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 2007  maggio 14 Lunedì calendario

Aiuto, la Cina ricomincia a fare figli. La Stampa 14 Maggio 2007. Nei freddi e cinici conti degli economisti cinesi questo è uno degli elementi essenziali: il Paese ha creato le basi dello sviluppo attuale anche con la ferrea politica del figlio unico

Aiuto, la Cina ricomincia a fare figli. La Stampa 14 Maggio 2007. Nei freddi e cinici conti degli economisti cinesi questo è uno degli elementi essenziali: il Paese ha creato le basi dello sviluppo attuale anche con la ferrea politica del figlio unico. Dal 1980, quando è cominciata, sono mancati alla nascita 300 milioni di cinesi. Le risorse risparmiate a tirar su questa moltitudine di pargoletti sono state investite in produzioni che hanno strappato dalla povertà altre centinaia di milioni di anime. Ma il grande muro del controllo delle nascite sta crollando, almeno così teme il direttore dell’ufficio della pianificazione familiare Zhang Weiqing che denuncia: la popolazione cinese dà di nuovo segnali di rapida crescita. Ci sono due strumenti attraverso cui si applica la politica del figlio unico, uno amministrativo e l’altro economico. Da un punto di vista amministrativo i funzionari statali con due figli sono penalizzati nella carriera e inoltre i figli, oltre all’unico consentito dalla legge, devono pagare una tassa in più. Questa tassa, un tempo enorme e ancora oggi onerosa, è comunque una spesa affrontabile dalla nuova classe media. D’altro canto lo Stato non è più il datore di lavoro unico, come accadeva un tempo, e fuori dallo Stato nessuno guarda al numero dei figli. Inoltre anche nello Stato i funzionari che non hanno speranza o ambizione di fare carriera se ne infischiano dei divieti. In altre parole proprio il successo dello sviluppo economico e la trasformazione dell’apparato statale stanno distruggendo quella politica delle nascite che ha reso possibile lo sviluppo. Il fenomeno attraversa tutti i settori della società. In campagna i giovani si sposano e fanno figli prima dell’età minima consentita, intorno ai 20 anni, e questo già aumenta il numero dei bimbi in circolazione. Inoltre il secondo o terzo figlio spesso vengono registrati a nome di parenti, senza eredi, oppure semplicemente il funzionario locale chiude un occhio, in cambio del dono di un paio di capponi. «In province popolose della parte centrale e occidentale del Paese è già in parte cominciato un fenomeno di ritorno della crescita della popolazione», spiega l’agenzia ufficiale Nuova Cina. La Cina conta oggi 1,3 miliardi di persone e vorrebbe arrivare alla metà di questo secolo con una popolazione intorno a 1,5 miliardi. L’attuale tasso di crescita della popolazione in India è più alto di quello cinese e, secondo le attuali proiezioni, il numero degli indiani potrebbe superare quello dei cinesi tra il 2025 o il 2050. Ma non è detto. In Cina la politica centrale del figlio unico si è molto rilassata. Le minoranze etniche, come i tibetani o gli uiguri possono avere fino a tre figli, i figli unici possono avere due figli. La minaccia forse più grave però arriva dalle star del cinema o della televisione, dalla nuova classe sociale dei ricchi. Un dieci per cento di loro ha ormai una media di tre figli, il che è un’ispirazione e un modello ideale per chi, più povero, invece di figli può averne solo uno. Così le autorità urlano all’ingiustizia sociale. Per i contadini i figli in più sono una forma di capitale familiare, non un lusso da esibire: «Per prima cosa bisogna investire in gente», dicono. Più braccia al lavoro significano più introiti, e, in mancanza di un sistema di pensioni sociali in campagna, significa anche più sicurezza per i genitori in vecchiaia. Per i ricchi invece i figli sono il lusso più grande. Anche perché costano: dall’asilo ai corsi di specializzazione post universitari l’educazione di un erede, nelle scuole aristocratiche della capitale, costa più di un paio di Ferrari. Ma se c’è da scegliere, un cinese non ha dubbi: meglio un figlio di un’automobile o una casa. Non bisogna dimenticare, in tutto ciò, il fattore culturale: in Cina non è mai esistito il dio unico medio-orientale, e neppure gli olimpi pagani indo-europei. Per i cinesi la continuità della propria vita e di quella degli antenati nella carne e il sangue dei figli è quasi tutto. Qui il suicidio è peccato non contro il cielo o gli dei ma contro i genitori, che ti hanno dato la vita. Essa non ti appartiene, è dei genitori e degli antenati. E poi c’è dell’altro, che non è logica o economia, ma affetto. Qui tutti portano i bambini in giro e nessuno si lamenta se piangono o gridano. La gente si giudica anche per come si comporta con i bambini. Per nazionalismo, per combattere la miseria, per obbedienza i cinesi si sono privati in meno di 30 anni di oltre 300 milioni di figli. Ora, che il peggio sembra essere passato, non ce la fanno più. Forse non hanno torto e la Cina ce la farà lo stesso con un po’ di bimbi in più. Francesco Sisci