Il Sole 24 Ore 10/05/2007, pag.6 Antonio Polito, 10 maggio 2007
«Go global», ricetta vincente. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Ve lo ricordate il "sorpasso"? L’umiliazione degli inglesi ad opera dell’Italietta craxiana fu tale che ancora oggi i giornali britannici scrivono quella parola in italiano
«Go global», ricetta vincente. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Ve lo ricordate il "sorpasso"? L’umiliazione degli inglesi ad opera dell’Italietta craxiana fu tale che ancora oggi i giornali britannici scrivono quella parola in italiano. Bene, il decennio blairiano è stata la stagione della grande rivincita. Non tanto perché, come è ampiamente noto, la Gran Bretagna ha ripreso e risorpassato l’Italia; ma perché, cosa meno nota, ha superato anche i due giganti d’Europa, Francia e Germania, nella gara del prodotto interno lordo pro capite. L’ex malato d’Europa ha fatto miracoli in dieci anni. Anzi, a voler essere onesti, in quattordici anni. Perché Blair arrivò al potere quando l’economia britannica stava già riprendendosi da due recessioni e dall’espulsione della sterlina dal sistema monetario europeo, l’onta nazionale che costò il governo e la reputazione ai Conservatori. Però l’allora giovanissimo leader laburista, insieme con il suo "Iron Chancellor", il ministro del Tesoro Gordon Brown che gli succede al numero dieci di Downing Street, hanno costruito su quelle basi una società e un’economia del tutto nuove, e soprattutto hanno fissato un paradigma dello sviluppo nell’economia della conoscenza, un modello di trapasso da una società industriale a una società dei servizi, fornendo la prova provata che global è bello, e che l’esposizione di un vecchio Paese alle radiazioni del nuovo mondo può portare lavoro e benessere, non solo disagio e tensioni sociali. stata tutta qui la scommessa del blairismo: go global. Aprirsi, invece di chiudersi, al movimento vorticoso di capitali e di forza lavoro che l’internazionalizzazione ha portato, abbattendo barriere e regolazioni. Rinunciare alla produzione di massa di beni che i Paesi emergenti sanno fare a prezzi molto più bassi e specializzarsi nei prodotti e nei servizi ad alto contenuto di sapere. Approntare una forza lavoro estremamente flessibile e dunque adattabile al cambiamento. Fare leva sulla City, embrione della globalizzazione già dal Big Bang del 1986, sistemata com’è sul meridiano di Greenwich, proprio al centro dei fusi orari del mondo e dunque in grado di produrre ricchezza 24 ore su 24 commerciando con Asia e America. I risultati sono noti, ma ciò non di meno spettacolari: una crescita economica che in dieci anni ha viaggiato al ritmo del 2,8% annuo, la migliore performance del dopoguerra; due milioni e mezzo di posti di lavoro creati, che hanno portato il Paese a un passo dalla piena occupazione, obiettivo storico del movimento dei lavoratori; e un’inflazione trascurabile nonostante la fortissima crescita, che ha messo fine al male oscuro dell’economia britannica, il boom and bust, improvvise fiammate inflattive che si succedevano a profonde depressioni. Un quadro di stabilità macroeconomica che Gordon Brown ha maneggiato con cura, invertendo la reputazione di incompetenza economica del Labour, noto per eccedere nella tassazione e nella spesa. Due fatti provano meglio di ogni altro quali formidabili vantaggi abbia tratto l’economia britannica dalla sua apertura al mondo. Il primo è il flusso di investimenti diretti dall’estero, che ha sfiorato nel 2005 l’8% del Pil (mentre la Francia, seconda in Europa, arriva a un 3% scarso). Per molto meno in Italia i giornali gridano alla conquista straniera, e si mettono in marcia le truppe dell’italianità. In Inghilterra, invece, si fregano le mani. Gli stranieri posseggono quasi tutto, dall’acqua agli aeroporti di Londra, ma il Paese ha ormai imparato ad apprezzare i vantaggi dell’"effetto Wimbledon": nessuno