La Stampa 10/05/2007, pag.55 Gianni Romeo, 10 maggio 2007
Spinte, trattenute e insulti la giustizia sommaria dei ”furbetti” del gruppo. La Stampa 10 Maggio 2007
Spinte, trattenute e insulti la giustizia sommaria dei ”furbetti” del gruppo. La Stampa 10 Maggio 2007. Il ciclismo è la metafora della vita. Nel gruppo che si avvia all’avventura del Giro o del Tour ogni giorno si cementano amicizie, si creano invidie, solidarietà e dispetti. Ci sono leggi mai scritte da rispettare, come quella di non attaccare chi cade o chi fora. Se qualcuno sgarra, gliela faranno pagare. Un Giro si può vincere o si può perdere anche per uno sgarbo da poco, per una parola di troppo». Chi parla è Alfredo Martini il saggio, ex citì, ex compagno d’avventura di Coppi e Bartali. Ricorda quel Giro del 1955 quando un giovanotto esuberante, Gastone Nencini, a Trento sembrava ormai avere la corsa in pugno. Ma Nencini fora, Magni attacca e Coppi lo aiuta, un’alleanza incredibile fra due campioni che erano divisi in classifica da pochi secondi. Saranno primo e secondo a Milano, Coppi battuto per 13’’. «Bisogna crescere rispettando le gerarchie», faranno capire poi. Le gerarchie hanno sempre avuto il loro peso nel gruppo, una piccola comunità con i suoi capi e le sue regole. Erano regole molto più rigide tanti anni fa; ai tempi di Coppi e Bartali non si muoveva una fuga senza il permesso dei due boss. Raccoglieva gloria di giornata chi non infastidiva troppo. Loretto Petrucci, velocista toscano dalla lingua lunga, vinse due Milano-Sanremo nei primi Anni ”50, osò paragonarsi al grande Fausto: alla terza Sanremo, mentre scattava per la volata, una mano anonima afferrò il suo sellino e Patrucci non vinse più. Francesco Moser era soprannominato sceriffo, per dire di come comandava la truppa. Un giorno, al Giro, Bruno Vicino gli chiese il permesso di fare la cosiddetta fuga-parenti, un saluto ai suoi e basta. Ma dopo il bacio alla sposa continuò la fuga e Moser che voleva vincere per via degli abbuoni si dovette impegnare a morte. Da quel giorno Vicino non trovò più ingaggi. Lo sceriffo aveva messo il veto. Un altro coriandolo di storia. Il gruppo non gradì nel 1967 lo strapotere del francese Anquetil e formò una «santa alleanza», come venne definita allora. Tutti per Gimondi, che infatti vinse il Giro. Ma qualcuno sussurrò che per stimolare l’alleanza fu decisivo più il denaro distribuito nel gruppo che non l’amor di patria. L’ultimo dittatore riconosciuto è stato Lance Armstrong. L’episodio ancora abbastanza fresco della fuga impedita a Filippo Simeoni al Tour, il coro di «scemo, scemo» con cui il nostro venne riaccolto dal gruppo compatto nel compiacere il sovrano, perché Simeoni aveva osato denunciare il medico Ferrari, è una nota forte e stonata nella carriera del texano. E Basso? Quando tornerà in bici lo tratteranno da pentito, avrà bisogno di protezione? Dice Martini. «Una volta pagato con la squalifica verrà accettato come prima. Espia e rientra». Siamo nell’era dello sport televisto, fa comodo a tutti avere dei leader che portano audience, in un momento di disamore verso uno sport che tradisce. Gianni Romeo