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 2007  maggio 12 Sabato calendario

Edgardo Sogno, il ragazzo con i capelli bianchi. Corriere della Sera 12 maggio 2007. Apprendo dai media che l’on

Edgardo Sogno, il ragazzo con i capelli bianchi. Corriere della Sera 12 maggio 2007. Apprendo dai media che l’on. Sandro Bondi ha festeggiato il 25 aprile ricordando la figura di Edgardo Sogno, liberale antifascista e anticomunista ed eroe della Resistenza, secondo Bondi, ingiustamente dimenticato. Le chiedo se le parole del deputato di Forza Italia siano veritiere, se davvero Sogno sia un altro «martire» della storiografia «a senso unico» che ha caratterizzato la cultura italiana negli anni del dopoguerra. Perché Edgardo Sogno, di cui so ben poco, viene considerato una figura controversa della Resistenza italiana? Quale ruolo ha avuto nella lotta di liberazione? Tommaso Tavormina, Genova Caro Tavormina, credo che non vi sia parola meno adatta di «martire» per definire un uomo che non smise mai di dare battaglia e di restituire i colpi dell’avversario. Sono convinto che Edgardo Sogno sarebbe stato il primo a rifiutare per se stesso questo appellativo. La verità è che fu un uomo scomodo, ingombrante, detestato da una larga parte della sinistra, ma poco amato dalla destra. Ebbe una certa notorietà negli ultimi anni della sua vita perché Forza Italia e Alleanza nazionale avevano bisogno di un patriota «risorgimentale», di cui servirsi per meglio dimostrare che la memoria della Resistenza era stata ingiustamente monopolizzata dai comunisti. Ma per molti anni i moderati e i conservatori lo avevano considerato con diffidenza. Era troppo impulsivo, spericolato, incurante dei rischi che correva e degli effetti delle sue iniziative. Fece almeno tre mestieri (militare, diplomatico, scrittore), ma sempre in modo sorprendente e imprevedibile. Quando decise di andare in Spagna, durante la guerra civile, a combattere i «rossi», non era fascista, ma liberal-nazionale. Ne dette la prova dopo l’8 settembre 1943 rifiutando di deporre le armi. Attraversò il fronte, scese al Sud e di lì, dopo qualche contatto con il governo del re, ritornò al Nord per crearvi l’«Organizzazione Franchi», una delle migliori formazioni militari sorte durante la Resistenza. La sua impresa più brillante, anche se sfortunata, fu la tentata liberazione di Ferruccio Parri, allora detenuto nell’albergo di via Santa Margherita, a Milano, dove le SS avevano il loro quartier generale. Indossò una uniforme tedesca ed entrò spavaldamente nell’albergo fingendosi latore di messaggi speciali, ma venne catturato e mandato in un lager della provincia di Bolzano da dove uscì vivo, miracolosamente, nelle ultime settimane del conflitto. Terminata la guerra, fu giornalista, fondò un settimanale e divenne membro della Consulta (l’organo consultivo che tenne le veci del Parlamento prima delle elezioni per l’Assemblea costituente) e avrebbe potuto restare in politica. Ma non andava molto d’accordo con i suoi amici liberali e decise di entrare in diplomazia. Nel 1938 aveva fatto il concorso per la carriera e lo aveva vinto, ma il posto gli era stato tolto all’ultimo momento, grazie a un ingiusto cambiamento di graduatoria. Terminata la guerra, ricorse al Consiglio di Stato, ebbe il posto di cui era stato privato e approdò a Palazzo Chigi dove aveva sede, allora, il ministero degli Esteri. Ma era troppo avventuroso e irrequieto per accettare le servitù di un mestiere nobile, ma prudente. All’inizio degli anni Cinquanta, con grande imbarazzo del suo ministero e di quello degli Interni, pubblicò un giornale anticomunista intitolato Pace e libertà che fu per qualche tempo sul punto di trasformarsi in movimento politico. Quando gli ungheresi insorsero a Budapest nell’autunno del 1956, si gettò nella mischia e mise in piedi un’associazione che operava da Vienna per accogliere i profughi in fuga dalla repressione sovietica. Irrequieto e genialmente instabile, tornò in diplomazia, fu a Washington e successivamente a Rangoon come ambasciatore. Ma non approvava il giudizio negativo del governo di centrosinistra sulla guerra del Vietnam e decise di dimettersi. Aveva torto, ma le persone che hanno il coraggio di vivere i propri errori sino alle loro logiche conseguenze meritano rispetto. Più tardi, negli anni di piombo, quando l’Italia attraversò uno dei periodi più pericolosi e turbolenti della sua storia, Sogno giunse alla conclusione che il Paese aveva bisogno di un nuovo regime politico simile a quello che il generale de Gaulle aveva creato per la Francia fra il 1958 e il 1962. Strinse amicizia con Randolfo Pacciardi, fautore della repubblica presidenziale, e cominciò a immaginare improbabili, avventurosi cambiamenti di governo. Erano le fantasie di un temperamento incontrollabile, di un eterno ragazzo con i capelli bianchi. Ma finì per qualche giorno a Regina Coeli nel corso di una indagine che si concluse qualche mese dopo con un proscioglimento. L’ultimo capitolo fu negli anni Novanta quando Tangentopoli e il collasso del vecchio sistema politico gli dettero la sensazione che la sua speranza di un’Italia gollista avrebbe potuto finalmente avverarsi. Si rimise a scrivere con grande entusiasmo, pubblicò alcuni libri e fece altre battaglie. Quando lo vidi l’ultima volta, soffriva di una ostinata bronchite, ma non voleva rinunciare a tutti i battaglieri impegni che aveva preso per i giorni seguenti. Morì alla fine 1999 dopo avere scritto una Lettera agli amici che fu il suo testamento politico. Sergio Romano