Il Sole 24 Ore 10/05/2007, pag.6 Silvio Fagiolo, 10 maggio 2007
Poco coraggio sull’Europa. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Della politica estera britannica è stato detto che ha continuato a essere una nota a piè di pagina di quella di Winston Churchill
Poco coraggio sull’Europa. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Della politica estera britannica è stato detto che ha continuato a essere una nota a piè di pagina di quella di Winston Churchill. Almeno per quanto riguarda l’Europa, l’uscita di scena di Blair sembrerebbe confermarlo. In un famoso discorso a Zurigo subito dopo la guerra, Churchill indicò negli Stati Uniti d’Europa lo strumento per risollevare un continente distrutto moralmente e materialmente. Ma restò ambiguo sul ruolo che vi avrebbe svolto la Gran Bretagna. A Blair gli storici riconosceranno molti meriti. Sul piano interno quello di aver reso il laburismo inglese capace di misurarsi con un mondo unificato dalla dittatura dei mercati. Nell’azione esterna quello di aver dato spazio ai valori, nonostante una tradizione britannica attenta a privilegiare le gelide regole della "realpolitik". Ma sull’Europa Blair non ha potuto o voluto sciogliere il dilemma lasciato in eredità da Churchill. Dopo la disastrosa avventura di Suez la Francia si volse verso l’Europa, la Gran Bretagna ne trasse invece l’impulso per un legame sempre più stretto con gli Stati Uniti. Quasi la conferma di una profezia di Adam Smith: che un giorno il centro di gravità del mondo anglosassone si sarebbe spostato dall’altro lato dell’Atlantico. Niente avrebbe impedito a Blair di mantenere la relazione speciale con l’antica colonia e reinterpretare allo stesso tempo in chiave europea la perduta funzione imperiale, in un mondo nel quale la bandiera a stelle e strisce ha da tempo sostituito il sole britannico. Invece Blair ha sempre privilegiato "l’Atlantico più largo", un altro retaggio di Churchill, senza molti riguardi per l’Europa. La convinzione di poter essere come i greci verso i romani, di poter "educare" la politica estera degli Stati Uniti assecondandola, si è dimostrata altrettanto illusoria di quella del binomio franco-tedesco, di ottenere lo stesso risultato opponendosi frontalmente ai disegni dell’Amministrazione americana. Londra ha sempre giudicato l’integrazione europea secondo criteri concreti, circoscritti. Noi italiani abbiamo molto da imparare da una simile cultura. Allorché si è trattato di rafforzare il tessuto istituzionale dell’Europa, Blair si è mosso con la cautela di sempre, ma affermando questa volta di voler restare «nel cuore della costruzione europea». Se la Thatcher avesse seguito la stessa strategia, se avesse trattenuto coloro che volevano procedere più speditamente per poter restare nel mezzo del progetto, non avremmo la moneta unica. L’operazione militare in Libano non ha assunto un volto comunitario anche per l’opposizione della Gran Bretagna, che pure aveva consentito a introdurre fra le competenze dell’Unione la sicurezza e la difesa. Lo stesso dilemma, trattenere gli altri o lasciarli avanzare, potrebbe riproporsi per la Costituzione. Blair non ha preso le distanze da un’interpretazione riduttiva di ogni avanzamento nell’integrazione. Un’opera di dissimulazione che non è mutata da quando Edward Heath rese accettabile ai suoi connazionali l’adesione nascondendone il significato. Quello stesso Heath che aveva tenuto a Firenze, nel 1974, il discorso più europeista mai pronunciato da un leader britannico. La Gran Bretagna ha coltivato la propria coscienza nazionale differenziandosi dall’Europa, accentuando forse oltre il vero la peculiarità delle proprie istituzioni. Niente di scandaloso se, come dice Renan, &la ricostruzione errata della storia è parte della nazione». L’Unione europea è naturalmente figlia anche dell’illuminismo scozzese. E la Gran Bretagna ha certo portato all’Unione il retaggio inestimabile delle sue virtù civiche, libertà politiche e saggezza di governo. Ancor più rincresce che su questo terreno la leadership di Blair, altrove così forte, sia stata carente. Soprattutto allorché la sua stella era allo zenith, e avrebbe potuto accentuare gli elementi comuni e non quelli distintivi. Non avallare il fantasma di un superstato europeo pervasivo. Non è un caso che la Gran Bretagna voglia cancellare dalla Costituzione gli elementi simbolici dell’Unione come soggetto internazionale, l’inno, la bandiera, il "ministro degli esteri". Perché si possa ancora sostenere, come Heath tanti anni fa, che nella sostanza non c’è niente di nuovo, che la sovranità «non è un bene che si tiene nascosto in cantina per scendere ogni volta a lume di candela a constatare se è ancora lì». Anche per questo il tramonto di Blair si colora di una luce malinconica, come a suo tempo su quello di Eden. Quest’ultimo volle per troppo tempo identificarsi con l’impero, il primo non ha saputo, nella misura necessaria, identificarsi per tempo con l’Europa. Silvio Fagiolo