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 2007  maggio 14 Lunedì calendario

Banche fusioni e potere. La Stampa 14 Maggio 2007. La somma delle azioni di Mediobanca possedute da Capitalia e Unicredit è tale da assicurare a chi ne avesse il controllo una posizione di predominio nel controllo della stessa Mediobanca

Banche fusioni e potere. La Stampa 14 Maggio 2007. La somma delle azioni di Mediobanca possedute da Capitalia e Unicredit è tale da assicurare a chi ne avesse il controllo una posizione di predominio nel controllo della stessa Mediobanca. Mediobanca, a sua volta, rappresenta un nodo strategico nella struttura proprietaria del capitalismo italiano e il suo controllo potrebbe prefigurare un potere di indirizzo su imprese, dalle Generali al Corriere della Sera, che di tale capitalismo costituiscono il fulcro. Sarebbe certamente molto grave se l’acquisizione di Capitalia da parte di Unicredit - una possibilità che ha movimentato le cronache economiche la settimana scorsa e continuerà certamente a farlo in quella che oggi si apre - fosse motivata, esclusivamente o principalmente, dall’obiettivo di acquisire questo controllo, ossia da ragioni di puro e semplice potere. In questo caso i banchieri non si comporterebbero da banchieri, investiti, pur nella necessità di generare profitti, di una serie di responsabilità generali nella gestione del sistema dei pagamenti e del credito, bensì da finanzieri d’assalto impegnati in un gigantesco gioco del Monopoli, mossi dal desiderio - in fondo infantile e irresponsabile - di aumentare a dismisura il proprio potere personale. Mossi dal desiderio di dominare l’economia anziché svolgere innanzitutto un servizio all’economia. Avrebbe allora ragione Mario Monti, il quale, in una recente dichiarazione, singolarmente preoccupata, ha accusato gli istituti bancari di costituire o voler costituire una sorta di governo occulto. Se così fosse, andrebbe, come minimo, ricordato ai banchieri il grande rischio di giocare partite politiche: l’esempio più illustre è quello romano di Marco Licinio Crasso, titolare di un impero finanziario nel tramonto della Roma repubblicana. Aveva stretto nella Roma repubblicana al tramonto il patto di triumvirato con Cesare e Antonio (vero e proprio esempio di governo occulto), ebbe un importante comando militare, fu catturato dai Parti che lo uccisero facendogli bere dell’oro fuso. In realtà, la tendenza delle banche italiane alla concentrazione (così è nata la stessa Unicredit, così sono sorte le tre grandi aggregazioni avvenute in tempi recentissimi) fa parte di una gigantesca ondata mondiale di fusioni bancarie, sospinte da mutamenti radicali nelle tecnologie che stanno alterando profondamente la struttura dei costi e la natura dell’attività creditizia che assume sempre più dimensioni mondiali e nella quale le banche stesse, nel loro complesso, rischiano di essere spiazzate da altri operatori. Il costo (in ogni caso estremamente rilevante) della piattaforma informatica di un istituto di credito non è molto diverso per una banca con un milione o dieci milioni di depositanti/clienti; una fusione che unifichi le piattaforme informatiche consente di spalmarlo su un numero sempre maggiore di operazioni e quindi di diminuirne, talora molto sensibilmente, il costo unitario. D’altra parte, le somme minime necessarie per operare sul mercato finanziario mondiale salgono continuamente mentre i margini tendono a scendere; nasce così un’autentica «fame» mondiale di capitali finanziari da impiegare, soprattutto a breve. Le banche - tranne alcuni istituti «di nicchia» in grado di offrire servizi personalizzati a determinati territori o categorie di clienti - sono quindi sospinte a cercare fusioni, a invadere il territorio altrui così come i barbari venivano sospinti a invadere l’impero romano da altre ondate di barbari di cui sentivano la pressione. I predatori sono costretti a essere predatori per non diventare prede, a mangiare per diventare più grossi ed evitare di essere mangiati. Nella grande battaglia in corso per il controllo dell’olandese Abn Amro i comportamenti aggressivi delle banche spagnole e britanniche sono in definitiva determinati dalla loro paura di essere troppo piccole per resistere a eventuali offerte d’acquisto da parte delle grandi banche degli Stati Uniti che cercano di sfuggire, mediante l’acquisto di grandi banche in altri Paesi, all’eventualità di un rallentamento e forse di una crisi seria, dell’economia del loro Paese. Le banche italiane e di altri Paesi cercano quindi di unirsi prima di tutto per non essere travolte. La fusione tra SanPaolo e Banca Intesa, pur con le sue rilevanti difficoltà e incertezze organizzative, risponde a questo tipo di logica, a una motivazione di indipendenza e di identità anziché a quella, piuttosto puerile, di vedere aumentare il numero di zeri nelle cifre del proprio bilancio. In questo contesto, la possibile acquisizione di Capitalia da parte di Unicredit rappresenterebbe un ulteriore episodio di concentrazione ma farebbe nascere molti pericoli. Si corrono infatti due rischi: che le dimensioni della nuova banca, pur accettabili a livello mondiale ed europeo, risultino troppo ingombranti in termini di potere nella realtà finanziaria italiana e che le due culture bancarie non riescano a fondersi perfettamente in tempi ragionevoli. Una delle ragioni di fondo del successo di Unicredit, e in particolare del suo amministratore delegato, Alessandro Profumo, è rappresentata dalla sua capacità di integrare le realtà bancarie delle numerose entità, italiane ed estere, che lo compongono non solo dal punto di vista tecnico ma anche da quello, molto più importante, delle motivazioni profonde, dello «stile» che deve caratterizzare l’attività bancaria. Ci sono però buoni motivi per ritenere che l’integrazione di Capitalia, distantissima dal modello Unicredit per la sua natura di fornitrice tradizionale di finanziamenti principalmente a istituzioni pubbliche o comunque legati ad attività di tipo pubblico, sia di ben altra difficoltà; è del resto difficile, come si è detto sopra, che tale integrazione possa avvenire senza lo stravolgimento degli assi finanziari italiani, a meno di adeguate cessioni di partecipazioni finanziarie. Tutto ciò riapre il problema non solo dei rapporti tra banca e finanza ma anche tra banca e società civile. ben difficile che grandi gruppi bancari europei possano crescere ancora all’interno del loro Paese in quanto rischiano - non solo in Italia - di pesare troppo; ulteriori integrazioni richiedono l’apertura di uno spazio bancario europeo che succeda agli angusti spazi bancari nazionali, alcuni dei quali, come quello francese, praticamente interdetti agli stranieri. Si tratta di uno sviluppo non facile ma sicuramente necessario; altrimenti i banchieri europei finirebbero per essere troppo vicini al potere per poter svolgere un’attività bancaria in regime di mercato. Con il rischio che, come Marco Licinio Crasso, si trovino costretti a bere il proprio oro fuso. Mario Deaglio