La Stampa 13/05/2007, pag.25 Alain Elkann, 13 maggio 2007
Lorenzo Amato. La Stampa 13 Maggio 2007. Lorenzo Amato, lei ha studiato pianoforte prima di decidere di fare l’attore e il regista
Lorenzo Amato. La Stampa 13 Maggio 2007. Lorenzo Amato, lei ha studiato pianoforte prima di decidere di fare l’attore e il regista. Perché questa svolta? «Per due motivi: il primo perché la vita del pianista è troppo solitaria e poi forse perché i miei genitori non hanno avuto il pugno sufficientemente duro». In che senso? «Ero un giovane talento, ottenevo ottimi risultati, prendevo anche lezioni da un pianista molto famoso. Ma mancava la volontà, la mia e quella dei genitori». Erano troppo occupati o volevano altro per lei? «Erano occupati, questo è fuori dubbio. Ma avrebbero certamente preferito che smettessi il pianoforte per fare il chirurgo o l’avvocato». Hanno avuto molta influenza i suoi genitori? «Non tanto nella scelta quanto nelle aspettative: tutto doveva essere fatto ai massimi livelli. Mi davano molta libertà ma mi responsabilizzavano dicendo: fai tu. Una libertà difficile da sostenere». Il ruolo istituzionale di suo padre Giuliano è stato un peso per lei? «La carriera politica di mio padre è cominciata quando avevo 20 anni e ha pesato dopo. Naturalmente pesa ancora essere figli di "qualcuno": vuol dire essere giudicati due volte, come figli e per le proprie capacità». Ma potrebbe anche essere di aiuto? «Certo c’è stato uno stimolo, ma avere le spalle coperte forse impigrisce. Fossi stato il figlio di un impiegato delle poste avrei avuto la grinta che a me in qualche modo è mancata». Suo padre gioca a tennis e a ping pong. Dividete queste passioni? «Soprattutto il ping pong che giochiamo ad Ansedonia». Parlate di lavoro? «Con lui si comunica per via molto sintetica. E’ molto concentrato sulle sue cose ma anche sui suoi nipoti, con loro parla e gioca. Ma è giusto che sia così». Con sua madre che rapporti ha? «Ci sentiamo e ci vediamo spesso. Abbiamo un dialogo molto aperto e ricco anche sul lavoro». Adesso lei ha una vita indipendente? Ha recitato molto? «Sì. Intanto curo la regia di un’opera lirica La Rondine per il Festival di Puccini a Torre del Lago. Poi con una nuova compagnia di giovani a Salerno dirigerò una commedia inglese di un giovane autore Mark Ravenhill. E interpreterò il ruolo di Moscarda, cioè il protagonista, in "Uno, nessuno centomila" di Pirandello». E la televisione? «Sto lavorando a un progetto che è orientato verso la regia per una fiction Rai». Qual è la situazione del teatro in Italia? «Deprimente, perché è un sistema tremendamente chiuso dove il ricambio generazionale è assente. E’ un sistema di scambismo. C’è un monopolio da parte di alcuni attori e registi, che da soli assorbono la grandissima parte di un mercato non così fiorente. Per cui lo spazio è sempre poco». Forse avevano ragione i suoi genitori che la preferivano come medico o avvocato? «Avrei dato loro meno preoccupazioni: fare teatro è terribilmente frustrante perché siamo dominati da una sorta di star system, in cui non esiste la meritocrazia. Se uno fa una bella cosa non serve, bisogna ogni volta ricominciare. Il mestiere del drammaturgo è molto svalutato». C’è poca voglia di investire e di rischiare sul nuovo? «Sì, lo spettatore è molto più intelligente ed aperto del circuitatore. Io denuncio questa difficoltà di imporre sul mercato cose nuove e riuscire a far sì che questi spettacoli si affermino, anche se non sono supportati da grandi attori». Chi è stato il suo maestro? «Il mio punto di riferimento è Strehler ma non è stato il mio maestro. Cerco di imparare un po’ dappertutto. Non amo l’idea del regista intellettuale chiuso e snob. Penso che il teatro sia una forma di spettacolo popolare e quindi si deve tenere conto di tutti gli stimoli che arrivano anche dalla televisione. Questo vale anche per la tv trash. Il teatro è scambio tra regista, attore e spettatore. E gli italiani amano il teatro: basti pensare che lo scorso anno il teatro ha fatto più spettatori del calcio». E quindi questo è il momento ideale? «Sì, senz’altro». Non ha nostalgia per il piano? «Molta, lo suono spesso. La musica classica - ma non solo - per me è importantissima. Pensi che nelle mie regie, per mettere in piedi una scena, parto da un brano musicale». Che cosa le hanno insegnato i suoi genitori? «Mi hanno insegnato a non approfittare mai della mia provenienza, e contemporaneamente di non accontentarmi mai e quindi di studiare, lavorare e soprattutto di vivere come fanno tutti i miei migliori amici. Ognuno deve riuscire a realizzare le proprie urgenze e passioni assumendone sulle proprie spalle tutta la responsabilità e non sulle spalle della propria famiglia». Alain Elkann