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 2007  maggio 10 Giovedì calendario

Il welfare prigioniero dei vecchi schemi. Corriere della Sera 10 maggio 2007. Sulle pensioni il governo appare intenzionato a riproporre gli schemi che avevano fatto del nostro stato sociale il luogo delle iniquità

Il welfare prigioniero dei vecchi schemi. Corriere della Sera 10 maggio 2007. Sulle pensioni il governo appare intenzionato a riproporre gli schemi che avevano fatto del nostro stato sociale il luogo delle iniquità. Caro Direttore Qualche mese fa mi era capitato – nel pieno della discussione sulla legge finanziaria per l’anno 2007 – di suggerire che il limite principale dell’azione del governo in carica stesse nella cultura economica datata che era possibile leggere con chiarezza, anche se in filigrana, nei provvedimenti che il governo stesso si accingeva a prendere. Non posso che essere grato al governo per la regolarità con cui si incarica di confermare quella che era una semplice ipotesi di lavoro. Un esempio, fra i tanti, può essere tratto dalla trattativa sulla riforma dello stato sociale aperta ieri dal ministro del Lavoro. Non mi riferisco – sia chiaro – alla complessiva impostazione di quella trattativa: benché si tratti di un’evenienza piuttosto rara, bisogna considerare come perfettamente possibile (anche se non probabile) il caso di un contraente che avvia la trattativa dichiarandosi sostanzialmente disponibile ad accettare tutte (o quasi) le richieste della controparte (naturalmente, costringendo quest’ultima, incredula, ad alzare il prezzo). Mi riferisco, piuttosto, allo specifico disegno di alcune proposte che parrebbe il Governo abbia avanzato o voglia avanzare nel corso della trattativa. La revisione selettiva dei coefficienti di trasformazione (e cioè, per chiarezza, di quei coefficienti che ci consentiranno di convertire i contributi versati nel corso della vita lavorativa in una pensione), ad esempio, che si vorrebbe limitata solo ad alcune categorie di cittadini distinti per età e per reddito. L’innalzamento dell’età pensionabile per la forza lavoro femminile che si vorrebbe connessa ad eventi specifici della vita di una lavoratrice (la maternità, ad esempio). Il riscatto incentivato degli anni di studio riservato solo ad alcuni lavoratori piuttosto che ad altri. Selettività, la si chiama, mutuando – non a caso – il termine dal linguaggio scientifico: non diversamente da alcune sostanze o da alcuni dispositivi, la politica avrebbe – il condizionale è d’obbligo – la capacità di selezionare e distinguere, di individuare le fattispecie meritevoli di un determinato intervento o, più in generale, di un trattamento specifico apparentemente dettato da principi di equità. Così non è, come abbiamo imparato fin dal secolo scorso ai tempi della riforma Dini che ebbe fra i suoi obbiettivi proprio l’ armonizzazione dei tassi di rendimento impliciti nel sistema pensionistico allora vigente (e cioè del rapporto fra trattamenti previdenziali e contributi versati). Proprio a causa dei tanti provvedimenti che – ispirati ai principi di selettività – avevano segnato gli anni Settanta ed Ottanta questi tassi di rendimento erano fra loro straordinariamente difformi: i maggiori erano anche dieci o venti volte più elevati dei minori. A parità di contributi versati, andare in pensione, nella prima metà degli anni Novanta, poteva equivalere a vincere una lotteria così come poteva corrispondere ad aver fatto un pessimo investimento. E non a caso: la capacità selettiva della politica è infatti straordinariamente bassa innanzitutto perché spesso e volentieri essa semplicemente non dispone delle informazioni necessarie e, quando così non è, perché le pressioni cui la politica è soggetta trasformano facilmente le politiche selettive in occasioni straordinarie per categorie e gruppi alla ricerca di comode rendite di posizione. Ha scritto recentemente Peter Lindert – in un libro ( Growing public) che è una delle più autorevoli difese dello stato sociale e della connessa spesa pubblica – che, fra le scelte che negli ultimi tempi hanno contribuito a preservare gli obbiettivi dello stato sociale contenendo la spesa, compare ai primi posti il passaggio dalle politiche selettive alle politiche universali: poche regole chiare e uguali per tutti. Nel 1995 sembrava che ce ne fossimo accorti ma evidentemente così non era: si trattava di un attimo di disattenzione in un percorso di assoluta continuità. Per dirla diversamente, tutto lascia supporre che della battaglia culturale condotta nel 1995 – si noti, dal centrosinistra in primo luogo – poco o nulla sia rimasto talché si può tornare oggi – con la serena incoscienza di chi ha perso la memoria – a riproporre gli schemi che avevano fatto dello stato sociale italiano il luogo della tante iniquità a carissimo prezzo. Qualche giorno fa il ministro dello Sviluppo economico, candidandosi (pardon, offrendo la propria disponibilità) a guidare il futuro Partito democratico, osservò che è arrivato il momento in cui chiunque ha idee può e deve farsi avanti. Ottimo proposito. Ma è troppo chiedere che si tratti di idee, se non proprio nuove, almeno riverniciate? Deputato dell’Ulivo Nicola Rossi