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 2007  maggio 10 Giovedì calendario

Default Italia col Lombardo-Veneto autonomo. LiberoMercato 10 maggio 2007. Bye bye Veneto. La fuga via referendum verso il Trentino degli otto comuni dell’altopiano di Asiago, che segue a cascata i precedenti pronunciamenti dei cittadini di Lamon, e anticipa probabilmente quello di Cortina, che chiede di votare per tornare ’sudtirolese’, squaderna uno scenario geo-istituzionale tutt’altro che folcloristico

Default Italia col Lombardo-Veneto autonomo. LiberoMercato 10 maggio 2007. Bye bye Veneto. La fuga via referendum verso il Trentino degli otto comuni dell’altopiano di Asiago, che segue a cascata i precedenti pronunciamenti dei cittadini di Lamon, e anticipa probabilmente quello di Cortina, che chiede di votare per tornare ’sudtirolese’, squaderna uno scenario geo-istituzionale tutt’altro che folcloristico. Il languore irresistibile di traslocare in regioni a statuto speciale o in province autonome per accedere a condizioni fiscali, di servizi e di minor costo della vita di cui godono quei territori, rischia di scatenare un effetto domino difficilmente controllabile. Di referendum in referendum, la secessione ’dal basso’ potrebbe allargarsi portando di fatto allo svuotamento del Veneto, "riducendo il Nordest alle regioni e alle province autonome", come ha denunciato ieri, sul Gazzettino, Ilvo Diamanti. Anche perché si tratta di una richiesta assolutamente bipartisan, e che procede perfettamente nell’alveo del titolo V della Costituzione riformato nel 2001 dal centrosinistra (anche se l’ultima parola spetta al Parlamento). Il quadro è insomma complicato. Acuito dalla strategia double face del governatore veneto Giancarlo Galan, che in pubblico frena la secessione dei comuni dell’Altopiano, mentre dietro le quinte gioca all’apprendista stregone, mandandoli avanti per alzare il tormentone mediatico e ottenere da Roma lo status di regione a statuto speciale o, molto più verosimilmente, un robusto federalismo fiscale, cioè la gamba economico-finanziaria del modello politico alla Bavarese che ha in testa per Forza Italia in Veneto. Spregiudicatezze galaniane a parte, se il Veneto spuntasse la statualità speciale, o comunque un federalismo fiscale autentico capace di tamponare l’emorragia verso il Trentino, sarebbero comunque rogne per il bilancio nazionale, visto che è la seconda regione contribuente all’erario, testa a testa con l’Emilia e alle spalle della ricca Lombardia. Di più. Proprio il Lombardoveneto, quanto a contributi sociali (previdenza+assistenza), è l’unico territorio in attivo per circa 3 miliardi di euro mentre il resto del paese è in passivo per oltre 62. A quel punto, quindi, sarebbe facile immaginare che a catena anche la Lombardia, che già copre il 57% del fondo di perequazione nazionale per la sanità e che, pur contribuendo (fatto 100 la media nazionale) per il 136,89% in termini di tributi ne riceve indietro come ricaduta in servizi solo il 94,72% (percentuale più bassa d’Italia), chiederebbe per sé eguale trattamento. Per questo a Roma guardano con terrore allo smottamento veneto: non possono estendere la statualità speciale a Veneto e Lombardia (vorrebbe dire default dello Stato, visto che il principio di unità del Paese, sostanziato dalla cosiddetta "solidarietà" tra i suoi diversi territori, è fondamentalmente pagato da lombardi e veneti), ma nemmeno possono far finta che non esista un malcontento bipartisan alimentato ’dall’invidia comparativa’ generata dal confronto tra realtà locali e d’impresa vicine sottoposte a differenti modelli fiscali e di efficienza amministrativa. Che fare allora? Azzerare le regioni a Statuto speciale, come qualcuno chiede perché assegnatarie di franchigie ormai insostenibili per passare ad un federalismo fiscale per tutti, è impossibile dal punto di vista elettorale. Sarebbe troppo impopolare, specie in un momento in cui i cittadini e le imprese diffuse del nord immaginano il federalismo come allargamento dello status regionale del Trentino Alto Adige in cui, al netto della larga potestà legislativa prevista dalla statualità speciale, è il regime finanziario e fiscale ad essere una vera manna, percependo molto di più di quanto trasferiscono allo Stato e, soprattutto, "trattenendo in loco i due decimi dell’ Iva e i nove decimi del provento del lotto, al netto delle vincite. Mentre è devoluto alle due province autonome il provento dell’imposta erariale riscossa nei rispettivi territori", a cui si aggiungono ulteriori finanziamenti previsti dallo Statuto. In particolare: "i nove decimi delle imposte del registro e di bollo; i nove decimi delle tasse di circolazione relative ai veicoli immatricolati nei rispettivi territori, e i nove decimi dell’imposta sul consumo dei tabacchi". In sostanza, il tanto decantato federalismo fiscale in Trentino è già realtà da decenni. Più del 80% delle tasse pagate in regione, rimane sul territorio. Inoltre, fanno carico allo Stato tutta la generalità di costi e spese di natura extra-regionale. Il che, tradotto, significa ad esempio che tra la provincia di Trento e l’altopiano di Asiago, facendo una media pro capite, il differenziale sulle tasse prelevate è di 327 euro contro 599; quello sui trasferimenti è di 736 euro contro 145. E quello sulla spesa in conto capitale è di 1.300 euro contro 484. Davvero impensabile trovare un governo che azzeri questo bengodi, no? Per questo anche la proposta avanzata da Enrico Letta di costituire "un fondo di cooperazione per la specialità interregionale quale strumento per il superamento dei malesseri dei comuni confinanti con regioni a statuto speciale", sembra un semplice pannicello caldo che difficilmente farà uscire Roma dal cul de sac in cui si è infilata. Con grande gioia di Giancarlo Galan Vittorio Evangelista