Libero 10/05/2007, pag.9 Maurizio Stefanini, 10 maggio 2007
La formula americana che piace anche ai detenuti. Libero 10 maggio 2007. Nel sistema anglosassone non esiste l’idea nostra secondo cui la Pubblica Amministrazione è una realtà giuridica a parte: bisognosa addirittura di un ramo del diritto a parte come quello amministrativo
La formula americana che piace anche ai detenuti. Libero 10 maggio 2007. Nel sistema anglosassone non esiste l’idea nostra secondo cui la Pubblica Amministrazione è una realtà giuridica a parte: bisognosa addirittura di un ramo del diritto a parte come quello amministrativo. Lo Stato agisce dunque con i normali strumenti del diritto privato, gli altri enti pubblici pure, e non c’è un tabù particolare per ricorrere ai privati. Anche in campo carcerario: chi ha visto "Via col vento" ricorderà Rossella O’Hara che affittava carcerati per far andare la propria segheria. Tradizionalmente questo ricorso ai privati riguardava però aspetti particolari: la costruzione o il leasing delle carceri; la fornitura di attrezzature e servizi specializzati. Solo negli anni ’80, con la rivoluzione intellettuale reaganiana e thatcheriana, si diffonde l’idea di privatizzare addirittura il sistema penale. Nell’idea che anche in questo campo la gestione dei privati comporterà più efficienza e meno costi. Che non sono pochi: almeno 20 miliardi di dollari l’anno negli Stati Uniti di oggi. Negli stessi Stati Uniti gli esercizi correzionali privati sono al momento 158, attivi in 30 Stati: il 7% del "mercato". Metà di questa quota è rappresentata dalla Correctional Corporation of America; un altro 15% dalla Wackenut Corporation. Va detto però che negli ultimi anni questo limite si è rivelato quasi insuperabile, e anzi è diminuito il valore azionario di queste imprese. Prima che le carceri privatizzate si diffondessero, il timore diffuso dei loro critici era che per risparmiare si limitassero alla custodia dei detenuti per "neutralizzarli" nel modo più economico possibile, senza investire nella rieducazione. Adesso, invece, la constatazione è piuttosto nel fatto che la logica carceraria è difficile da cambiare. Le carceri private assomigliano dunque a quelle pubbliche: senza peggiorare troppo le condizioni dei reclusi, ma senza risparmiare più di tanto. Certo, negli Stati Uniti si ricorre in modo massiccio al lavoro dei detenuti per ripianare le spese: così i biglietti aerei della Twa sono distribuiti e venduti da una prigione in California, e i jeans Levi’s sono confezionati in carcere. Ma quelle sono cose che possono fare anche le carceri pubbliche. Il risparmio viene invece quando si riesce a impostare la struttura in modo da ridurre il personale grazie all’automazione. E quando si assume personale non legato allo status particolare delle guardie carcerarie pubbliche: quindi impiegabile in orari estremi senza bisogno di pagare straordinari o altre indennità. Per trovare volontari si è dunque dovuto costruire carceri in zone particolarmente depresse: con disoccupati più disposti a trovare un lavoro stabile quale che sia, restando vicino a casa. E infatti mentre fino a dieci anni fa negli Usa le comunità locali si mobilitavano pur di non avere un carcere nel loro territorio, oggi si trovano tra di esse i principali sostenitori delle carceri private. Si accapigliano, e addirittura mobilitano gli eletti al Congresso, pur di attrarre i costruttori. A quel punto è però necessario che l’imprenditore parta proprio dall’inizio, scegliendo il luogo e costruendo la sede su misura per le sue esigenze. Altrimenti, se si limita a rilevare un istituto di pena già pubblico, rischia di finire in rosso in modo quasi automatico. Qualcuno ha però osservato che la privatizzazione carceraria può aver avuto un certo impatto nella diffusione delle cosiddette pene alternativa al carcere, che negli ultimi 20 anni sono triplicate fino ad arrivare ai 3.800.000 persone. Sono quelle sanzioni intermedie cui ha pure puntato molto la politica di sicurezza del governo Blair, e che vanno libertà condizionale con un intenso regime di vigilanza, a quella prestazione di lavoro a favore della comunità locale toccata pure a Naomi Campbell, al controllo elettronico. Sono infatti soprattutto i privati sia a fornire le apparecchiature di sorveglianza e monitoraggio; sia a provvedere quei servizi e programmi sul territorio rivolti in particolare ai consumatori di droghe e ai giovani "a rischio". Maurizio Stefanini