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 2007  maggio 13 Domenica calendario

Una Hillary nera a fianco di Obama. La Stampa 13 Maggio 2007. Rimprovera il marito per non sapersi riordinare il letto, lo prende in giro per le orecchie grandi, avverte gli elettori che da presidente degli Stati Uniti «dirà cose scomode» e appena può abbandona la campagna elettorale per tornare dai figli Malia e Sasha, di 8 e 5 anni

Una Hillary nera a fianco di Obama. La Stampa 13 Maggio 2007. Rimprovera il marito per non sapersi riordinare il letto, lo prende in giro per le orecchie grandi, avverte gli elettori che da presidente degli Stati Uniti «dirà cose scomode» e appena può abbandona la campagna elettorale per tornare dai figli Malia e Sasha, di 8 e 5 anni. Michelle Robinson Obama si presenta come l’esatto contrario del marito Barack in corsa per la nomination democratica alle elezioni alla Casa Bianca del 2008. Se Barack deve la popolarità all’essere affabile nei modi e all’impegno politico per unire l’America lei usa toni e termini definiti «mascolini» dal «New York Times», mentre il sogno kennediano di una nazione ricongiunta non lo convince: «Camelot non funziona, con i Kennedy fu una bella favola che si scoprì non essere vera perché nessuno può riuscirci». D’altra parte l’equilibrio di forza fra Michelle, 42 anni, e Barack, 46, sembra chiaro: non tanto perché come vice presidente dell’University of Chicago Hospitals nel 2006 lei ha guadagnato 273618 dollari rispetto ai 157082 del marito senatore, o perché è una fiera «working mom» (mamma lavoratrice) impegnata a seguire ogni attimo della giornata dei figli rispetto alla latitanza del consorte, quanto in ragione del fatto che senza di lei forse la corsa presidenziale sarebbe già finita. Il tallone d’Achille del senatore dell’Illinois è infatti quello di essere un afroamericano atipico: con padre kenyota e madre bianca non ha le radici di leader che viene dal ventre della comunità nera, come fu Martin Luther King e come sono Jesse Jackson e Al Sharpton. E’ un punto debole pericoloso perché solo il voto massiccio degli afroamericani può consentirgli di sopravvivere all’inizio delle primarie in Stati come il South Carolina. La storia di Michelle offre il rimedio: il padre Frasier era un dipendente comunale e la madre Marian faceva la segretaria, lei è cresciuta nei quartieri meno abbienti degli afroamericani sulla South Shore di Chicago e si è poi fatta da sola, laureandosi in sociologia a Princeton e quindi alla Law School di Harward, aprendosi la strada verso i più ambiti studi legali. La parabola della ragazza povera che si emancipa dalle difficoltà della periferia riuscendo a collezionare successi accademici e professionali fa di Michelle il modello di una donna afroamericana determinata quanto Condoleezza Rice ma con in più la capacità di avere e gestire una vita famigliare. E’ questa la carta che Barack gioca per spingere le elettrici a distogliere lo sguardo dalla più agguerrita rivale: Hillary Clinton. Se è vero che la maggioranza degli elettori americani sono donne e che le donne in maggioranza votano democratico, la sfida a distanza fra Michelle e Hillary può avere impatto sulla corsa alla nomination democratica per le elezioni 2008. Assediata dalla curiosità pubblica, Michelle fa di tutto per distinguersi da Hillary, mostrandosi più umana e assai meno formale. Al termine dei comizi anziché affrontare il tradizionale botta e risposta preferisce scendere fra la gente. A chi le rimprovera di essere poco accanto al marito risponde che i doveri di mamma sono più importanti e quando l’editorialista del «New York Times» Maureen Dowd ha bacchettato i suoi modi bruschi, ha ribattuto: «Questa mattina sono stata sommersa dagli abbracci di mio marito». La storia d’amore fra Michelle e Barack inizia in una società di consulenze legali di Chicago, quando lui è il nuovo arrivato e lei deve aiutarlo ad apprendere i segreti del mestiere. «Lo trovai affascinante, simpatico, certamente serio ma senza prendersi troppo sul serio», ricorda lei ora, per spiegare un amore quasi a prima vista che li portò a sposarsi nel 1992. Da allora gli alti e bassi non sono mancati: tre anni fa Michelle ricorse alle colonne del «Chicago Sun-Times» per far sapere a Barack che «la politica è una perdita di tempo» e durante la campagna del 2000 gli rimproverò di «pensare solo a te stesso» obbligandola ad «allevare i figli da sola». Tensione, stress, duelli verbali e confronti di opinione fanno parte di una dialettica famigliare impostata sulla reciproca franchezza, sovente brutale. E anche questo è un modo per distinguersi dai Clinton, accusati dal produttore di Hollywood David Geffen di essere degli «inguaribili bugiardi» tanto fra loro che con il resto del mondo, senza contare il tomo di Carl Bernstein in arrivo nelle librerie a metà giugno in cui si descrive Hillary come una donna che mente in continuazione. Venerdì Michelle ha annunciato le sue dimissioni dal lavoro: d’ora in poi si dedicherà a tempo pieno alla campagna elettorale del marito. Saranno le primarie a dire se alle donne democratiche piace più la «working mom» afroamericana Michelle oppure Hillary, seconda a nessuno nell’arte della gestione del potere di Washington. Maurizio Molinari