Il Sole 24 Ore 10/05/2007, pagg.1-12 Innocenzo Cipolletta, 10 maggio 2007
La famiglia tipo? Solo all’Istat. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Qual è la famiglia da difendere in Italia? Sabato ci sarà una manifestazione in difesa della famiglia, indetta per contrastare la proposta di legge per le unioni di fatto
La famiglia tipo? Solo all’Istat. Il Sole 24 Ore 10 maggio 2007. Qual è la famiglia da difendere in Italia? Sabato ci sarà una manifestazione in difesa della famiglia, indetta per contrastare la proposta di legge per le unioni di fatto. Ma le minacce alla famiglia italiana provengono dall’aver immaginato riconoscimenti giuridici per nuove forme di convivenza? In realtà la crisi della famiglia nel nostro Paese ha radici profonde e riposa anche nella presunzione che la famiglia debba restare immutata pur in un mondo che cambia continuamente, sicché ancora si pensa che la "famiglia tipo" (come quella un tempo usata dall’Istat per calcolare l’indice del costo della vita) sia composta di almeno quattro persone: il padre che lavora (il capofamiglia), la madre che accudisce la casa (in affitto) e due figli che studiano. La semplificazione statistica è sempre utile per fare calcoli, ma non è questa la realtà più diffusa e, se fosse questa, essa non sarebbe da difendere ma da fare evolvere. Nel nostro Paese, infatti, sono crescenti e sempre più prevalenti le famiglie di anziani, ossia quelle composte da una o due persone che hanno come reddito non il lavoro ma una o più pensioni. Ovvero le famiglie di individui che vivono da soli, anche se non sono anziani. Poiché i tre quarti delle famiglie italiane hanno il possesso di almeno un’abitazione, stanti i valori espressi oggi dai mercati immobiliari è molto probabile che per molte famiglie la componente patrimoniale (con un peso superiore delle case, nel confronto internazionale, rispetto alle attività finanziarie) abbia una rilevanza maggiore della componente reddituale. D’altro canto, l’Italia è il Paese dove il rapporto tra il patrimonio e il reddito è pari quasi a 10 ed è il più alto tra le nazioni industriali. Se poi si tiene conto delle pensioni erogate (circa 20 milioni), allora se ne può concludere che per le famiglie italiane la rendita (reale o figurativa) supera in molti casi la remunerazione diretta del lavoro. Questa situazione di prevalenza del patrimonio e della rendita spiega molti degli atteggiamenti e delle difficoltà delle famiglie italiane. La permanenza in casa dei figli anche adulti è spesso la conseguenza della possibilità di sfruttare un patrimonio che altrimenti si perderebbe (la casa, la pensione e i risparmi dei genitori). Non si cerca più una casa vicino al lavoro, come si faceva un tempo, ma un lavoro vicino alla casa che si possiede (o che è posseduta dalla famiglia), riducendo così le possibilità di lavoro per i giovani e irrigidendo il mercato del lavoro. così che, da molti anni, ci sono zone di disoccupazione o di inoccupazione anche in aree prossime ad altre dove manca la manodopera. Se nell’economia prevale il patrimonio rispetto al lavoro e se la rendita supera la retribuzione, allora le famiglie si rinchiudono in se stesse, divengono sempre più piccole per meglio beneficiare del patrimonio accumulato, non crescono di numero e di dimensione perché la concentrazione delle energie sulla salvaguardia del patrimonio implica rigidità sociale e decadenza. In queste condizioni, la difesa della famiglia non può riposare affatto sulla tutela antistorica di una formula che si sta evaporando; al contrario essa deve puntare sull’estensione del concetto di famiglia e soprattutto sull’aumento della mobilità e delle opportunità di lavoro da far prevalere sulla logica del patrimonio. E questo può avvenire solo se aumenterà in Italia il numero degli occupati, ciò che implica soprattutto un aumento del lavoro femminile. La famiglia italiana crescerà in numero e in dimensione se anche le donne avranno un lavoro dignitoso e regolare. Il basso tasso di occupazione femminile è oggi un indice della crisi familiare italiana perché in nessun Paese industriale avanzato un solo reddito è sufficiente a mantenere una famiglia in modo dignitoso; a parte, evidentemente, pochi casi di persone ad alto reddito. In Italia il secondo reddito è spesso simulato dal patrimonio della famiglia nei modi anzidetti, sicché la famiglia non è autonoma, dipende spesso dagli anziani, è legata al territorio e le rigidità finiscono per prevalere, rendendo più difficile la vita di questa istituzione. Come far crescere il lavoro delle donne in famiglia? Il dibattito è stato lanciato dal Sole-24 Ore con un editoriale di due giovani economiste (Alessandra Casarico e Paola Profeta, si veda l’edizione del 21 gennaio), poi è stato portato avanti da un intervento di Alberto Alesina e Andrea Ichino (il 27 marzo), sempre su questo giornale, con riferimento a una tassazione di favore del lavoro femminile per aumentare l’offerta di lavoro. Molte sono le misure possibili per rendere meno difficile il lavoro femminile e il Governo ne sta approntando alcune, come ha ricordato il viceministro Vincenzo Visco (sul Sole-24 Ore del 6 maggio). Resta tuttavia da avviare una vera campagna per rivalutare il ruolo della donna che lavora: non vittima della società che la tiene lontana da casa, ma protagonista della rinascita della famiglia moderna. E questo non solo quando è sposata, ma anche quando è da sola e accetta di curare i propri figli portando avanti un lavoro; oppure, se sposata, quando accetta un lavoro lontano dalla famiglia, come farebbe un uomo senza che nessuno si meravigli. in casi come questi che occorrono aiuti economici e sistemi di servizio compatibili con la famiglia, intesa modernamente, e non già manifestazioni di orgoglio familiare che rischiano di riportarci indietro nel tempo a una famiglia idealizzata che non esiste più. Innocenzo Cipolletta