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 2007  maggio 13 Domenica calendario

Grano, l’Italia è in riserva. La Stampa 13 Maggio 2007. Roma. L’allarme viene dal mulino: «L’Italia importa il 60% del proprio fabbisogno di grano tenero e si sta avviando ad importare quasi il 50% del grano duro - dice Ivano Vacondio, presidente di Italmpoa -

Grano, l’Italia è in riserva. La Stampa 13 Maggio 2007. Roma. L’allarme viene dal mulino: «L’Italia importa il 60% del proprio fabbisogno di grano tenero e si sta avviando ad importare quasi il 50% del grano duro - dice Ivano Vacondio, presidente di Italmpoa - . Siamo un Paese che fa entrare dall’estero quantità immense di cereali superiori persino alla Cina». Ma su questa condizione di grandi importatori pesa un altro aspetto: «Ad aggravare la situazione, in futuro, potrebbe essere anche il nuovo corso delle agroenergie - aggiunge il numero uno dell’associazione che rappresenta l’industria molitoria italiana - gli imprenditori agricoli saranno spinti ad investire su produzioni cerealicole "no food", già ampiamente incentivate, provocando di fatto un innalzamento dei prezzi sul mercato, tendenza già peraltro riscontrata». Le conseguenze appaiono evidenti: «questo trend legato al cosiddetto kilowattora verde - conclude Vacondio - richiederà ulteriori importazioni dall’estero, cosa non facile viste le difficoltà logistiche dovute alla mancanza di strutture portuali e all’inadeguatezza di quelle ferroviarie, che già oggi mettono a dura prova le industrie di prima trasformazione». Italmpoa intende vigilare sui prezzi delle materie prime, ma non sarà un compito semplice. Sui rischi per la produzione nazionale di grano il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, non condivide però le preoccupazioni di Vacondio: «Ricorrentemente - dice - si esprime preoccupazione sull’ipotetica penuria di materie prime alimentari, ed in particolare di cereali, derivante dall’espansione della coltivazione di superfici destinate alla produzione di materie prime agricole per la trasformazione in energia. Ma i dati 2006 confermano che in Italia le coltivazioni "no food" hanno avuto una diffusione assolutamente trascurabile, 10.000 ettari circa di semi oleosi destinati alla produzione di biodiesel che quest’anno, forse, diventeranno 70.000, mentre per l’etanolo siamo ancora fermi al palo». E Vecchioni è sicuro che non si stia registrando penuria di grano duro, dato che il calo delle semine, seguito alla riforma di medio termine del 2003, è in via di riassorbimento, grazie ai prezzi più remunerativi e al crescente interesse per questa coltura nelle regioni del Nord. Senza contare che restano da riconvertire le superfici occupate dalla barbabietola da zucchero prima della riforma di mercato dello zucchero. «Abbiamo sempre sostenuto - precisa infine il presidente di Confagricoltura - che le produzioni finalizzate alla bioenergia non saranno mai sostitutive delle coltivazioni a scopo alimentare, ma semmai assumeranno un ruolo complementare». Vanni Cornero