Corriere della Sera 13/05/2007, pag.31 Sergio Romano, 13 maggio 2007
Quando i diritti sono troppi e i doveri troppo pochi. Corriere della Sera 13 maggio 2007. Sono uno studente di 16 anni, e frequento il terzo Liceo scientifico
Quando i diritti sono troppi e i doveri troppo pochi. Corriere della Sera 13 maggio 2007. Sono uno studente di 16 anni, e frequento il terzo Liceo scientifico. Ho recentemente avuto una discussione con la mia professoressa di italiano e vorrei sapere la sua opinione. La traccia del tema era di analizzare un testo non letterario, e di rispondere a delle domande. L’ultima domanda era:«Esprimi la tua opinione riguardo al tema dei diritti». Io mi sono espresso liberamente dicendo a proposito del lavoro quello che penso; e cioè che il lavoro è un dovere prima che un diritto, in quanto rappresenta l’inserimento dell’individuo nella società in cui vive. La mia docente, mi ha criticato dicendo che lo stato deve darci il diritto di esercitare una attività retribuita, e il lavoro (secondo lei) non sarebbe un dovere. Ai miei tentativi di far valere la mia parola, lei ha reagito dicendo che io ho "idee distorte". Per questo motivo il compito, mi è stato valutato negativamente. Ma il suo comportamento, non è in contrasto con l’articolo 4 della nostra Costituzione? Rocco Iannarelli Caro Iannarelli, le sue considerazioni sul lavoro piacerebbero a Nicolas Sarkozy, da poco eletto alla presidenza della Repubblica francese. Nel corso della sua campagna elettorale, il candidato gollista ha lasciato intendere più volte che una «società dei doveri» può essere più efficace, prospera e armoniosa di una «società dei diritti». Altri prima di lui si sono espressi negli stessi termini. In una bella nota, apparsa su la Repubblica dell’8 maggio, Michele Serra ricorda che «parecchi anni fa il vecchio Willy Brandt, uno dei grandi uomini della sinistra europea, disse che alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo si doveva urgentemente affiancare una Dichiarazione dei Doveri». E forse converrebbe ricordare che Giuseppe Mazzini dedicò a questo tema una delle opere che ebbero maggiore diffusione, in Italia e all’estero, nel corso dell’Ottocento. Nella sua prefazione a «Doveri dell’uomo», Mazzini spiegò ai suoi lettori che non intendeva negare l’importanza dei diritti: «Quand’io dico che la conoscenza dei loro diritti non basta agli uomini per operare un miglioramento importante e durevole, non chiedo che rinunziate a questi diritti: dico soltanto che non sono se non conseguenza di doveri adempiti, e che bisogna cominciare da questi per giungere a quelli». Mentre gli illuministi e i rivoluzionari della fine del Settecento amavano parlare di diritti, Mazzini sostenne, nel suo breve trattato, che l’uomo ha anche e soprattutto doveri: verso l’umanità, la patria, la famiglia, se stesso. Attenzione, tuttavia. Quando parliamo di diritti e doveri, come lei ha fatto con la sua insegnante, dovremmo ricordare che queste parole possono avere significati diversi. Vi sono diritti e doveri che hanno rilevanza legale e costituzionale. E ve ne sono altri che hanno soprattutto un valore morale e sociale. La confusione è dovuta in buona parte all’articolo della Costituzione citato nella sua lettera dove si legge: «La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività e una funzione che concorra al progresso materiale e spirituale della società». I buoni commentatori si affrettano a ricordare che il diritto di cui parla la Costituzione non è un «diritto soggettivo perfetto». E’ soltanto la formula con cui i costituenti hanno deciso di sollecitare i poteri dello Stato (governo e Parlamento) a perseguire l’obiettivo sociale della piena occupazione. Ma dopo essere stato tradotto in slogan politico-sindacali, il «diritto al lavoro» è diventato nell’opinione corrente espressione di un obbligo dello Stato e ha finito per generare una nidiata di altri «diritti» come quelli alla casa, alla salute, alla tutela del risparmio o, addirittura, come è stato sostenuto in occasione del dibattito sulla procreazione assistita, alla maternità. Questa proliferazione di pseudodiritti ha avuto almeno due effetti negativi. Ha creato una fascia sociale di persone che attribuiscono allo Stato il compito di realizzare le loro aspettative. E ha suscitato frustrazione, risentimento e rabbia in coloro che si ritengono privati di un diritto. Queste persone, in ultima analisi, sono meno intraprendenti, meno coraggiose e, quindi, meno libere. Sergio Romano