La Stampa 11/05/2007, pag.41 Zygmunt Bauman, 11 maggio 2007
Siamo tutti le vespe di Panama. La Stampa 11 Maggio 2007. Un gruppo di ricercatori della Zoological Society of London si è recentemente recato a Panama per studiare la vita sociale delle vespe locali, usando tecnologie all’avanguardia per tracciare e monitorare, in un arco di oltre 6
Siamo tutti le vespe di Panama. La Stampa 11 Maggio 2007. Un gruppo di ricercatori della Zoological Society of London si è recentemente recato a Panama per studiare la vita sociale delle vespe locali, usando tecnologie all’avanguardia per tracciare e monitorare, in un arco di oltre 6.000 ore, i movimenti di 422 vespe di 33 colonie differenti. Le scoperte effettuate da questi ricercatori hanno cancellato stereotipi vecchi di secoli sulle abitudini degli insetti sociali. Fin dal momento in cui il concetto di «insetti sociali» (che comprende api, termiti, formiche o vespe) è stato coniato ed è entrato nell’uso, nessuno, né gli zoologi più esperti né il pubblico profano, ha mai messo in discussione l’idea che la «socievolezza» di questi insetti fosse limitata ai membri della colonia di appartenenza, il luogo in cui sono venuti al mondo e dove portano il bottino delle loro scorribande alimentari, per condividerlo con il resto della popolazione autoctona dell’alveare. La possibilità che qualche ape o vespa operaia varchi i confini che dividono una colonia dall’altra, abbandoni l’alveare di nascita per unirsi ad un altro alveare – l’alveare di elezione – era considerata come un’idea incongrua, perché i membri natii della colonia avrebbero prontamente scacciato il cane sciolto. Questa convinzione non è mai stata messa in forse. Certo, le attrezzature elettroniche utilizzate per tracciare gli spostamenti delle singole vespe sono state inventate solo di recente. Ma la ragione principale è che non era ancora venuta in mente a nessuno, né all’uomo della strada né agli specialisti, l’idea che fosse necessario tenere traccia del traffico tra un nido e l’altro o tra un alveare e l’altro. Per gli studiosi, l’assioma degli istinti di socializzazione limitati ad «amici e parenti» o «alla comunità di appartenenza» era «logico», per la gente comune era «sensato». / Quello che passa per «logica» (nel suo ruolo di autorità suprema che emette e accetta giudizi incontestabili) o per «buon senso» (nel suo ruolo di giudizi precostituiti, mai o quasi mai contestati) tende sempre a cambiare con il tempo. Cambia insieme alla condizione umana e alle sfide che propone. Si tratta di convinzioni «prassomorfiche», che vedono il mondo attraverso la lente delle prassi umane, attraverso ciò che gli uomini comunemente fanno, sanno come fare e tendono a fare. I programmi di ricerca prendono le mosse dalle più prosaiche pratiche dell’uomo, ed è l’agenda sociale, dettata dai problemi della quotidiana coabitazione fra esseri umani, che stabilisce la «rilevanza corrente» delle questioni e suggerisce le ipotesi, che i progetti di ricerca si sforzano successivamente di confermare o confutare. Siamo quindi autorizzati a supporre che se nessuno sforzo è stato profuso per verificare la veridicità del buon senso ricevuto, non è stato per mancanza di strumenti di ricerca, ma perché un simile test non era giudicato necessario. Se per quasi tutta la durata della storia moderna il senso comune, plasmato e consolidato quotidianamente dall’esperienza comune, non aveva mai dato motivo di dubitare del fatto che le limitazioni alla «socievolezza» fossero un dato naturale e universale, l’incursione scientifica del gruppo di ricercatori della Zoological Society suggerisce, se di tale suggerimento vi era bisogno, che forse non è più così. Contrariamente a tutto quello che si sapeva o si riteneva di sapere da secoli, i ricercatori londinesi hanno scoperto a Panama che una larga maggioranza di «vespe operaie», il 56 per cento, cambiano alveare nel corso della loro vita: e non semplicemente traslocando in altre colonie in qualità di visitatori temporanei, male accetti, discriminati e marginalizzati, a volte attivamente perseguitati, e comunque sempre guardati con ostilità, bensì in qualità di membri effettivi (si sarebbe tentati di dire «a pieno titolo») della «comunità» adottiva, che provvedono, al pari delle operaie «autoctone», a raccogliere cibo e a nutrire e accudire la nidiata locale. La conclusione che si ricava da questa scoperta è che gli alveari su cui è stata condotta la ricerca sono normalmente «popolazioni miste», con vespe native e vespe immigrate che vivono e lavorano guancia a guancia e spalla a spalla, divenendo, almeno per gli osservatori umani, indistinguibili le une dalle altre se non con l’ausilio degli identificatori elettronici… Quello che le notizie in arrivo da Panama ci svelano è innanzitutto uno sbalorditivo rovesciamento di prospettiva: quello che fino a non molto tempo fa era ritenuto lo «stato di natura», si è rivelato, guardandolo in retrospettiva, nient’altro che una proiezione sugli insetti di prassi fin troppo umane (anche se ormai meno frequenti, lontane nel passato) degli studiosi. bastato che i ricercatori, di una generazione un poco più giovane di quella precedente, portassero nella foresta panamense la loro (e nostra) esperienza di vita acquisita e assorbita nel loro nuovo ambiente «multiculturalizzato», per «scoprire», doverosamente, che la fluidità delle appartenenze e il costante mescolarsi delle popolazioni sono la «norma» anche tra gli insetti sociali: una norma apparentemente attuata in modo «naturale», senza bisogno di ricorrere a commissioni governative, disegni di legge frettolosamente introdotti, corti supreme e centri di permanenza temporanea per richiedenti asilo. Già, il traffico umano… Scorre in entrambe le direzioni, le frontiere vengono attraversate in un senso e nell’altro. La Gran Bretagna, per esempio, oggi è un paese d’immigrazione (anche se i vari ministri dell’Interno hanno sempre avuto a cuore di mostrare il massimo impegno nell’erigere nuove dighe e arginare il flusso degli ingressi), ma secondo gli ultimi calcoli attualmente ci sono quasi un milione e mezzo di individui nati in Gran Bretagna che vivono in Australia, quasi un milione in Spagna, varie centinaia di migliaia in Nigeria, e ce n’è una dozzina perfino in Corea del Nord. Lo stesso discorso vale per la Francia, la Germania, la Polonia, l’Irlanda, e sicuramente anche per l’Italia; dove più dove meno, il concetto è applicabile a qualsiasi territorio defrontierizzato del pianeta, con l’eccezione di una manciata residua di enclaves totalitarie che ricorrono a tecniche in stile Panopticon per mantenere i detenuti all’interno delle mura. In ogni paese, ormai, la popolazione è una somma di diaspore. In ogni città di una certa dimensione, gli abitanti sono ormai costituiti da un aggregato di differenze etniche, religiose e di stili di vita, dove la linea fra insider e outsider è tutt’altro che palese. Gli Stati ormai hanno oltrepassato la fase del nation-building e di conseguenza non sono più interessati ad «assimilare» gli stranieri in arrivo (vale a dire costringerli a scrollarsi di dosso e privarsi delle loro identità distinte, «dissolvendosi» nella massa uniforme dei «nativi»); il che significa che gli scenari della vita contemporanea e il filo che costituisce la trama del vissuto rimarranno probabilmente proteiformi, variegati e caleidoscopici per molto tempo a venire. Ormai siamo tutti, o lo stiamo diventando, come le vespe di Panama. O, più esattamente, il caso ha voluto che il destino delle vespe di Panama fosse quello di «entrare nella storia» come la prima «entità sociale» a cui è stata applicata la cornice cognitiva, emergente e ancora in attesa di riconoscimento, derivata dalla nostra nuova esperienza di coabitazione umana sempre più (e probabilmente definitivamente) variegata. Quello che previde oltre due secoli fa Immanuel Kant (e cioè che progettare, elaborare e tradurre in pratica regole di reciproca ospitalità sarebbe diventato a un certo punto, considerando che abitiamo la superficie di un pianeta sferico, una necessità per la specie umana) ora si trasforma in realtà; o, meglio, diventa la sfida più rilevante del nostro tempo, una sfida che esige la risposta più urgente e meditata possibile. Non c’è luogo sul pianeta che possa sottrarsi alla sfida. Zygmunt Bauman