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 2007  maggio 11 Venerdì calendario

Blair cede il testimone «Mai nessun governo ha saputo fare tanto». Corriere della Sera 11 maggio 2007

Blair cede il testimone «Mai nessun governo ha saputo fare tanto». Corriere della Sera 11 maggio 2007. Londra. Ha fatto aspettare Gordon Brown anni prima di cedergli le chiavi del numero 10 di Downing Street. E come un mattatore di teatro ha fatto riscaldare il pubblico dell’ultima recita entrando in ritardo nella sala del Club laburista di Trimdon, frazione di Sedgefield, nel profondo Nord dell’Inghilterra. Il paese dove un quarto di secolo fa era cominciata la sua corsa al potere. «Vi presento il nostro deputato locale», ha detto finalmente il segretario del circolo a mezzogiorno. E Tony Blair è arrivato subito al punto. «Sono venuto tra voi per annunciarvi la mia decisione di dimettermi da leader del Labour. Il partito ora sceglierà il nuovo leader e il 27 giugno renderò il mio mandato di primo ministro alla Regina». Una pausa per abbracciare con lo sguardo i 250 elettori che erano venuti con i bambini, sapendo di assistere a una pagina di storia del Regno Unito. Blair ha parlato per un quarto d’ora, poco per riassumere dieci anni di governo, decine di riforme e cinque guerre. Ma sufficiente per ricordare il maggio 1997, l’alba del suo potere: «Guardavo al nostro Paese, grande, con una meravigliosa storia, tradizioni splendide, orgoglioso del suo passato, ma stranamente incerto sul suo futuro». E con una politica divisa ancora dalla barriera dell’ideologia: liberali o conservatori; per la compassione sociale o le aspirazioni individuali; per il controllo dello Stato o gli sforzi dei singoli; e spendere più denaro nel settore pubblico era la risposta o il problema? «Niente di tutto questo aveva senso per me, era ideologia del Ventesimo secolo in un mondo che si avvicinava al Terzo millennio». Nessuno aveva dubbi che l’uomo della Terza Via avrebbe trovato le parole giuste, ma la gente si è commossa lo stesso, come sempre. E Blair subito ha chiesto di guardare indietro al 1997, alle scuole costruite, al salario minimo per i lavoratori che prima non c’era, agli anziani che morivano di freddo nelle case senza riscaldamento: «C’è un solo governo dal 1945 che può dire tutto quello che segue: più posti di lavoro, meno disoccupati, migliore sanità ed educazione, meno crimine e crescita economica ogni trimestre. Un solo governo. Questo». LA PARTITA – Al suo fianco John Burton, un oscuro attivista del Labour di Sedgefield. Ma decisivo nell’ascesa del premier. Fu alla sua porta che Tony Blair, avvocato neanche trentenne venuto da Londra, bussò in un pomeriggio di aprile del 1983: «Salve, mi chiamo Tony e vorrei essere il vostro candidato per le elezioni». Aveva capelli ricci, basettoni e baffoni neri da vero compagno socialista, allora, John. Oggi li ha bianchi e racconta: «Lo fissai solo un attimo e risposi: "Va bene, entra e siediti. Ma chiudi il becco per un po’, qui stiamo guardando la finale di Coppa tra Aberdeen e Real Madrid, si va ai supplementari". Di fronte alla tv ci siamo bevuti qualche mezza pinta di scura e capii che a Tony piacevano la birra e il calcio, un buon inizio». La squadra scozzese vinse, John Burton e i suoi compagni decisero di dare fiducia al ragazzo, che ottenne la candidatura in quel seggio sicuro per il Labour negli anni della valanga Tory, parlando di disarmo nucleare unilaterale, ritiro dall’Europa e promettendo di opporsi al trionfo thatcheriano dell’economia di mercato. Blair entrò in Parlamento e cambiò radicalmente molte delle sue idee e dei suoi slogan. Anni dopo, conquistata la leadership laburista, lanciò la formula del New Labour e disse: «Non sono entrato in politica solo per cambiare il