Giorgio Bocca L’Espressp 17/5/2007, 17 maggio 2007
Capisco di essere vecchio, molto vecchio, dalla paura di vivere in questo mondo di lupi e di pazzi, io che da giovane per la vita violenta e avventurosa correvo come per una libera prateria
Capisco di essere vecchio, molto vecchio, dalla paura di vivere in questo mondo di lupi e di pazzi, io che da giovane per la vita violenta e avventurosa correvo come per una libera prateria. Giornali e televisioni raccontano in continuazione di delitti che sono l’equivalente di suicidi, la voglia di uccidere più forte di ogni istinto di conservazione, di ogni rispetto, ma sì chiamiamolo così, per ciò che la vita è costata. Penso alle due romene, le assassine del metro come le hanno chiamate, le due prostitute che hanno ucciso a Roma Vanessa Russo con un ombrello. Non riusciamo a capire i kamikaze arabi che si fanno esplodere per la gloria del martirio, ma anche da noi è pieno di gente che butta via la vita per un momento d’ira, di violenza, di follia. Come siamo fragili di fronte alle nostre passioni! Come siamo indifesi di fronte alle nostre voglie assassine! Chi sono queste due assassine? Due sopravvissute alla fame e alla miseria della campagna romena, la campagna dove alle ragazze contadine tocca allevare le oche. Prostitute per fuggire in altri inferni come quello delle nostre periferie metropolitane piene di giovani immigrati romeni, ucraini, russi, nigeriani, egiziani che si guadagnano una vita decente con anni e anni di sacrifici e magari quando stanno per arrivarci la buttano via per la voglia di uccidere che è della nostra natura, invincibile, incontenibile per cui non c’è deterrente che funzioni, neppure la pena di morte. Giornali e televisioni sono pieni di cronache nere e nerissime, di delitti irragionevoli ma irresistibili. Ecco un mite maestro di scuola che uccide un amico perché si è innamorato di sua moglie, ecco le maestre di un asilo pubblico che usano i bambini per lucrare sulla pedofilia ed ecco anche le migliaia di persone che si alzano all’alba e trascorrono ore davanti al palazzo di giustizia di Torino per vedere la madre assassina che maledicono, ma per cui sentono una segreta attrazione, l’attrazione verso chi è assassino. Quando ero un giovane cronista lavoravo nella cronaca di un giornale piemontese e assassini e mostri non mi facevano paura, li pensavo come dei deboli, vinti da una vita che a me invece sembrava amica e ricca di buone fortune, a cominciare da quella di chi in guerra rischia, ma non viene mai ferito e finisce per credersi immortale. Ma adesso assassini e mostri insidiano la mia fragilità, ho una terribile paura della voglia di uccidere che c’è nel mondo e quanto più è autolesionista, tanto più è ferocemente stupida. una paura che si vince solo se si crede nella necessità di una morale capace di governare la follia della ’scimmia assassina’. Ed è per questo che mi sento sempre più lontano da una politica che di questa legge morale si occupa poco e male, convinta che tutto si risolva con il denaro e con i suoi consumi. Due prostitute romene, sopravvissute all’inferno nebbioso della campagna dove il Danubio porta al mare tutte le immondizie dell’Europa, hanno chiuso in una periferia romana la loro rincorsa a una vita decente e l’hanno chiusa anche alla loro vittima, una ragazza romana che studiava da infermiera. La partita assassina in cui per banali ragioni si dà o si riceve la morte non ha ragioni accettabili. Il mio concittadino Piergiorgio Odifreddi ha scritto un libro in cui spiega le ragioni per cui non si deve credere alle superstizioni cristiane. La diffusa invincibile voglia di uccidere dice che di queste superstizioni si ha ancora un grande bisogno.