si preoccupa che gli spagnoli siano i padroni del Terminal 5 di Heathrow per la semplice ragione che non possono portarselo via e l’Inghilterra esporta ancora un milione e trecentomila automobili all’anno nonostante esse abbiano marchi americani, francesi o giapponesi. D’altra parte, anche grazie a una sterlina forte, pure gli inglesi sanno fare shopping all’estero (seppure meno dei francesi) e anche la Gran Bretagna ha i suoi giganti globali: Vodafone, una storia di successo figlia del big bang delle telecom; Rolls Royce, uno dei tre più grandi costruttori di motori per aerei; Gsk, il numero due della farmaceutica mondiale. L’altro grande vantaggio dell’apertura globale è stato l’afflusso di immigrati, sia sotto forma di forza lavoro a basso costo sia sotto forma di nuova imprenditorialità: dal maggio 2004 sono arrivati seicentomila lavoratori dai Paesi dell’Est Europa (noi teniamo ancora le porte chiuse) e si calcola che gli immigrati siano da soli gli artefici di un aumento del 3% della produzione dal 1997. Far digerire un tale grado di apertura dell’economia a un elettorato tendenzialmente protezionista non è mai facile. Il blairismo ci è riuscito con una serie di politiche microeconomiche protese a realizzare uno dei suoi slogan chiave: «For the many, not for the few». Bisognava dimostrare che creare ricchezza è l’unico modo per poterla meglio distribuire. Abbandonando l’antico credo egualitario della sinistra britannica, Blair ha puntato sulle pari opportunità. Alcuni programmi, come il New Deal, sono riusciti a spostare le risorse pubbliche dal welfare al workfare, dall’assistenza al lavoro. Il New Labour ha predicato che il miglior modo di combattere la povertà è il lavoro. stato introdotto il salario minimo per frenare una tendenza all’ineguaglianza di reddito che resta forte rispetto agli altri Paesi europei. stata iniettata, soprattutto negli ultimi anni, una grande quantità di investimenti nei servizi pubblici come sanità e scuola (che hanno un pò drogato l’occupazione, essendo da soli responsabili dell’incremento di 700mila posti di lavoro e anche provocato un aumento della pressione fiscale, cresciuta negli ultimi dieci anni dal 34,8% al 37,3%). Non siamo insomma all’ortodossia del free market, ma in cambio questa politica ha garantito coesione sociale, aprendo possibilità di auto-realizzazione per una classe media diventata la spina dorsale dell’elettorato blairiano, di pari passo con la riduzione del peso dell’industria e della classe operaia. Dichiarando finita la lotta di classe, Blair è andato al di là dei confini della vecchia sinistra, imparando a trarre dal capitalismo tutti i vantaggi sociali che l’aumento della ricchezza comporta. Paradossalmente, ma non tanto, la minaccia maggiore che il successore di Blair dovrà fronteggiare per non interrompere questo ciclo virtuoso si annida proprio nell’ambiente globale in cui naviga l’economia britannica. Il terrorismo è un rischio reale. In Inghilterra c’è un nucleo islamista attivo e non c’è niente come il terrorismo che possa assestare colpi letali alla globalizzazione. E, d’altra parte, la progressiva capacità di molti Paesi emergenti (come l’India) di fornire attraverso la Rete servizi alle imprese come l’assistenza legale, la contabilità o la consulenza, o di sfornare (come la Cina) ingegneri e progettisti, può alla lunga mettere in crisi il terziario. Inoltre, l’economia britannica continua ad avere un forte gap di produttività: i lavoratori inglesi producono meno, per ora lavorata, dei colleghi francesi, americani, tedeschi e anche italiani. La causa principale viene individuata in una carenza di skill professionali, e dunque in un sistema scolastico ben lungi dall’aver raggiunto quegli standard cui Blair si era impegnato dieci anni fa, quando lanciò il suo Paese nella corsa verso l’eldorado dell’economia della conoscenza. Antonio Polito (Senatore dell’Ulivo)