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 2007  maggio 14 Lunedì calendario

Coltello, videocamera, telefono satellitare E diceva: «Così caccerò i nemici infedeli». Corriere della Sera 14 maggio 2007

Coltello, videocamera, telefono satellitare E diceva: «Così caccerò i nemici infedeli». Corriere della Sera 14 maggio 2007. Kabul. Difficile distinguere le leggende dalla realtà. Perché, anche tra i suoi più accesi nemici, il mullah Dadullah già da tempo era oggetto di racconti semi-fantastici che ne esaltavano la brutalità fanatica, il piacere sadico nelle decapitazioni dei suoi prigionieri, le fughe miracolose alla morte almeno tre volte nella sua esistenza, l’amore per la battaglia (ma non con le tecnologie delle armi moderne, lui avrebbe preferito la spada agli elicotteri), le predicazioni tra i giovani studenti delle madrasse di Karachi alla guerra santa «contro gli infedeli». E così facendo lo hanno trasformato, appena quarantenne, in un personaggio quasi da mito medioevale. Quello che sembra appurato è che Dadullah incarna nella sua biografia la commistione esplosiva che oggi vede combattere fianco a fianco i talebani afghani con i grandi clan pashtun residenti nelle «Zone Tribali» pachistane. Nato alla metà degli anni Sessanta nel Balucistan pakistano, appena a nord della cittadina di Quetta dove sino all’ultimo ha mantenuto stretti contatti con l’Isi (i servizi segreti pakistani), apparteneva alla tribù dei Kakar. Come tanti altri giovani della sua regione, meno che ventenne si unisce al flusso di volontari che dalle scuole religiose (le madrasse appunto), con il pieno sostegno dell’Isi e i fondi pagati dalla Cia, vanno ad arruolarsi dai mujahedin afghani per combattere contro l’esercito sovietico. Il suo coraggio lo distingue subito. Già qui nasce la prima leggenda: non è ancora chiaro se la gamba sinistra la perda nelle battaglie degli anni ’80, oppure nel 1994, nella guerra civile tra milizie mujaheddin. Una versione vuole che resti gravemente ferito saltando su una mina alla periferia di Herat. In realtà per lui poco importa. Anzi, la gamba di legno gli dà un aspetto ancora più truce. l’uomo che serve al mullah Omar, il giovane predicatore senza un occhio proveniente dalla provincia di Kandahar, che dai primi anni ’90 si sta guadagnando la fiducia della popolazione dando la caccia alle bande di predoni e ponendo fine con il ferro e il fuoco alla situazione di anarchia seguita al ritiro dell’esercito sovietico (e al totale disinteresse occidentale). Il prezzo da pagare per tutti si rivelerà salatissimo: l’imposizione con la forza della legge islamica nella sua accezione più brutale e fanatica. E’ nominato responsabile militare per i 10 leader del «direttorio talebano», che affiancano il mullah Omar nella gestione del regime. Ma la sua crudeltà riesce a far inorridire persino il capo supremo. Per qualche mese il mullah Omar lo fa disarmare e allontanare dopo che lui ha ordinato il genocidio di migliaia e migliaia di civili hazara nella regione di Bamyan. Eppure la punizione dura poco. Dadullah è necessario per contrastare l’Alleanza del Nord e gli uomini del comandante Massud trincerati nella valle del Panshir. Dadullah torna a combattere. In fondo delle regole, anche quelle della religione talebana, gli importa poco. «Ricordo, un giorno della primavera del 2001. Stavamo filmando alcuni impiccati nel centro di Kabul. Ma veniamo fermati dai poliziotti del ministero del Vizio e della Virtù in nome del fatto che allora erano vietate le immagini di uomini e animali. Interviene Dadullah in nostra difesa e dice agli agenti: "Ma quale telecamera, non vedete che è un nuovo tipo di bazooka?". Quelli sono poco convinti, ma intimoriti da lui ci lasciano andare», racconta Amir Shah, corrispondente della Associated Press. Dopo la sconfitta talebana dell’autunno 2001, Dadullah scappa con il mullah Omar dalla sua tribù nel Balucistan. E da qui ricostruiscono le loro milizie. Il 27 marzo 2003, via telefono satellitare ordina ai suoi fedeli di decapitare Ricardo Murgia, il dipendente della Croce Rossa sudamericano rapito dai nuovi talebani alla periferia di Kandahar. Il terrore è ritornato. Sempre più spesso il «comandante gambadilegno» accetta di parlare con i giornalisti locali e stranieri. Le regioni di Helmand, Kandahar, Zabul, Uruzgan sono il suo regno. Qui addestra i nuovi kamikaze, un fenomeno sconosciuto per l’Afghanistan. Lo facilitano i suoi contatti con Al Qaeda e con i guerriglieri di ritorno dall’Iraq. Nel 2006 afferma di «controllare 12.000 uomini in 20 province». Si dice che persino Hamid Karzai voglia proporgli il dicastero della Difesa nel tentativo di «addomesticare» i talebani e farli entrare nel suo governo. Non funziona. Nell’intervista concessa al Corriere due settimane fa, Dadullah ribadisce il suo disprezzo per Karzai. «E’ un burattino nelle mani degli americani. E’ come una statua. Non mi pare possibile trattare con un presidente che non può assumere decisioni indipendenti. Prima si ritirino tutte le truppe straniere dal nostro Paese, poi ci parleremo», dichiara. Il rapimento di Daniele Mastrogiacomo e gli sviluppi più recenti sulle vicende degli ostaggi contribuiscono alla crescita della leggenda nera di Dadullah. E forse anche alla sua fine. Troppe telefonate, troppi contatti, troppa pubblicità. Dadullah non si comporta come il mullah Omar o Osama Bin Laden e i vertici di Al Qaeda. Tanto loro restano nell’ombra, quanto lui è sempre più un «comunicatore». E come tale infine è stato individuato e ucciso. Lorenzo Cremonesi