Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2007  maggio 08 Martedì calendario

Blair se ne va, i politici italiani restano. Corriere della Sera 8 maggio 2007. Il primo ministro inglese, Tony Blair, si dimette dalla carica dopo 10 anni e pare di capire che si ritiri dalla vita politica

Blair se ne va, i politici italiani restano. Corriere della Sera 8 maggio 2007. Il primo ministro inglese, Tony Blair, si dimette dalla carica dopo 10 anni e pare di capire che si ritiri dalla vita politica. Blair ha circa 55 anni. Prima di lui Clinton in Usa si è ritirato alla stessa età. La stessa cosa farà G. W. Bush a meno di 60 anni. In Italia i politici nostrani, mestieranti di lungo corso, a 60 anni si considerano ancora giovani promesse. Per diventare presidente della Repubblica, inoltre, se si ha meno di 80 anni non si è neanche presi in considerazione. normale? Dante D’Alessandro Caro D’Alessandro, Tony Blair ha lungamente resistito prima di fissare l’epoca in cui avrebbe ceduto il passo a Gordon Brown. George W. Bush, come Bill Clinton a suo tempo, deve accettare la regola costituzionale americana, introdotta dopo la triplice elezione di Franklin D. Roosevelt alla Casa Bianca, che limita a due i mandati del capo dello Stato. La vita politica di François Mitterrand fu stroncata dal cancro che lo uccise dopo la fine della sua presidenza e Helmut Kohl fu costretto a ritirarsi da uno scandalo che interruppe la sua carriera politica. Ma in altre circostanze il presidente francese e il cancelliere tedesco avrebbero continuato ad avere un ruolo nella vita politica del loro Paese. Così accadde del resto nel caso di Valéry Giscard d’Estaing dopo i suoi sette anni alla presidenza della Repubblica. Ho ricordato questi episodi perché sono rare le personalità politiche che lasciano il palcoscenico di buona grazia come il presidente americano Harry Truman e il Premier spagnolo José Maria Aznar. E aggiungo che le leggi con cui si limitano i mandati parlamentari o istituzionali possono essere in qualche caso contrarie al buon senso. Vi sono circostanze in cui un «vecchio arnese» della politica può essere utile al suo Paese. La transizione dal fascismo alla democrazia repubblicana fu assicurata in buona parte da alcuni vecchi signori (Ivanoe Bonomi, Alcide De Gasperi, Luigi Einaudi, Meuccio Ruini, Carlo Sforza, Marcello Soleri) che appartenevano alla generazione prefascista. E non dimentichiamo che Giovanni Giolitti fece il suo ultimo governo all’età di 79 anni.  certamente vero tuttavia che l’avvicendamento delle generazioni alla guida del Paese è più difficile e lento in Italia di quanto sia in quasi tutte le maggiori democrazie. Vi sono motivi contingenti. L’ascesa di Silvio Berlusconi è dovuta in buona parte al modo in cui egli seppe riempire, con la formazione di un nuovo partito, il pericoloso vuoto della politica italiana dopo gli scandali di Tangentopoli e il collasso della Prima Repubblica. Quella «discesa in campo» gli ha assicurato un’autorità e un prestigio che non sarà facile scalfire. E Romano Prodi, dopo il fallimento del tentativo di Massimo D’Alema nel 1999, era probabilmente l’unica persona che potesse tenere uniti i molti pezzi di una coalizione alquanto eterogenea. Ma accanto a questi motivi contingenti esiste un’altra ragione, più importante. Il ricambio generazionale è più facile dove le regole del gioco e le mentalità favoriscono la competizione all’interno dei partiti. Il duello fra D’Alema e Veltroni, dopo le dimissioni di Achille Occhetto dalla guida dei Democratici di sinistra, fu un segnale promettente. E altrettanto promettenti, anche se il risultato era scontato, furono le primarie con cui gli elettori di centrosinistra scelsero Romano Prodi per le elezioni politiche del 2006. Ma questi episodi potrebbero restare isolati se continuasse a prevalere, fra i giovani esponenti dei maggiori partiti, il sentimento che il potere non si conquista grazie a una dura ed esplicita battaglia contro il leader del momento, ma attraverso accomodamenti, compromessi e attese pazienti all’ombra di chi non ha alcuna intenzione di andarsene. Si formano così meccanismi di successione che ricordano quelli delle grandi famiglie piuttosto che quelli di moderne istituzioni politiche. Perché le cose comincino a cambiare in Italia sarebbe utile che i gruppi parlamentari italiani avessero il potere di congedare il leader del loro partito, come accadde in Gran Bretagna quando uno speciale comitato dei deputati conservatori chiese a Margaret Thatcher di farsi da parte. Ma fino a quando i partiti saranno più importanti dei gruppi parlamentari e i parlamentari continueranno a essere designati dalle segreterie dei partiti, l’Italia continuerà a essere una gerontocrazia. Sergio Romano