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 2007  maggio 10 Giovedì calendario

Un anno di interventi con la vocazione da regista. La Stampa 10 Maggio 2007. Roma. Oggi, spegnendo idealmente la sua prima candelina da Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano tirerà un bilancio piuttosto soddisfacente

Un anno di interventi con la vocazione da regista. La Stampa 10 Maggio 2007. Roma. Oggi, spegnendo idealmente la sua prima candelina da Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano tirerà un bilancio piuttosto soddisfacente. I sondaggi sono in crescita, la sua autorevolezza appare rafforzata e molti di coloro che non lo avevano votato gli riconoscono adesso imparzialità ed equilibrio. A meno che non cambi idea oggi, Napolitano non ha previsto alcun brindisi celebrativo con i suoi collaboratori, come invece era abituato a fare il suo predecessore Carlo Azeglio Ciampi con la timidezza scaramantica di chi pensa: «Be’, un altro anno è passato e siamo ancora qui». Da esperto primattore della scena politica, Napolitano non ha nessuna timidezza. E’ convinto di poter fare e dare molto di più per entrare nella storia e i bilanci parziali non lo interessano. Secondo sondaggi riservati commissionati dal Quirinale sono già oltre l’80% gli italiani che lo apprezzano «molto» o «abbastanza». Si parla di un «lento» ma «costante» aumento del gradimento. In realtà, secondo altri sondaggi, resterebbero ancora una ventina di punti di distanza da Ciampi, ma un anno fa erano almeno trentacinque. Inoltre non bisogna mai dimenticare che il primo Presidente ex-comunista della storia repubblicana è stato eletto da poco più della metà dei grandi elettori, 543 su 1009, mentre il suo predecessore aveva goduto di un sostegno unanime. A dispetto dell’aria fredda e distaccata, Napolitano, anche se non lo ammetterebbe mai, tiene alla sua popolarità e ne ha cura molto più di quanto appaia. E’ del tutto normale per un politico e non si tratta di vanità. Dopo essere stato per decenni un uomo-chiave della politica italiana, Napolitano era finito nel binario morto di un dorato notabilato e, in qualche confidenza con gli amici più intimi, aveva cominciato a parlare di un prossimo ritiro a vita privata. Poi, la determinazione dei Ds ad ottenere il Quirinale e il suo prestigioso curriculum istituzionale, combinati con lo sbarramento contro Massimo D’Alema, hanno compiuto il miracolo. E’ un’occasione che Napolitano non intende sprecare. L’altro giorno Tony Blair, commentando il suo prossimo ritiro, ha curiosamente citato Enoch Powell, uno dei pochi politici britannici della destra illiberale: «Ogni carriera politica finisce con una sconfitta». Napolitano, invece, vuole terminare la sua in trionfo, come e più di Ciampi. Questo spiega due caratteristiche della sua personalità di Presidente: l’attivismo estremo (qualcuno parla addirittura di «interventismo») e una vocazione solistica. Questo comporta ovviamente dei rischi. Nello stesso tempo, lavorare come «one man band» garantisce un migliore controllo del messaggio, ma può esporre più facilmente ad errori di valutazione. Napolitano non ama l’etichetta di «Presidente politico», che trova limitativa e vagamente derogatoria. Ma è una sua trasparente ambizione quella di fungere da regista, da direttore d’orchestra, del sistema politico italiano nel suo complesso. Si è dato come traguardo quello di accompagnare l’Italia verso uno stabile «bipolarismo maturo» e per questo predica instancabilmente «civile confronto» e «larghe intese» sulle questioni di interesse nazionale, che per lui sono moltissime. La sua maestria di politico, manifestatasi in un primo incarico a Romano Prodi in 12 ore e nella soluzione di una crisi difficile in 48 ore, gli è stata da tutti riconosciuta. L’altro tema sul quale Napolitano ha sintonizzato il suo magistero fin dalla prima uscita a Ventotene è ovviamente l’Europa Unita, sul quale ha dimostrato di avere idee chiare e numerose. C’è poi un terzo filone, quello dei «conti con la storia» contratti in quanto ex-comunista, che, con la visita a Budapest e la dichiarazione sulle foibe, Napolitano ha pagato fino all’ultima lira e anche di più, creando anche un piccolo caso diplomatico con la Croazia. Ma non vanno sottovalutate le numerose incursioni nel campo di quelli che gli anglosassoni chiamano «social issues»: la risposta a Welby sulla «dolce morte», l’invito (non raccolto) alla Chiesa a trovare un punto d’incontro sui Dico, la sensibilità verso i carcerati e, soprattutto, la sua campagna contro le «morti bianche». Sono questi i temi ai quali Napolitano affida il compito di cementare il suo rapporto con il grande pubblico per aumentare la sua popolarità e cancellare l’etichetta di «presidente politico», un po’ Talleyrand un po’ Robin Hood. Paolo Passarini