La Repubblica 10/05/2007, pagg.1-25 Timothy Garton Ash, 10 maggio 2007
I tre errori di Blair nel giorno dell´addio. La Repubblica 10 maggio 2007. Tutte le carriere politiche si concludono con un fallimento, che però non è sempre uguale
I tre errori di Blair nel giorno dell´addio. La Repubblica 10 maggio 2007. Tutte le carriere politiche si concludono con un fallimento, che però non è sempre uguale. Al momento di congedarsi Tony Blair è estremamente impopolare in patria ma piuttosto rispettato all´estero. Solo il 22 per cento dei britannici intervistati nell´ambito di un recente sondaggio YouGov reputa che sia affidabile, mentre il 59 per cento afferma che il premier uscente non ha migliorato la reputazione della Gran Bretagna nel mondo. Ma, c´è da chiedersi, il 59 per cento del mondo la pensa allo stesso modo? Due settimane fa su queste colonne ho fatto tirare a Blair , direttamente, le somme della sua politica estera nell´ultimo decennio. A giudicare da alcune furiose risposte che ho ricevuto, persino porgere cortese orecchio al primo ministro uscente è una sorta di alto tradimento intellettuale. L´unico compito di un commentatore che si rispetti è quello di interrogare e quindi rinviare a giudizio Blair – scusate, ´Bliar´, Blair il bugiardo – quasi fosse un ibrido tra Radovan Karadzic, Augusto Pinochet e Adolf Eichmann. Guai a stringere quella mano sporca di sangue. Quel sorriso va cancellato una volta per tutte. Come accade a molte cene londinesi , si dimostra la propria virtù superiore – e l´ appartenenza alla tribù - condannando Blair con sconfinata veemenza. ´ Not in my name´ è tutto quel che c´è da dire o, piuttosto, da gridare. A dire il vero è più interessante smettere di gridare per un momento e ascoltarlo, perché quello che ci propone è uno schema sulla base del quale giudicare il suo operato. L´essenza del Blairismo in politica estera, mi ha detto, è l´interventismo liberale. La politica estera di Blair si è incentrata tutta sulla combinazione di soft e hard power e sul rafforzamento delle nostre alleanze con gli Stati Uniti e l´Unione Europea. Esistono due possibili alternative. Una è non condividere il programma in sé. L´interventismo liberale, si potrebbe obiettare, è un´insulsaggine. Che cosa ci importa di impedire a degli stranieri di ammazzarsi a vicenda, se è quello che vogliono? Dimostriamo il nostro soft power europeo, pacifico, non intervenendo in nessun luogo. Per non sporcarci le mani non alziamo un dito. E non vogliamo in ogni caso accostarci agli Usa (dicono i blairofobi di sinistra). O all´Europa (dicono i blairofobi di destra). La seconda alternativa è esaminare l´operato di Blair alla luce dei suoi obiettivi dichiarati. Se credete, come me, nell´autentico intervento liberale, ossia mirato ad impedire il genocidio o altri comportamenti inumani o letali, allora il Kosovo deve essere ascritto a credito nel bilancio. Blair in quel caso guidò un´azione internazionale per bloccare il genocidio perpetrato da Slobodan Milosevic contro gli albanesi del Kosovo, in maggioranza musulmani. E la comunità internazionale non trasformò la successiva occupazione in un disastro. Non sarà la Svizzera, ma oggi il Kosovo si avvia ad essere un paese europeo. I signori della guerra sia serbi che kosovari sono sotto processo all´Aja. Il Kosovo è stato un grande successo per Blair. I rapporti della Gran Bretagna sia con gli Usa che con i partner dell´Unione Europea sono migliori di quanto non fossero nel 1997. Nel contesto europeo, il decentramento amministrativo a favore della Scozia e del Galles e lo straordinario spettacolo di un governo unitario nordirlandese va ascritto a credito di Blair. La Gran Bretagna ha anche rafforzato la sua posizione in Europa e nel mondo grazie all´economia relativamente florida associata ad una parziale riforma dello stato sociale. Il fascino esercitato da ciò che gli italiani, i francesi e i tedeschi, intendono per blairismo rientra a sua volta nel soft power britannico. Per tutti i restanti problemi, bisogna porsi questo interrogativo: chi sta meglio? La Gran Bretagna dopo dieci anni di Blair, la Francia dopo dodici anni di Jacques Chirac, la