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 2007  maggio 09 Mercoledì calendario

Treviso vieta le lanterne rosse. La Stampa 9 Maggio 2007. Treviso ha dato dieci giorni di tempo ai ristoranti cinesi per togliere dai loro ingressi le lanterne rosse

Treviso vieta le lanterne rosse. La Stampa 9 Maggio 2007. Treviso ha dato dieci giorni di tempo ai ristoranti cinesi per togliere dai loro ingressi le lanterne rosse. « in ballo il decoro della città - dichiara l’assessore all’Edilizia -: le lanterne rosse non c’entrano niente con Treviso». E il pro-sindaco Gentilini: «Treviso è una città veneta e padana, non è una città orientale». La stampa nazionale tratta Gentilini come una macchietta, ma sbaglia: Gentilini è molto amato dalla popolazione, conquista la maggioranza da solo. Lui ha una precisa idea di Treviso: deve superare in ricchezza Verona, Vicenza, Padova, disoccupazione zero, stazione ferroviaria pulita come e più delle altre piazze, niente islamici in bivacco davanti alle chiese, gli alpini sono la nostra gloria militare, tutte le nostre battaglie, vinte o perse, sono il nostro onore, guai a chi tocca la tradizione, i lavoratori stranieri possono entrare ma senza portare con sé pezzi delle loro civiltà. Il punto debole di questo sistema è la tradizione. Tradizione vuol dire che quello che saremo domani deve derivare da quello che siamo oggi. Un bel problema. L’ordine e il decoro regnano a Treviso, e non sono cose da poco. Ho visto, nella stessa settimana, Roma, Firenze e Treviso: beh, Roma e Firenze sono sporche che più sporche non si può, non c’è rispetto per niente, per entrare a Santa Maria Novella tu fendi gruppi di persone di tutto il mondo che han l’aria di non sapere niente di quel che c’è lì, e se entri alla stazione Termini trovi bivacchi di ogni genere, gente che non è scesa da nessun treno e non sta prendendo nessun treno. A Treviso non è così. Con i suoi metodi «scandalosi», al limite del codice, Gentilini è riuscito a mantenere alla sua città una mirabile pulizia. Meglio di Verona, meglio di Vicenza, molto meglio di Padova, dove la sozzura invade il centro risalendo dalla periferia per le vie Belzoni e Altinate. Ma questo è l’ordine. La tradizione è un’altra cosa. Non puoi avere lavoratori islamici e impedire che vestano, uomini e donne, alla islamica. Eppure Gentilini ha proibito «i camicioni» ai marocchini. Non puoi avere ristoranti cinesi, in regola con le licenze, senza che espongano le lanterne rosse. A Padova ci son ristoranti turchi, greci, arabi, indiani. In un ristorante indiano, subito dopo il cavalcavia della stazione, una ragazzina di 18-20 anni balla la danza del ventre: tu ceni, e lei viene a strusciare l’ombelico contro il tavolo. carina, ma leggermente grassa: in India la grassezza fa parte della bellezza. Le lanterne rosse splendono a Padova, Verona, Vicenza, come in tutto il mondo, davanti a ogni ristorante cinese: dicono che lì è Cina, sono il marchio doc. I ristoranti cinesi a Treviso sono tre: «Bambù», «Grande Muraglia» e «Nuova Cina». Fuori hanno le lanterne rosse, e nell’atrio leoni e draghi. Anche questi saranno proibiti, l’ordinanza è già pronta. Si de-orientalizza l’ingresso, poi l’atrio, ma l’ideale sarebbe venetizzare anche la cucina: e negli involtini primavera avvolgere il radicchio trevigiano. Ai tempi del grande boom, quando Vicenza si vantava di produrre ed esportare più del Portogallo, Treviso rispondeva di produrre ed esportare più della Grecia. Ci domandavamo: perché la Grecia? Vuol forse diventare un’Atene, chiederà di avere una sua università? (Qui ogni città si fa un pezzetto d’università, magari con due sole facoltà). Ora è chiaro: nel caos multietnico del Nord-Est, Treviso vuol conservare la purezza razziale e presentarsi al mondo come una nuova Sparta. Ferdinando Camon