La Stampa 12/05/2007, pag.17 Maurizio Molinari, 12 maggio 2007
L’orgoglio mormone ”Voglio fare il presidente”. La Stampa 12 Maggio 2007. New York. Salvò le Olimpiadi invernali di Salt Lake City dal fallimento, è un uomo d’affari di successo, viene da una famiglia di repubblicani moderati, il padre fu governatore del Michigan e lui ha guidato con lo Stato liberal del Massachusetts battendosi contro le nozze gay
L’orgoglio mormone ”Voglio fare il presidente”. La Stampa 12 Maggio 2007. New York. Salvò le Olimpiadi invernali di Salt Lake City dal fallimento, è un uomo d’affari di successo, viene da una famiglia di repubblicani moderati, il padre fu governatore del Michigan e lui ha guidato con lo Stato liberal del Massachusetts battendosi contro le nozze gay. Sulla carta Mitt Romney, 60 anni, ha il curriculum del candidato conservatore perfetto per la Casa Bianca e l’apparente conferma viene dal fatto che nel primo trimestre di campagna ha raccolto 23 milioni di dollari - staccando Rudolph Giuliani e John McCain - ma l’ostacolo più difficile che deve superare sono dubbi e pregiudizi sulla sua fede. Romney è il quinto mormone a candidarsi a presidente - lo fecero anche il padre nel 1968 e il senatore dello Utah Orrin Hatch nel 2000 - ma la gara del 2008 è talmente aperta da farne per la prima volta un serio candidato alla nomination. Il pregiudizio nei confronti della Chiesa di Gesù Cristo l’Ultimo dei Santi è racchiuso in un dato: il 37 per cento degli americani non sono pronti ad avere un mormone come presidente. Il motivo si deve al fatto che molte Chiese evangeliche li considerano eretici in quanto hanno tre libri delle Scritture oltre alla Bibbia, incluso il Libro dei Mormoni considerato la traduzione delle tavolette trovate nel 1827 dal profeta Joseph Smith. I mormoni pensano che Smith abbia salvato la Cristianità dall’apostasia ripristinando la Chiesa dei Vangeli ma si tratta di un credo rigettato dagli evangelici, anche a causa del fatto che le sette fondamentaliste continuano a praticare la poligamia sebbene la Chiesa mormone vi abbia rinunciato dal 1890. A confermare quanto è radicato il pregiudizio anti-mormone è stato il reverendo Al Sharpton, voce di spicco della militanza liberal afroamericana, che durante un dibattito alla Biblioteca pubblica di New York si è detto certo che «la gente di fede impedirà la vittoria di un mormone» nelle elezioni del 2008. La reazione di Romney è stata di definire Sharpton «bigotto» e il reverendo ha fatto marcia indietro assicurando di essere stato «compreso male» ma l’incidente ha sottolineato la necessità per l’ex governatore di affrontare la questione. Alcuni dei suoi stretti collaboratori fanno trapelare la possibilità che Romney imiti John F. Kennedy che nel 1960, all’inizio della campagna elettorale che lo avrebbe trasformato nel primo presidente cattolico, pronunciò un discorso sulla fede, sfidando il sospetto che se fosse stato eletto avrebbe operato su indicazione del Papa e non della Costituzione. Da governatore del Massachusetts Romney ha già dimostrato di sapersi distaccare dalla fede: varò leggi sul consumo domenicale di alcol e per favorire le lotterie anche se i mormoni si oppongono al bere e al gioco d’azzardo. E in un’intervista a «60 Minutes» della Cbs si scaglia contro la poligamia, entrata nelle case degli americani con il serial tv della Hbo «Big Love», facendo mea culpa per il trisavolo con cinque mogli: «Fu obbligato a farlo, non riesco a pensare a qualcosa di più orribile della poligamia». L’intento è rassicurare gli evangelici e per riuscirci aggiunge un mea culpa sull’aborto: se fino a due anni fa era a favore, ora ha cambiato idea. «L’idea che i mormoni seguano gli ordini della loro Chiesa è falsa» ripete citando non solo il proprio curriculum politico ma anche quello di Harry Reid, il democratico del Nevada divenuto capo della maggioranza al Senato. Ma a differenza di Reid, Romney ha deciso di diventare presidente e vuole farlo con i repubblicani che hanno nelle Chiese evangeliche le roccaforti elettorali nell’entroterra. Da qui la possibilità che l’appello agli elettori stile-Kennedy sia inevitabile. Anche perché, sondaggi alla mano, Romney resta in grado di competere con Giuliani e McCain nei primi Stati che ospiteranno le primarie e, nel caso del New Hampshire, anche di vincere. In casa democratica si è convinti che sarebbe lo sfidante più facile da battere. Terry McAuliffe, capo della campagna di Hillary Clinton, lo dice sorridendo: «Se dovessi scommettere su un repubblicano, direi Romney». Il Mormonismo è una confessione religiosa che conta circa 12 milioni di fedeli. Nacque agli inizi dell’Ottocento negli Stati Uniti. Il soprannome di mormoni dato ai suoi sostenitori deriva dal «Libro di Mormon», «rivelato» al fondatore Joseph Smith nel 1830 (nell’illustrazione), e riconosciuto come un testo sacro assieme alla Bibbia. I mormoni riconoscono in Gesù Cristo l’unico vero capo della loro Chiesa, e il solo ed unico salvatore del genere umano. Si definiscono la chiesa originale di Gesù Cristo, «restaurata» in terra. La pellicola di Christopher Cain racconta la storia del massacro di Mountain Meadows, in Utah, compiuto l’11 settembre 1857, durante il quale trovarono la morte 120 coloni bianchi, una quarantina di famiglie, che dall’Arkansas stavano emigrando verso la California. Gli autori del raid furono un gruppo di mormoni, affiancati da indiani delle tribù Paiute, che uccisero senza alcuna pietà uomini, donne e bambini al di sopra degli 8 anni. I coloni riuscirono a resistere agli attacchi, ma a corto di viveri e munizioni, optarono per la resa sulla base delle garanzie di offerte dagli assalitori: appena deposte le armi avvenne il massacro. Il mandante, secondo il racconto di «September Dawn», fu Brigham Young, leader della comunità mormone e governatore dell’Utah. Una tesi seccamente respinta dalla stessa Chiesa fedele alle dichiarazioni di innocenza dell’allora leader religioso. Young, interpretato dall’attore britannico Terence Stamp, è dipinto come l’Osama bin Laden del XIX secolo, in un gioco di parallelismi che trova un’inquietante convergenza nella data del massacro, l’11 settembre, la stessa degli attacchi a New York e Washington. Dichiarandosi «secondo profeta», Young proclama lo «spargimento di sangue» degli «infedeli». La sua è una guerra contro gli Usa che stanno mandando truppe governative in Utah minacciando così la supremazia mormone: «Qualunque intruso - afferma nel film - avrà la gola tagliata da orecchio a orecchio». Per Jon Voight, che veste gli abiti di un vescovo mormone, l’interpretazione di Young risponde a realtà: il materiale ritrovato dai ricercatori negli archivi della Chiesa proverebbe una generica ostilità dei Mormoni contro ogni straniero. L’unico ad essere condannato per il massacro è tuttavia John D. Lee, figlio adottivo di Young ed esecutore materiale del raid, che si definisce, prima di essere giustiziato, un capro espiatorio. Maurizio Molinari