La Repubblica 14/05/2007, pagg.1-4 Guido Rampoldi, 14 maggio 2007
( Talebano - Talebani ) Il motore pachistano. La Repubblica 14 maggio 2007. «Un duro colpo», non una svolta né l´inizio d´una nuova fase
( Talebano - Talebani ) Il motore pachistano. La Repubblica 14 maggio 2007. «Un duro colpo», non una svolta né l´inizio d´una nuova fase. Nella prudenza con la quale la Nato ha commentato la morte di mullah Dadullah non c´è soltanto una differenza di stile con il trionfalismo con cui il Pentagono convertì l´uccisione del capo terrorista al Zawahiri in uno spot sullo strapotere della tecnologia statunitense e sulle magnifiche sorti dell´avventura in Iraq. L´alleanza occidentale sa bene che il suo successo cambia di poco i termini del conflitto. Semmai, conferma quanto è già noto a chiunque segua le vicende afgane senza i pregiudizi ideologici di gran moda in Italia. I Taliban sono politicamente divisi e militarmente deboli. Rimasugli d´un regime fallito, non sono affatto amati dagli afgani, se non nei villaggi stoltamente bombardati dall´aviazione americana o inutilmente affamati dalle truppe anglosassoni quando quelle ancora sradicavano campi di papavero da oppio. E la presenza della Nato è molto più avversata in Europa di quanto non lo sia laggiù. Se poi gli europei si convincessero che la partita non è affatto persa e gli americani rinunciassero a disfare con un uso talvolta dissennato della forza quel che alcuni europei faticosamente costruiscono con il buon senso, forse le cose andrebbero ancora meglio. Eppure anche in quel caso lo scontro continuerebbe. Per la semplicissima ragione che il suo motore primo è oltre il confine, in Pakistan. La relazione tra il Pakistan e i Taliban oggi è molto più complessa di quanto non fu all´origine, negli anni Novanta, quando i militari di Islamabad conducevano per mano la milizia islamista sui campi di battaglia e non di rado compravano le sue vittorie con moneta sonante. Dadullah viene da quella storia. Era divenuto mullah così come lo si diventa in Afghanistan: con un passato guerresco, un po´ di denaro, una barba lunga e molta fiducia nel propria sapienza teologica; gli giovava anche la mutilazione (una mina gli aveva portato via una gamba), in quanto prova di sacrificio per la causa. Invece irrilevante la sua crudeltà. Nel 2000 aveva represso la rivolta degli hazara, l´etnia afgana che discende dai mongoli di Gengis Khan, con massacri sommari e spellamento di prigionieri secondo il costume antico, dal cranio fino alle spalle. Li documentò il rapporto d´una fondazione americana, la Mac Arthur, circostanziato ma intempestivo: i Taliban avevano appena sbriciolato con la dinamite le due statue di Buddha a Bamyan e Kofi Annan cercava di placarli, come gli suggeriva il Pakistan. Quelle imprese non impedirono la simbolica stretta di mano di Islamabad, tra il segretario generale dell´Onu e il ministro degli Esteri dell´emirato. Né suggerirono all´Occidente che era tempo di occuparsi dei Taliban e dei loro ospiti, gli arabi di al Qaeda. Sopravvissuto alla guerra americana, Dadullah era diventato il comandante dei Taliban nell´Helmand, la più grande coltivazione al mondo di papavero da oppio, e aveva continuato a praticare la crudeltà nella forma più antica, con sgozzamenti e decapitazioni di maestre, di poliziotti, di ostaggi. Ma l´orizzonte della sua guerra s´era allargato enormemente. Se i Taliban della prima ora combattevano per liberare l´Afghanistan dal peccato e dai suoi demoni, i mujahiddin, i Taliban di adesso fanno la loro parte nella jihad globale di al-Qaeda. Così si percepiscono e così sono avvertiti dall´estremismo islamista nel mondo, che ieri, nei suoi siti-internet, onorava il comandante caduto e prometteva di vendicarlo. Il nuovo ruolo comporta uno straordinario appetito per le apparizioni sui media, con due effetti ben visibili in Dadullah: una vera smania di costruire la propria immagine e una passione per la violenza nella forma più spettacolare, in genere la più sinistra. Ma per quanto cambiati, i Taliban restano per molti afgani i mercenari del Pakistan. Lo stesso Dadullah sembrava voler fugare proprio quel sospetto in una delle sue ultime interviste, lì dove negava d´essere andato in Pakistan per negoziare i due ostaggi francesi. Dobbiamo credere al feroce mulllah oppure ai sospettosi? Secondo un recente rapporto del Segretario generale delle Nazioni Unite, sotto il nome di "Taliban" vanno cinque costellazioni di milizie. Di queste cinque, almeno un paio sono formate da pashtun che vivono a cavallo del confine tra Pakistan e Afghanistan; una è agli ordini d´un alleato storico dei servizi segreti pakistani, Jalaluddin Haqqani; una quarta risponde direttamente all´emiro di Omar e alla sura, o consiglio, di Kandahar, che però oggi sarebbe per buona parte in Pakistan. Quantomeno, sul confine c´è un gran viavai. Questo non implica che il generale Musharraf controlli quell´andirivieni. Ma neppure smania per interromperlo. obbligato alla neutralità dalla propria debolezza. Il suo partito governa l´indocile Belucistan e Quetta, dirimpetto a Kandahar, in coalizione con il partito fondamentalista che ha costruito i Taliban nelle sue scuole coraniche. E il voto islamista peserà nelle prossime elezioni presidenziali, se Musharraf chiamerà il Paese alle urne entro l´anno, così come ha promesso. La sorte dell´Afghanistan in qualche misura dipende anche dal bivio cui si trova il presidente pakistano. Mosso dalla comprensibile aspirazione a sopravvivere, non solo politicamente, Musharraf deve scegliere tra vincere le elezioni e tenersi il potere con un nuovo golpe. Preferirebbe la prima soluzione. Ma ha difficoltà a concludere un´alleanza con il partito più forte, il PP di Benazir Bhutto, colei che patrocinò i Taliban ma oggi li considera nemici della sua nazione e della civiltà. Se Musharraf riuscisse a garantirsi la rielezione, probabilmente sarebbe in grado di offrire al governo afgano una collaborazione limitata ma forse leale. tornato a prometterla due settimane e gli ottimisti potrebbero supporre che proprio i suoi servizi segreti abbiano offerto agli americani le dritte per scovare Dadullah. Però il generale-presidente contempla anche l´altra via d´uscita, una dittatura esplicita. In questi giorni ha represso con estrema durezza le manifestazioni di piazza, a Karachi, in difesa della legalità. E con decine di morti ha dimostrato la facilità con cui potrebbe precostituirsi il pretesto per "salvare il Paese dal caos" nel modo solito, il golpe. Se questa fosse la sua scelta, l´Afghanistan ne pagherebbe le conseguenze. Anche una dittatura deve disporre d´un minimo di consenso, e un Musharraf tiranno potrebbe trovarlo solo nei fondamentalisti, i protettori dei Taliban. Così il cadavere di Dadullah avvolto in un vezzoso lenzuolo rosa e mostrato ai giornalisti con un certo sprezzo per la dignità della morte potrebbe pesare meno dei pakistani invisibili uccisi a Karachi. In ogni caso, sarebbe sensato cominciare a chiedersi se non si debba cercare innanzitutto in Pakistan la soluzione al conflitto afgano. Guido Rampoldi