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 2007  maggio 10 Giovedì calendario

Un innovatore caduto sull’Iraq. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Londra. Questa mattina Tony Blair annuncerà ai colleghi del Governo la decisione di lasciare la guida del partito e del Paese, rendendo note le tappe che porteranno alla sua uscita di scena, tra circa sette settimane, dopo che sarà stato scelto il suo successore, quasi certamente l’attuale cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown

Un innovatore caduto sull’Iraq. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Londra. Questa mattina Tony Blair annuncerà ai colleghi del Governo la decisione di lasciare la guida del partito e del Paese, rendendo note le tappe che porteranno alla sua uscita di scena, tra circa sette settimane, dopo che sarà stato scelto il suo successore, quasi certamente l’attuale cancelliere dello Scacchiere Gordon Brown. Terrà poi un discorso nel proprio collegio di Sedgefield, per congedarsi dagli elettori. Sarà un lungo addio. Un addio che seguirà 10 anni di permanenza al potere, la più lunga di un premier laburista e di un primo ministro britannico dal dopoguerra, superata solo dagli 11 anni di Margaret Thatcher. Tony Blair è stato un primo ministro forte, che lascerà un segno profondo nella storia britannica ed europea, con l’effetto di un’onda lunga, come capitò alla Lady di Ferro. Blair è stato un guerriero, un ideologo e un radicale riformatore. Come guerriero, il successo dell’intervento in Sierra Leone, della campagna contro Milosevic - con il coinvolgimento di un riluttante Bill Clinton in Kosovo - e della guerra in Afghanistan a fianco degli americani lo ha spinto a raddoppiare la posta e lanciarsi nell’avventura irachena a fianco di George W. Bush. La mossa gli è stata fatale. Da allora l’elettorato gli si è girato contro e, per quanto egli abbia difeso la sincerità della propria scelta, nessuno lo ha più voluto ascoltare. L’Iraq ha scolpito per sempre nella mente degli inglesi l’impressione che Blair abbia agito in mala fede. Da allora, quel crollo di credibilità ha pesato su ogni sua decisione. L’Iraq ha coperto d’ombra perfino il successo storico della pace in Nord Irlanda, coronata in questi giorni dall’apertura del Parlamento di Belfast. Senza Iraq il destino di Blair avrebbe seguito un altro corso. Blair è stato un ideologo, non in senso filosofico ottocentesco, ma nel senso pragmatico inglese. Geoff Mulgan, ex-capo delle strategie di Downing Street, ha detto che «il New Labour non è stato né un’ideologia né una strategia di trasformazione ma un modo di vincere le elezioni». Mulgan ha ragione nel senso che dietro il New Labour non c’è un testo teorico, così come il thatcherismo con le privatizzazioni e i limiti allo Stato nell’economia e nella società si è andato creando nella pratica ed è stato teorizzato ex-post. Ma Blair ha avuto le idee chiare là dove è riuscito a creare un modello economico e sociale, in cui ha mantenuto separata la capacità di produzione di ricchezza dei conservatori dalla redistribuzione sociale laburista. Da un lato ha lasciato il mercato del lavoro flessibile, astenendosi dall’intervenire nella vita delle aziende, accelerando le liberalizzazioni ed evitando di punire i ricchi. D’altra parte ha introdotto il salario minimo, il capitolo sociale di Maastricht, ha moltiplicato la spesa pubblica in scuola e sanità, ha accresciuto sensibilmente il potere d’acquisto delle classi disagiate e ridotto la disoccupazione a livelli da pieno impiego. Successi il cui credito, per amore di verità, va in buona parte a Gordon Brown. Il quale ha peraltro avuto un ruolo decisivo nel tenere la Gran Bretagna fuori dall’euro, bloccando ogni velleità filoeuropea di Blair. In ciò, il primo ministro uscente ha avuto fortuna. Sotto Blair le scuole e la sanità sono migliorate sensibilmente, ma il suo piano di introdurre elementi privati nell’offerta di beni pubblici, che restano gratuiti per i beneficiari, è rimasto per ora a metà strada tra le mille resistenze della sinistra del partito. il suo maggiore cruccio. Blair è stato rivoluzionario là dove ha trasformato da capo a piedi la struttura istituzionale britannica, separando nettamente dall’esecutivo il potere giudiziario, sullo stampo americano, introducendo leggi liberali sull’informazione, avviando una riforma della Camera dei Lord, che per quanto nelle sue intenzioni fosse timida, è uscita di mano e porterà probabilmente alla creazione di una Camera alta completamente eletta. Ha poi messo fine a secoli di centralizzazione amministrativa, su cui l’Inghilterra esercitava un peso schiacciante, dando il via, con la "devolution", all’autonomia di Scozia, Galles, Nord Irlanda e di Londra, che ormai è un mondo a sé stante, un’isola di finanza, servizi ed economia della conoscenza non solo diversa dal resto del Paese, ma del mondo. Blair è stato un primo ministro che ha incoraggiato il progresso. Sotto la sua era la Gran Bretagna ha ri-sorpassato l’Italia - con un pil che oggi è del 20% superiore al nostro - e ha sorpassato la Francia, diventando la seconda economia europea. L’arrivo di Angela Merkel in Germania e Nicolas Sarkozy in Francia, due persone di cui Blair ha stima, vanno visti come un tentativo dei due grandi Paesi continentali di mettere a frutto l’esperienza blairiana e recuperare terreno. La sua capacità di coniugare i contrari e dare loro una direzione "vettoriale" lo hanno reso inviso sia ai conservatori sia ai socialisti ortodossi, che lo hanno bollato di ambiguità. La stessa ambiguità della politica estera, dove con la scusa di salvare il mondo da brutali tiranni o da mullah feudali ha mosso guerre ingiuste passando sopra l’Onu. O il cavalcare, di recente, con un tempismo per cui è maestro, i temi della povertà e dell’ambiente, bollati da alcuni come manovre pubblicitarie. La sua attrazione per il successo e il danaro lo rende indigesto ai liberali benpensanti. Insomma, come in ogni menage che si rispetti, 10 anni sono molti e gli inglesi sono saturi. Ma l’irritazione non è buona consigliera per dare giudizi. Quelli, su Anthony Charles Lynton Blair, 54 anni compiuti il 6 maggio scorso, li darà solo il tribunale della storia. Marco Niada