Corriere della Sera 08/05/2007, pag.27 Guido Santevecchi, 8 maggio 2007
Londra elogia la coda: vera democrazia. Corriere della Sera 8 maggio 2007. Londra. Lettera al Times nella rubrica Tempi Moderni: «Sir, alla fermata dell’autobus spesso non c’è una coda degna del nome; recentemente un uomo è salito prima di me anche se era arrivato dopo, di conseguenza non ho trovato posto a sedere
Londra elogia la coda: vera democrazia. Corriere della Sera 8 maggio 2007. Londra. Lettera al Times nella rubrica Tempi Moderni: «Sir, alla fermata dell’autobus spesso non c’è una coda degna del nome; recentemente un uomo è salito prima di me anche se era arrivato dopo, di conseguenza non ho trovato posto a sedere. Ho pensato che fosse villano: ero giustificata?». Firmato Dorothly Crossley, Wimbledon. Risposta: «Sì, è stato maleducato. I britannici hanno acquisito la reputazione per le code ordinate durante la Seconda Guerra mondiale, quando saltarle era considerato tanto contrario ai principi patriottici quanto profittare della borsa nera». Fare la fila, queue come si dice in inglese, è considerata una delle forme di organizzazione sociale più raffinate della cultura britannica. «Una espressione di sentimento etico diventata arte» dice l’antropologa di Oxford Kate Fox. Una tradizione così preziosa da sollevare ricorrentemente grida d’allarme per la sua conservazione. David Stewart-David, professore di logistica alla Business School di Newcastle ha fatto duemila file in 92 giorni per osservare il fenomeno e ha prodotto uno studio per avvertire che i sudditi stanno perdendo la pazienza. Possibile? «Un inglese, anche se è solo, forma una coda ordinata» diceva nel 1946 l’umorista ungherese George Mikes. I giornali dunque si interrogano. Qualche settimana fa all’apertura dei magazzini Primark che vendono abbigliamento sottocosto a Oxford Street, la folla che aveva formato una fila fin dalle due di notte si è spintonata: con grande scandalo. Poi ci sono state code chilometriche per la vendita di una nuova borsa della spesa ecologica in una catena di supermarket. E ancora, la passione per l’attesa ha attirato una colonna enorme e ordinata all’inaugurazione della collana di vestiti firmata da Kate Moss. Il quotidiano progressista e di sinistra Independent ieri ha deciso di dedicare al fenomeno un inserto dal titolo «La gioia di stare in fila». Quattro pagine per dire che «noi non consideriamo le code come una conseguenza irritante del dato economico della domanda che supera l’offerta, noi siamo attratti ed eccitati: la lunghezza di una fila testimonia la bontà del prodotto». L’Independent spiega che la regola «chi arriva primo è servito per primo» è un caposaldo centrale di un codice morale complesso di cui il Regno Unito è orgoglioso. «La coda è la grande livellatrice: essere belli, ricchi o conosciuti non conta quando si decide di mettersi in fila. Da quel momento si è tutti sulla stessa barca, insieme». Una sorta di esemplificazione della democrazia solidale britannica. Segue l’inevitabile paragone con l’Italia «dove il primo che spinge e scavalca è il primo ad entrare». Parla di italiani anche Sarah Vine, editorialista del Times. Ma lei, che scrive per un giornale conservatore ed è moglie di un parlamentare Tory, la pensa differentemente. A partire dal titolo: «Aspettare va bene per chi si fa guidare facilmente». E sostiene che chi è in testa alla fila dimostra spesso un senso compiaciuto di superiorità nei confronti di chi è dietro. «Altrove nel mondo chi è davanti deve spesso difendere la posizione. Gli amanti delle code possono sostenere che sono il segno di società ben ordinate, civilizzate e gerarchiche. Io penso che la fila sia il marchio della mancanza di immaginazione e iniziativa: probabilmente perché sono cresciuta in Italia dove non ci sono code ordinate. Il motivo? Lì la gente è anti-autoritaria per natura». L’antropologa Kate Fox, autrice di «Watching the English», studio sulle regole nascoste del comportamento inglese, racconta che per la sua ricerca ha dovuto sperimentare il queue-jumping, il salto della fila, comportamento così sconvolgente che l’espressione è arrivata in Inghilterra dagli Stati Uniti. «Ero davvero imbarazzata, stavo per rinunciare» dice la studiosa e spiega che «gli sguardi di disapprovazione morale sono una reazione dura da sostenere per un inglese». Non sorprende dunque un’altra lettera di un lettore che chiede: «Sir, se ci sono due bancomat uno accanto all’altro si debbono fare due file affiancate o una sola, col rischio che chi è arrivato dopo sia agevolato ingiustamente dalla maggior rapidità della sua coda?». La risposta agli esperti di sociologia. Guido Santevecchi