Corriere della Sera 10/05/2007, pag.15 Guido Santevecchi, 10 maggio 2007
«Il suo successo? Convertire i conservatori». Corriere della Sera 10 maggio 2007. Londra. Il nome Fabian Society è un omaggio a Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, che sapeva scegliere i tempi giusti per l’azione
«Il suo successo? Convertire i conservatori». Corriere della Sera 10 maggio 2007. Londra. Il nome Fabian Society è un omaggio a Quinto Fabio Massimo il Temporeggiatore, che sapeva scegliere i tempi giusti per l’azione. E il nome è anche il programma: nel 1884 i Fabiani si posero l’obiettivo di far avanzare il socialismo in modo graduale e riformista, non con la rivoluzione. Nel 1900 i membri della società londinese furono tra i fondatori del Partito laburista, insieme con i sindacati. La loro sede in un vicolo vicino alla Victoria Station oggi sembra un covo, pieno di carte e pubblicazioni affastellate tra i computer. Ma è rimasta il cuore del socialismo progressista e del laburismo: tra i suoi membri conta oltre 300 deputati dei Parlamenti di Londra, Edimburgo, Cardiff, Bruxelles. «Oggi siamo la voce critica e amica del New Labour», dice il segretario generale Sunder Katwala. E da amico critico come giudica Tony Blair? «Come il leader di maggior successo nella storia del Labour. Ha preso il partito sul letto di morte e lo ha trasformato da perdente in vincente. Ha spostato al centro il terreno del dibattito politico, ha convertito i conservatori: dopo avergli inflitto tre sconfitte di seguito, li ha costretti a inseguirlo al centro e ad accettare la sua agenda». Per muoversi in questa direzione quanto ha dovuto prendere del thatcherismo? «Blair non è un thatcheriano, ma la sua via socialdemocratica ha accettato il mercato. Potremmo dire che in Gran Bretagna la destra ha vinto sul mercato e la sinistra ha imposto le questioni sociali, la spesa pubblica finanziata dalla tassazione. Se debbo trovare un difetto nella sua linea, dico che Blair non ha avuto il coraggio di propagandare questa formula, anzi ha cercato di minimizzarla. Non ha voluto dire chiaramente alla base di sinistra che il Labour ha occupato il centro, per paura di perdere il suo consenso. E non ha ammesso che la spesa pubblica e quindi le tasse stavano salendo, per non spaventare i centristi che lo hanno votato». Che cosa rimprovera al blairismo? «Due questioni. Anzitutto aveva promesso di pulire la politica, di avvicinarla agli elettori. E la sensazione della gente è esattamente l’opposto. Poi la politica estera. Voleva che la Gran Bretagna diventasse un ponte sull’Atlantico tra Europa e America, pensava che le due alleanze fossero essenziali per Londra e che la sua missione storica fosse di legarle. Ma non è riuscito a risolvere la questione del ruolo britannico nell’Unione, non ha fatto uscire la nostra politica e il nostro atteggiamento dall’ambiguità. Così, quando il ponte che voleva creare è crollato si è rivolto a Washington». E si è lanciato nella guerra irachena, la sua eredità peggiore? «Blair era convinto sinceramente che la guerra fosse necessaria, che si dovesse abbattere Saddam. La tragedia è che la sua idea di intervento militare per motivi etici e umanitari, come in Sierra Leone e Kosovo, era giusta. L’analisi era corretta, lui la vedeva da liberal-internazionalista alla Gladstone. Guardava alla sicurezza ma anche allo sviluppo e alla ricostruzione. Ma ha sbagliato a ritenere che i neoconservatori americani condividessero i suoi valori. Loro erano più wilsoniani, credevano solo in metà dell’agenda, per i neocon bastava la sicurezza, era sufficiente cambiare regime a Bagdad. Nessuna pianificazione alla Marshall per il dopoguerra in Iraq». Al 10 di Downing Street è atteso Gordon Brown, il compagno di Terza Via con cui Blair si è scambiato anche colpi bassi. Che cosa cambierà? «Brown è più freddo sia riguardo all’Europa sia verso gli Stati Uniti. Ma è un negoziatore credibile e un multilateralista pragmatico: nella sua agenda ci sono i temi del cambiamento climatico e della sicurezza; sa che non si può difendere l’ambiente senza fare fronte comune con i partner europei e non si può avere sicurezza senza l’alleato americano. Penso che da premier Brown potrebbe dare due segnali in questo senso confermando David Miliband come ministro dell’Ambiente, attribuendo maggiori poteri al suo dicastero. E potrebbe richiamare Jack Straw agli Esteri: gli americani non avevano gradito la linea del Foreign Office contraria allo scontro con l’Iran e il ritorno di Straw potrebbe far vedere il riposizionamento del nostro governo». Dopo Blair il grande comunicatore, il Labour si affida a uno scozzese duro e chiuso per fermare l’ascesa di un leader conservatore giovane e simpatico come David Cameron. Funzionerà? «Brown dev’essere se stesso. Non deve sfidare Cameron a chi interpreta meglio il personaggio di Blair, a chi replica più fedelmente il suo stile. E deve differenziare la sua linea politica da quella conservatrice, altrimenti la scelta sarà solo di immagine e Cameron potrebbe sembrare più brillante». Come il console Quinto Fabio, Gordon Brown ha atteso il suo momento. O meglio, Tony Blair lo ha fatto aspettare dieci anni per passargli le consegne. Due perfetti Fabiani. Guido Santevecchi