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 2007  maggio 10 Giovedì calendario

I conti con Blair. La Stampa 10 Maggio 2007. Anche se troverà il modo di ammorbidirla con qualche incarico internazionale, l’uscita di scena di Blair assomiglia a un tramonto, non solo per la disfatta elettorale in Scozia

I conti con Blair. La Stampa 10 Maggio 2007. Anche se troverà il modo di ammorbidirla con qualche incarico internazionale, l’uscita di scena di Blair assomiglia a un tramonto, non solo per la disfatta elettorale in Scozia. la fine di un’epoca. Per essere l’uomo che ha risollevato i laburisti da quattro sconfitte consecutive nell’era thatcheriana, li ha portati tre volte alla vittoria e gli ha assicurato un decennio al governo, per essere l’uomo a cui vengono riconosciuti una grande leadership e il merito di aver segnato il nuovo corso della sinistra europea, per essere il primo ministro che ha assicurato alla Gran Bretagna una crescita economica mai registrata prima, Blair se ne va senza riconoscenza, e senza pubblici riconoscimenti. D’improvviso, il coro che aveva accompagnato i suoi esordi, i convegni, i saggi, i dibattiti, le molte e molte parole dedicate all’esempio del «New Labour», sembrano cancellati, tacitati, spariti. L’opinione prevalente è che l’ottimo Blair degli inizi si sia lasciato travolgere dallo sbaglio della guerra in Iraq, sacrificando tutto sé stesso a questa scelta, e arrivando perfino a mentire e a giocarsi l’onore. Per carità, tutto vero. Ma è da vedere che questo errore finale possa bastare ad archiviare un’esperienza considerata la più innovativa, a cavallo tra i due secoli, in campo riformista. Il dubbio è invece che un ragionamento così sbrigativo possa servire a parte della sinistra, compresa quella italiana del neonato partito democratico, per evitare di fare i conti con le novità introdotte dal blairismo. Blair infatti è stato l’unico leader laburista, socialista o socialdemocratico, ad aver preso, e in qualche modo scoperto, il capitalismo per quel che è. Senza tentare, come hanno fatto altri, di tosarlo o riformarlo, ma cercando di sfruttarne in senso sociale le opportunità e usandolo dichiaratamente come creatore di benessere e come motore di trasformazione della società. Una società, quella inglese, che a tutti i livelli, secondo i meriti e l’impegno dei singoli, ha potuto toccare con mano i vantaggi del capitalismo moderno e di una maggiore competitività: più lavoro, più possibilità di migliorare la propria qualità della vita, maggiore redistribuzione della ricchezza. Con questo genere di capitalismo, Blair - si può dire metaforicamente - ha avuto per tutti i suoi dieci anni un rapporto senza «se» e senza «ma». Teorizzandola da prima dell’arrivo al potere, quando sulla rivista Marxism today premeva per convincere il suo partito degli aspetti positivi della rivoluzione thatcheriana (rigore, fine dell’assistenzialismo e dello statalismo, ridefinizione dei rapporti con i sindacati, che ebbero negli Anni 80, nello scontro con i minatori del Galles, il loro punto di svolta), Blair non s’è fermato a una rielaborazione della dottrina della «Lady di ferro». Anzi, laddove la Thatcher, esponente della middle class aveva puntato a colpire i privilegi dei benestanti, in una società rimasta ancora tutto sommato classista, Blair, pur essendo il primo leader europeo ad aver posto in un contesto internazionale il problema del superamento della povertà, ha cercato di andare oltre quest’impostazione. La sua convinzione è stata fin dal primo momento che la mobilità sociale sarebbe stata comunque incentivata da un buon funzionamento dell’economia di mercato, e che al mercato andavano quindi indirizzate tutte le iniziative innovatrici del governo. Di qui, appunto, una politica volta ad attirare nel Regno Unito capitali stranieri in cerca di impiego, a incentivare le privatizzazioni, a detassare i gains, i vantaggi, per evitare i movimenti «mordi e fuggi» dei soggetti più audaci del mondo finanziario. In questo modo Blair ha reso Londra la piazza d’affari più appetibile, la città più cosmopolita e la capitale di un paese e di una società multiculturali che non hanno eguali al mondo. Ha attirato nella City, nel frattempo raddoppiata quanto a uffici e spazi destinati a nuove imprese, capitali arabi, indiani, pakistani, oltre a quelli degli oligarchi russi. Ha ridisegnato una sorta di «british way of life», moltiplicando interessi e investimenti su case, scuole, palestre, alimentazione, ristoranti, servizi pubblici, trasporti, salute, e creando attorno a questi settori una sorta di mercato nel mercato. Che poi una parte delle riforme, a cominciare da quelle del sistema scolastico e sanitario, non abbia funzionato come doveva, in qualche caso abbia aggravato le rotture del tessuto sociale, e sia oggi oggetto di una revisione critica ai danni del blairismo, è un fatto che non necessariamente contraddice la bontà dei propositi blairiani. Se ne ricava, semmai, che le riforme tardano oltre le previsioni a produrre i propri effetti, e ancora che, se l’economia è veloce, finisce con il sottolineare questo ritardo. Ma i cambiamenti restano, e prima o dopo portano risultati. Ad esempio, in Gran Bretagna, nuove esigenze dei mercati, del mondo del lavoro e accelerazione della mobilità sociale hanno richiesto, com’era da aspettarsi, la ridefinizione delle politiche d’immigrazione e di sicurezza. Nel Regno Unito, in sostanza, si entra per lavorare, si paga (se extracomunitari) per entrare, e ci si deve impegnare, dimostrandolo con un attestato di frequenza ai corsi, a imparare l’inglese. La selezione è severa, rigido l’elenco dei doveri, la violazione dei quali comporta sanzioni molto dure. E il sistema funziona. Dopo aver dato, e poi frettolosamente ritirato, grande credito a Blair, le sinistre europee dovrebbero riflettere su tutto questo. Perché al di là dell’errore sulla guerra, di certe sue debolezze personali, di un’esagerata tendenza mediatico-spettacolare, e alla fine, ovviamente, della sua stanchezza, quello di Blair e del suo rapporto con l’economia mondiale globalizzata rimane infatti un esperimento unico, e forse il solo riuscito, di fronte a tanti tentativi falliti di riformare il capitalismo. Di cercare di farne un’impossibile variante del socialismo. Un ircocervo, un ibrido, alle volte un mostro. Marcello Sorgi