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 2007  maggio 11 Venerdì calendario

Mafia, condanna definitiva per Contrada. Corriere della Sera 11 maggio 2007. Roma. «Non ho capito, puoi ripetere

Mafia, condanna definitiva per Contrada. Corriere della Sera 11 maggio 2007. Roma. «Non ho capito, puoi ripetere...? Bene, però ora spero che qualcuno si pentirà del male compiuto a me e alle istituzioni». A casa sua, a Palermo, Bruno Contrada accoglie con una espressione di incredulità la telefonata del suo avvocato Piero Milio che da Roma gli comunica la cattiva notizia: «La Cassazione ha rigettato il nostro ricorso», spiega il difensore storico dell’ex numero tre del Sisde e questo significa che la condanna a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa diventa definitiva. E siccome il reato è di mafia, a Contrada, che pure ha 76 anni, non verrà evitato il carcere militare nel quale, a questo punto dovrebbe scontare le pena (sette anni e mezzo perché 31 mesi e 9 settimane di custodia cautelare sono da sottrarre). La VI sezione penale della Cassazione, presieduta da Giorgio Lattanzi, dopo due ore di camera di consiglio ha dunque rigettato il ricorso presentato dagli avvocati di Contrada, Piero Milio e Gioacchino Sbacchi, che avevano chiesto ai giudici di piazza Cavour di riformare la seconda sentenza della Corte di Appello di Palermo che nel 2002 aveva confermato la condanna a 10 anni. Non è la prima volta che la Cassazione si occupa del processo Contrada. Condannato in primo grado nel ’96, l’ex numero 3 del Sisde era stato assolto nel 2001 dalla seconda sezione della corte d’Appello di Palermo (presidente Gioacchino Agnello) perché il fatto non sussiste. Tuttavia, quella sentenza favorevole all’imputato, su ricorso della Procura generale, fu rinviata al mittente dalla Cassazione che la assegnò alla prima sezione della corte d’Appello palermitana (presidente Salvatore Scaduto): e in questo caso la sentenza bis fu di condanna, a 10 anni. Le stessa pena che ieri sera è stata resa definitiva dal collegio presieduto da Giorgio Lattanzi. Passano così in giudicato le accuse di collusione con la mafia formulate per fatti risalenti al 1975: la pubblica accusa ha portato in aula anche le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia (Tommaso Buscetta, Giovanni Brusca, Angelo Siino, Francesco Marino Mannoia). La difesa di Contrada, invece, ha sempre sostenuto il suo ruolo di fedele funzionario dello Stato che è stato accusato dagli stessi criminali da lui perseguiti in passato. Eppure, i giudici della Cassazione alla fine hanno ritenuto «ineccepibile, ampia e diffusa» la sentenza d’appello bis che, per questo, «non merita alcun annullamento». In pratica, la Cassazione ha confermato la legittimità dell’impianto accusatorio che descrive Contrada come un poliziotto corrotto al servizio della mafia che avvertiva in anticipo i boss fino a favorire la fuga di Joe Gambino e che per questi servizi riceveva in cambio favori e somme di denaro. Al termine di una lunghissima vicenda processuale, Contrada ha atteso la sentenza a casa sua insieme alla moglie, ai figli e ad alcuni famigliari: «Non sono un traditore dello Stato», ha ripetuto prima di affidare a un breve testo scritto la descrizione del suo stato d’animo: «Farò appello alle mie residue forze fisiche e morali per resistere ancora così come ho fatto per 15 anni. E’ l’ultimo colpo dell’ingiustizia umana». Dino Martirano