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 2007  maggio 09 Mercoledì calendario

Intervista a Pippo Del Bono. La Stampa 9 Maggio 2007. Roma. Senza musica non posso nemmeno immaginare i miei spettacoli, ma all’opera sono stato poco

Intervista a Pippo Del Bono. La Stampa 9 Maggio 2007. Roma. Senza musica non posso nemmeno immaginare i miei spettacoli, ma all’opera sono stato poco. Un mondo troppo pieno di gente perbene, impachettata, con cantanti dalla voce ben impostata, ma con corpi che spesso sembrano statue di cera, eppure». Eppure Pippo Del Bono, regista e attore e danzatore, creatore di teatro tra i più personali e ormai anche tra i più riconosciuti, firmerà una regia lirica. Il 7 settembre, per la Stagione Lirica Sperimentale di Spoleto - qualcuno comincia a chiamarla il vero festival di Spoleto - metterà in scena Obra maestra. Un’opera ispirata a «un progetto mai realizzato di Frank Zappa, con un carattere brillante e anche di parodia», dice il compositore, Giovanni Mancuso, veneziano, 37 anni, vincitore del concorso Orpheus. Del Bono, rientrato all’alba da Madrid, dove in autunno avrà luogo una sua retrospettiva, è in attesa di partire per Torino dove da domani a domenica, alle Fonderie Teatrali Limone di Moncalieri, va in scena Questo buio feroce. Non è di buon umore, la prima colazione dell’albergo non è all’altezza del prezzo: «Questi siamo noi italiani: a Roma e a Venezia devi venire per forza e allora se ne approfittano». Che cosa l’ha persuasa ad accettare questa avventura lirica? «Discuterò ancora con la librettista, Pilar Garcia, chiederò modifiche, e forse ci saranno cambiamenti nella partitura, perché una cosa condiziona l’altra. Determinante è stato il soggetto: ho fatto migliaia di chilometri per ascoltare i concerti di Zappa, era un artista che entrava in zone anche non sue, e riusciva a farle proprie. E’ stato una grande mia passione giovanile, ho scelto la sua musica per il mio Gente di plastica». Si dice: Del Bono è discendente di Paganini. Liguri tutti e due, lui di Genova, lei di Varazze. «Forse per parte materna.. Poi l’elasticità della mano, l’intensità del rapporto con la musica». Timori particolari? La musica è una fidanzata esigente! «La mia scarsa conoscenza dei linguaggi musicali contemporanei. Sono arrivato fino a Stravinskij, ho usato Le sacre du printemps per insegnare ad alcuni attori e cantanti a scoprire e impadronirsi del proprio corpo, a danzare. Ogni spettacolo diventa un gioco con te stesso, i tuoi limiti da valicare. La musica di oggi è frastagliata, sghemba, chissà se imparerò a riconoscere anche qui la rotondità di una melodia». Lei e la sua compagnia: Bobò, Nelson, Gianluca, Mister Puma, le loro diversità fisiche, le loro speciali qualità affettive. Siete un gruppo coeso. Insieme anche in questa occasione? «La mia compagnia me la porto sempre dietro, almeno un nucleo centrale. Per rimetterci in discussione, tutti. Noi e gli altri». Dal teatro o dal cinema alla lirica: un percorso riservato ai registi di successo. Quali sono i motivi del suo successo? «Il mio teatro include, non esclude. E’ una forma complessa, però ti conduce in un percorso rituale, simile alla musica. Sei spettatore, però non annulli la tua esperienza interiore. Se adesso lei, io, la cameriera con i capelli biondi, il portiere, ascoltiamo la Nona di Beethoven, poi non importa se l’abbiamo capita. Però tutti l’abbiamo vissuta, sentita. Bobò è sordo, ma sente i ritmi e balla benissimo. Tanta gente diversa ci segue, non ha paura di perdere la propria fragilità. La diversità allarga il rapporto con la vita». «Questo buio feroce» racconta di un uomo che sta morendo di Aids. Perché questa vicenda? «Ero in Birmania, in un paesino sperduto trovo in traduzione italiana questo libro autobiografico di Harold Brokey. Scopro la storia di un occidentale in Oriente: noi rimuoviamo la morte, o la esibiamo, loro al contrario riescono a comprenderla. Siamo partiti dalla morte per parlare della vita». Sandro Cappelletto