La Stampa 10/05/2007, pag.39 Bruno Villois, 10 maggio 2007
Tramonto del piccolo commercio. La Stampa 10 Maggio 2007. I consumi riprendono a salire e tutti tirano un sospiro di sollievo
Tramonto del piccolo commercio. La Stampa 10 Maggio 2007. I consumi riprendono a salire e tutti tirano un sospiro di sollievo. Erano più di cinque anni che la brusca frenata congiunturale li aveva congelati. Adesso la Confcommercio, pur con la dovuta cautela, evidenzia una ripresa che fa bene sperare. Qualcosa comunque non funziona più come prima. Oltre il 20% delle famiglie non solo non fa crescere, almeno a livello inflazione, i proprii consumi ma è anche obbligata, per le ristrettezze economiche, a ridurli. Siamo di fronte a una grande e continua trasformazione delle categorie sociali, con il tanto decantato ceto medio che è sempre più alle corde e per far fronte alle sue abitudini riduce il risparmio accumulato, ricorre al credito al consumo, indebitandosi, spera negli investimenti finanziari con ricchi dividendi. Una situazione appesa a un filo in cui tra indebitamento, erosione del risparmio e possibile calo delle Borse si rischia, in pochi anni, un default del «già ceto medio» di dimensioni enormi tali da ingenerare forti preoccupazioni sul da farsi. Uno dei principi che denotano la crescita economica di un Paese è sicuramente di avere consumi, di anno in anno, con un incremento almeno superiore di 2 punti a quello inflativo. L’Europa, ancor più degli Usa, utilizza in proprio oltre il 70% di quel che produce. Il massiccio consumo dei prodotti interni era creato dalla maggioranza delle famiglie con un reddito pari ai vecchi quattro milioni di lire, circa gli attuali 2000 euro, e soprattutto dal ceto medio, che disponendo da 2 a 3 volte di più, aveva abitudini consumistiche assai elevate. Il resto dei consumi, basso in quantità ma alto in qualità e prezzo, era ed è determinato dallo strato alto, il cui reddito è ancora mediamente maggiore di 8/10 volte quello dei «normali». L’erosione del potere d’acquisto, spintasi fino a oltre il 50% in rapporto all’ante euro, ha prodotto il tracollo e oggi oltre 4 milioni di famiglie sono in ambasce, non avendo più margine tra spesa e reddito con esigenze difficilmente ridimensionabili. L’industria dei consumi, essenzialmente quella che fa capo alle multinazionali, si è rapidamente attrezzata per catturare il già ceto medio e, a condizioni accettabili, offrirgli parte di quello a cui era abituato. L’esempio degli outlet è eclatante, i più grandi occupano personale e fatturano come vere medie industrie. Altrettanto sta accadendo nelle catene del food, con offerte sempre più accattivanti a costi contenuti, il tutto in una differenziazione, legata all’ubicazione del punto di vendita, in grado di proporre prodotti, sotto lo stesso marchio distributivo, di qualità e prezzi assai diversi. Una rivoluzione vincente in grado di ridisegnare, salvaguardandole in parte, le consuetudini del ceto medio. Più complessa la situazione del piccolo negozio che nelle medie città, ma anche nei rioni delle grandi, vive una situazione quasi irrecuperabile: non può abbassare i prezzi, non è in grado di ampliare l’offerta, non è accattivante nelle vetrine. Era il cliente che gli riconosceva ruolo, redditività. Adesso è kaput. Il problema sta nel numero dei piccoli negozi, il più delle volte a conduzione famigliare, ma sempre con necessità di reddito. La forte azione di controllo a cui sta per essere sottoposta a livello fiscale darà il colpo di grazia. bene precisare che l’obbligo di pagare le tasse in rapporto al reddito è cosa sacrosanta è però altrettanto bene riflettere su quanto erario e previdenza incidano sul reddito da lavoro autonomo, tanti sono i balzelli che è difficile sapere se sia sotto o sopra il 70%, di certo è troppo per chiunque, figurarsi per il micro imprenditore. Se si vuole evitare un’altra Caporetto, tipo ceto medio, è indispensabile alleggerire le tassazioni dirette e indirette al microcosmo produttivo e commerciale e intanto stanare gli evasori. Non farlo significa solo distruggere valore, anche un solo occupato, oltre al proprietario, che perde il lavoro, moltiplicato per la massa di milioni d’imprese crea un disastro sociale. Difficile aggiungere altro, di certo il tempo corre veloce e rinviare (vedi tesoretto) decisioni sulle tasse bene non fa, anzi. Bruno Villois