Corriere della Sera 14/05/2007, pag.5 Guido Olimpio, 14 maggio 2007
L’offensiva preventiva Usa: predator e cannoniere volanti. Corriere della Sera 14 maggio 2007. «La prossima primavera porteremo la vergogna della sconfitta sulle spalle di ebrei e cristiani
L’offensiva preventiva Usa: predator e cannoniere volanti. Corriere della Sera 14 maggio 2007. «La prossima primavera porteremo la vergogna della sconfitta sulle spalle di ebrei e cristiani... Li sentirete piangere venti volte al giorno». Questa la profezia di Dadullah lo zoppo in una delle sua tante interviste. Si sbagliava. I bellicosi messaggi del mullah non hanno avuto un seguito sul campo perché i talebani hanno lanciato la Jihad della parola piuttosto che quella della spada. Hanno messo a segno qualche colpo, ma hanno sofferto la strategia Nato orchestrata dal generale Dan McNeill. La coalizione ha lasciato parlare la guerriglia. Avendo a disposizione forze contate, gli americani hanno optato per azioni mirate. Già a dicembre il comando Nato ha coordinato una serie di incursioni aeree (con caccia, elicotteri e cannoniere volanti Spectre) che hanno raggiunto gli obiettivi. Lungo il confine con il Pakistan e nelle province sud-orientali si sono mosse le unità speciali. La Task Force 145 ha spazzato via diversi mullah: in pochi mesi i talebani hanno perso 500-600 uomini. Sono caduti il cassiere di Dadullah e almeno tre «colonnelli». Le incursioni sono state favorite da un’intelligence migliore rispetto al passato. Gli americani hanno usato, letteralmente fino all’usura, gli aerei senza pilota – come i Predator – fondamentali nell’individuazione dei bersagli. Ciò non ha impedito errori gravi con molti civili uccisi. Stragi che hanno alimentato tensioni sia con i partner europei che con il governo Karzai. Sorpresi dalla guerra preventiva Nato, i talebani si sono affidati ai kamikaze con oltre 160 attacchi in un anno. Le bombe umane si sono rivelate controproducenti perché non hanno mutato il quadro generale e hanno provocato reazioni negative tra la popolazione. Nelle campagne i ribelli sono ricorsi alle trappole esplosive irachene seminate lungo le vie di comunicazione. Il tutto celebrato da uno sforzo propagandistico – via Internet e sulle tv satellitari – mai visto, con Dadullah nel ruolo di star. Ma i video raccontavano verità parziali. I guerriglieri avevano promesso di occupare città, di essere pronti a scatenare la «Ghazwat Al Badr», ossia l’assedio di Kabul (dal nome di un’epica vittoria di Maometto). Non ci sono riusciti. Le difficoltà operative sono aumentate per i dissidi tra i comandanti. Dadullah ha scippato scena e leadership ad altri capi, a cominciare da Haqqani. La disputa è finita al Consiglio talebano, davanti al mullah Omar. Rovesciando i vecchi ordini il capo ha dato ragione a Dadullah, aiutato anche da un accordo con i pachistani. La situazione si è fatta più difficile con l’esplosione di una faida sanguinosa nelle aree tribali del Pakistan, tradizionale santuario talebano. Militanti qaedisti (soprattutto uzbeki) e clan si sono dati battaglia costringendo lo stesso Dadullah a fare da mediatore. Il mullah ha allora giocato la carta degli ostaggi. Ricatti che hanno gonfiato il petto di Dadullah ma probabilmente hanno segnato la sua sorte. Per gestire i casi doveva comparire, farsi vedere e alla fine lo hanno trovato. Come il suo gemello iracheno Al Zarkawi, è stato tradito dalla passione del video. Adesso i talebani dovranno rispondere per dimostrare che Dadullah era solo uno dei tanti. Guido Olimpio