partito, sono venuto per cambiare il Paese». IL RISPETTO – Ha mantenuto la promessa. Un sondaggio del Guardian, che pure non gli perdona la guerra in Iraq al fianco di Bush, ieri ha rilevato che se ne va col rispetto della gente, che il 60 per cento dei cittadini britannici lo ricorderà come una forza che ha cambiato la Gran Bretagna (anche se non necessariamente per il meglio) e che il 44 per cento lo giudica un buon leader. Ieri è stata una giornata dedicata agli annunci. Prima Blair ha convocato alle 9 i suoi ministri a Downing Street: un quarto d’ora per dire che sarebbe andato a Sedgefield a dare la notizia ai suoi elettori. I membri del governo sono usciti uno a uno senza rispondere alla domanda che tutti i cronisti gridavano di fronte alla porta del Numero 10: «Allora quando?» «La data esatta?», «Siete tristi?». Per una volta sono stati disciplinati e non hanno dato risposte, per non rovinare la sorpresa finale del capo. Per avere qualche dettaglio li abbiamo inseguiti fino a Parliament Square. Lì il giovane ministro dell’Ambiente David Miliband, atteso da un grande futuro anche con Brown, ha raccontato che la riunione «non è stata piena di lacrime; un momento storico, certo, ma anche divertente. Prima Tony ha scherzato: "ci ho ripensato...", poi ha detto: "non vado a Sedgefield per annunciare che resto altri dieci anni"». SOLO – Di fronte a Westminster ieri era un circo. A un lato della piazza, come al solito, gli striscioni dei pacifisti accampati lì dal 2003 per dire no al «guerrafondaio Blair». Mentre lui, trecento chilometri più a Nord, ripeteva che «il dovere di un premier è di decidere in base alle convinzioni profonde», quindi per il negoziato che ha dato la pace all’Irlanda del Nord e l’azione militare in Sierra Leone, Kosovo, Afghanistan e Iraq: «Sei solo con il tuo istinto a volte e dopo l’orrore dell’11 settembre sentii che dovevamo stare spalla a spalla con il nostro più vecchio alleato, l’America». E ancora, convinto: «Ricordate che non dobbiamo cedere, anche se so che è stata una scelta controversa e amara non dobbiamo arretrare, perché altrimenti i terroristi non cederanno». L’ERRORE – Nel palazzo dei Comuni, mentre Blair a Sedgefield era impegnato nella recita dell’addio, business as usual: come da copione britannico nelle ore fatali. Gordon Brown era alle prese con il Question Time da ministro finanziario e ha cercato di stare bene attento a non mostrarsi troppo soddisfatto. A settembre dell’anno scorso, quando aveva organizzato il colpo di palazzo per costringere Blair alla resa, un fotografo lo aveva sorpreso nella notte con un ghigno da Jago. Quando il ministro ombra conservatore George Osborne (che lo detesta) ha osservato che dopo dieci anni di attesa nell’ombra doveva essere uno dei giorni più felici della sua carriera politica, il cancelliere ha affondato la testa nelle carte. Ma poi lo Speaker della Camera gli ha dato la parola chiamandolo Prime Minister. Gaffe o errore premeditato? A Brown è scappato comunque un sorriso. Lo scozzese che il 27 giugno sarà premier a quel punto si è rivolto a Osborne: «La nostra economia va tanto bene che ci sono 600 mila posti di lavoro vuoti e oggi ce n’è uno di più nel servizio pubblico». Grande risata di tutti i deputati, da destra e sinistra. A Sedgefield Blair stava finendo il suo discorso e i suoi dieci anni. Con il magnetismo dei giorni migliori: «Posso essermi sbagliato, sta a voi elettori giudicare, ma con la mano sul cuore vi dico che ho fatto quello che pensavo fosse bene per il nostro Paese. Chiedo scusa per le volte che non sono riuscito... ma sono stato fortunato e benedetto dalla sorte nel servire la più grande nazione della terra». E subito è partita la musica scelta dal vecchio amico John: Missing, Ci Manchi. Guido Santevecchi