carlo Grande, 14 maggio 2007
Il gatto star del survival un mese nel container. La Stampa 14 Maggio 2007. Che il gatto avesse sette vite si sapeva (nei Paesi anglosassoni sono addirittura nove), ma l’esemplare rimasto intrappolato per oltre un mese nella stiva di un cargo in partenza dalla Cina deve averne avute qualcuna in più, se è vero – a quanto riferiscono dagli Stati Uniti, dove è stato trovato ancora vivo - che è riuscito a sopravvivere senza cibo né acqua per 35 giorni
Il gatto star del survival un mese nel container. La Stampa 14 Maggio 2007. Che il gatto avesse sette vite si sapeva (nei Paesi anglosassoni sono addirittura nove), ma l’esemplare rimasto intrappolato per oltre un mese nella stiva di un cargo in partenza dalla Cina deve averne avute qualcuna in più, se è vero – a quanto riferiscono dagli Stati Uniti, dove è stato trovato ancora vivo - che è riuscito a sopravvivere senza cibo né acqua per 35 giorni. La nave aveva lasciato Shanghai il 3 aprile, l’animale aveva rosicchiato l’imballaggio di cartone e si era sistemato tra la paglia che isolava alcuni caschi da motociclista. Il tempo (lunghissimo) di attraversare l’Oceano, di viaggiare lungo le «motor way» americane, ed ecco il destinatario del plico, un negoziante del Nord Carolina, sentire qualcosa muoversi nello scatolone: «Ho aperto e ho trovato China», ha detto - così è stato ribattezzato il felino - smunto e probabilmente molto perplesso. Ma vivo. Anche i veterinari che l’hanno visitato erano allibiti: pensavano che senza acqua potesse sopravvivere solo pochi giorni. Un gatto può digiunare molto più a lungo di un uomo, perché è in grado di perdere anche il 40 per cento del suo peso senza che siano intaccate le sue funzioni vitali, come un gatto di Liverpool di nome Chips, involontariamente rinchiuso in una cassa contenente parti meccaniche e imbarcato su una nave diretta a Mombasa, in Kenya. E’ stato trovato quattro settimane dopo, ancora vivo. L’ipotesi è che sia sopravvissuto nutrendosi del grasso di cui erano unti i pezzi di macchina e leccando l’acqua di condensa formatasi all’interno della cassa. Qualcosa del genere dev’essere avvenuto a China. Gli aneddoti sulla resistenza dei gatti sono molti, alcuni quasi incredibili: da quelli sopravissuti a un lavaggio in lavatrice o chiusi nel frigorifero, a quello che riguarda un felino di Tauranga, in Nuova Zelanda (un persiano grigio di sette chili di nome Bono), che è riuscito a rimanere aggrappato per qualche chilometro al tettuccio dell’automobile del suo padrone, in viaggio a 50 km l’ora. Ad accorgersi di lui è stato un poliziotto, che incrociata la vettura si è messo subito all’inseguimento. Quando il padrone ha frenato si è visto scivolare sul parabrezza il suo gatto, che si è aggrappato al tergicristallo. «Ero sicuro di averlo allontanato dalla macchina – ha detto – quando sono partito per andare al lavoro». Le tante persone che amano i gatti sanno quanto i caratteri degli animali siano diversi l’uno dall’altro, e a volte imprevedibili. Forse China si è trovato dall’altra parte del mare perché voleva fuggire da un Paese ancora protagonista del traffico clandestino internazionale di pellicce della sua specie: oltre 2 milioni di cani e gatti, dice un’indagine della «Humane Society of the United States», vengono massacrati ogni anno nei Paesi asiatici. L’indagine ha trovato dalle 50 alle 100 mila pelli di gatto non conciate che erano stoccate in riserve di sottoprodotti animali di stabilimenti in cinesi. Per fare un cappotto di cane vengono uccisi almeno dieci esemplari – anche di più, se vengono usati i cuccioli – e fino a 24 gatti vengono sacrificati per fare una pelliccia di gatto. La pelliccia di cani e gatti è usata in cornici, stoffe per fodere, cappelli, statuette decorative e rimedi popolari. Le pelli sono usate anche per i giochi masticabili per cani e per fabbricare scarpe. China, comunque, ora è in salvo. Anche se chi vorrà adottarlo dovrà attendere sei mesi per le vaccinazioni e la quarantena di rito: le leggi degli Stati Uniti sugli immigrati e i «clandestini» sono severissime. Carlo Grande