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 2007  maggio 13 Domenica calendario

Profumo ”l’europeo” tra realpolitik e indipendenza. La Stampa 13 Maggio 2007. Milano. Da un lato l’«Aufsichtsrat» - il consiglio dei sorveglianza - di Deutsche Börse, dall’altro i palazzi romani che contano al di qua ed al di là del Tevere

Profumo ”l’europeo” tra realpolitik e indipendenza. La Stampa 13 Maggio 2007. Milano. Da un lato l’«Aufsichtsrat» - il consiglio dei sorveglianza - di Deutsche Börse, dall’altro i palazzi romani che contano al di qua ed al di là del Tevere. Da una parte il banchiere che sulla giacca si è cucito l’etichetta di «europeo», dall’altra quello che non si è mai levato «il saio di Bankitalia», indossato in anni lontani. Insomma - direbbe Tonino Di Pietro - «che c’azzeccano» Alessandro Profumo e Cesare Geronzi? Poco, pochissimo, praticamente nulla. Tanto che la possibile alleanza tra le due banche - e inevitabilmente tra i due banchieri - continua a sollevare perplessità. Come giustificherebbe Profumo, il banchiere che ha sempre messo nella sua ragione sociale l’indipendenza dalla politica, le nozze con la più «politica» delle banche italiane? E, simmetricamente, come potrebbe Geronzi accettare di vedere la sua banca acquisita - di questo si tratterebbe - e lui stesso magari ridimensionato nell’esercizio di un potere che oggi amministra come pochi altri? Così la teoria «dietrologica» sostiene che dietro l’inconsueto attivismo verbale di Profumo sulla possibile intesa ci possa essere soprattutto la necessità di mostrare a quelle istituzioni - in primis la Banca d’Italia - le quali vedrebbero di buon occhio il matrimonio tra le due banche, che in piazza Cordusio la disponibilità non manca, ma... Ma, ad esempio, proprio il gran parlare di questi giorni che ha spinto all’insù il titolo Capitalia, alza in modo sensibile il prezzo di una possibile acquisizione e abbatte dunque la possibile «creazione di valore» che Profumo ha sempre detto di voler trovare. Un gioco di specchi tra le ragioni della politica e quelle della finanza, insomma, che secondo alcuni potrebbe vedere protagonista anche lo stesso Geronzi. Per il presidente di Capitalia il vero punto interrogativo è la sorte di quel 9% della banca oggi in mano agli olandesi di Abn Amro. Una quota che domina il patto di sindacato e di conseguenza tutto l’attuale azionariato. Ma gli olandesi, si sa, sono sotto attacco e dal destino finale di quella quota dipende anche il futuro di Capitalia e dello stesso Geronzi. Così c’è chi pensa che il presidente speri più che altro al successo di un’offerta su Abn guidata dalla Royal Bank of Scotland, che porterebbe in mano agli alleati del Santander la quota in Capitalia e l’intera Antonveneta. A quel punto, con la benedizione del triangolo Geronzi- Vincent Bolloré-Emilio Botin un’operazione Capitalia-Antonveneta tornerebbe d’attualità e i francesi, oggi agitati per il destino di Mediobanca, potrebbero trovarsi ancora più vicini ai loro interessi italiani. Come che vadano le cose, il banchiere romano ha già fatto sapere che la presidenza di un - ancora virtuale - consiglio di sorveglianza di Mediobanca non gli interessa. Sia perché considera il potere esercitabile da piazzetta Cuccia meno incisivo di quello al quale è abituato, sia per dare un segnale preciso che se l’operazione Unicredit-Capitalia davvero si farà il ruolo che chiede è più centrale. Che una pressione istituzionale per le nozze tutte italiane ci sia, comunque, è ovvio e in fondo ben comprensibile. Se davvero Unicredit si spingesse verso Société Generale - magari con la prospettiva di spostare la sede a Parigi che non dovrebbe turbare troppo l’«europeo» Profumo - e se al contempo Capitalia entrasse in un disegno più vasto che veda protagonisti soci francesi e spagnoli, allora l’Italia rischierebbe di ricordare il 2007 come l’anno in cui i centri decisionali o comunque i nuclei azionari di ben due grandi gruppi bancari sono passati oltreconfine. Così è anche possibile che, nonostante i dubbi e le difficoltà ad integrare banche e banchieri, possa prevalere la «realpolitik» di casa nostra. Questione, specie per quel che riguarda Profumo, di equilbri. Se l’ad Unicredit ha sempre detto che le pressioni della politica su di lui non funzionano, è probabilmente anche cosciente che a quel mondo non può opporre sempre e solo dei «no» o chiamarsi fuori, vedasi Abertis-Autostrade o Telecom. Un’apertura a esigenze istituzionali di accordo con Capitalia anche se malvista - lo segnala l’andamento dei titoli - dagli azionisti, potrebbe comunque essere presentata come il necessario lasciapassare per future operazioni anche all’estero. E in fondo è questione di equilibri anche sulla dimensione nazionale dell’europea Unicredit a cui forse non spiacerebbe riconquistare il primato di operatore nazionale di recente strappato da Sanpaolo-Intesa. Francesco Manacorda