Germania dopo otto anni di Gerhard Schröder, o gli Stati Uniti nel settimo anno di George W Bush? Da ascrivere a debito c´è una pesante cifra rossa: l´Iraq. Blair continua a insistere che il verdetto sull´Iraq spetta alla storia, ma possiamo già dirlo con sicurezza: l´Iraq è un disastro. Definirlo un caso di intervento liberale è il più grave danno che si possa fare alla causa dell´interventismo liberale. Siamo andati in guerra in base all´errato presupposto che esistessero armi di distruzione di massa e privi di legittimazione, giuridica o politica. La mancata preparazione alle probabili conseguenze è stata una disgrazia. E´ difficile arrivare ad una situazione peggiore rispetto al regime di Saddam Hussein, ma oggi è così. Centinaia di migliaia di persone sono rimaste uccise o mutilate e non si vede la fine. Le agenzie di intelligence Usa affermano che l´Iraq è diventato terreno di coltura di una nuova generazione di terroristi. Le centinaia di miliardi di dollari sperperati per la guerra e l´occupazione avrebbero potuto migliorare le condizioni di vita di molti dei poveri del mondo. Ritirando le truppe dall´Afghanistan a metà dell´opera abbiamo prodotto due fallimenti invece di un possibile successo. Il contrasto tra sciiti e sunniti si è esacerbato in tutto il mondo musulmano. La dittatura teocratica dell´Iran ne è uscita fortemente rafforzata. L´autorità morale degli Usa è andata in frantumi trascinando con sé quella del Regno Unito. L´Iraq ha alienato i musulmani ovunque, inclusi i nostri connazionali. Devo andare avanti? Si tratta del disastro più completo della politica estera britannica dopo la crisi di Suez del 1956. L´Iraq ha anche evidenziato la debolezza di un altro elemento della politica estera blairiana: il tentativo di influenzare la politica americana agendo in segreto nei corridoi del potere a Washington, eludendo il confronto con l´opinione pubblica. L´ho definita a suo tempo la diplomazia alla Jeeves. Come il maggiordomo modello dei racconti di P G Woodehouse, la Gran Bretagna mostra impeccabile fedeltà in pubblico ma in privato sussurra a Bertie Wooster (alias George W. Bush) «E´ prudente, sir?». Questo approccio è fallito. La Gran Bretagna da sola non è più in grado di influenzare l´iperpotenza, soprattutto se Washington dà sempre per scontato il sostegno britannico. Agli Stati Uniti serve un amico in grado di farsi ascoltare da Washington. Questo amico non può essere altro che una forte Unione Europea, che parli con una sola voce. Ecco il terzo grande difetto della politica estera di Blair, una pecca che egli stesso ha quasi individuato durante il nostro colloquio. Per arrivare ad un´unica voce europea occorre il pieno impegno di Germania, Francia e Gran Bretagna, ma la politica europea della Gran Bretagna è drasticamente vincolata, se non effettivamente dettata dai media euroscettici. Blair ha individuato chiaramente il problema, ma non ha mai osato imporsi sui proprietari e direttori di giornali, titolari di incarichi non elettivi, sui quali il New Labour ha fatto così pesante affidamento. L´obiettivo di questo bilancio non è quello di scrivere subito la storia, ma di trarre insegnamento dai fallimenti come dai successi. Sono tre le lezioni che emergono. Innanzitutto non andrà mai più fatto tanto cattivo uso della bandiera dell´interventismo liberale. Bisogna esaurire prima tutte le molteplici forme di intervento liberale pacifico. Per ricorrere in extremis all´azione militare serve una giusta causa, fondata su dati di fatto, non su invenzioni abbigliate da intelligence, e una legittimazione giuridica, democratica e multilaterale. E dobbiamo essere pronti ad affrontare il lungo e difficile iter successivo. La seconda lezione è che solo un´Europa forte, che parla con un´unica voce, può essere il partner strategico di cui gli Usa hanno tanto bisogno. La terza è che per arrivare ad un´Europa così forte il premier britannico deve imporsi sui baroni non eletti della stampa che attualmente dettano la politica europea della Gran Bretagna. Che Gordon Brown tragga il giusto insegnamento dalle alterne vicissitudini del suo vicino di casa. Timothy Garton Ash