Varie, 8 maggio 2007
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BURG Avraham Gerusalemme (Israele) 19 gennaio 1955. Politico • «[...] La forza di Burg – pacifista senza illusioni, religioso senza tentazioni integraliste – è la capacità di rappresentare molte anime di Israele senza apparire trasformista
BURG Avraham Gerusalemme (Israele) 19 gennaio 1955. Politico • «[...] La forza di Burg – pacifista senza illusioni, religioso senza tentazioni integraliste – è la capacità di rappresentare molte anime di Israele senza apparire trasformista. Israele – sostiene Burg – è attrezzata contro le minacce esterne: il pericolo più grande che corre viene dalla ”tribalizzazione” interna. Glielo suggerisce anche la sua storia personale: [...] anni fa, mentre marciava con gli amici di Peace Now per chiedere le dimissioni di Ariel Sharon da ministro della Difesa, fu ferito da una granata lanciata da un contro-manifestante di destra che uccise un altro pacifista. ”Avrum”, come lo chiamano gli amici, non ha mai dimenticato quella scintilla di guerra civile. E alla sua vocazione di pontiere contribuisce l’eredità del padre Joseph, uomo simbolo del sionismo religioso e più volte ministro, morto nel ”99 a 90 anni. A chi gli chiedeva quale dei due elementi fosse più importante nella dottrina del partito nazionalreligioso, di cui era uno dei leader, rispondeva secco: ”il trattino”. Avrum ha recepito il messaggio: anche la sua è una politica incline ai trattini, alle mediazioni. Una tendenza che ha accompagnato tutta la sua scalata ai gradini dell’establishment, da giovane consigliere di Shimon Peres negli anni 80 a chairman dell’Agenzia ebraica e dell’Organizzazione mondiale sionista dal ”95 al ”99; cariche in cui si è speso per evitare una rottura tra Israele e la comunità ebraica americana, e dunque per contenere la pretesa del rabbinato ortodosso di imporre le sue regole in materia di conversioni: gli ebrei americani infatti sono in maggioranza riformati o conservatori e non riconoscono l’autorità dei rabbini ortodossi. Avrum media – secondo alcuni commentatori – e tenta di ricomporre sempre le fratture culturali e politiche presenti all’interno di Israele. ”Agli israeliani non piace più farsi sciogliere nel melting pot – spiega Burg – Così oggi siamo divisi in almeno cinque tribù: la ”vecchia e buona Israele’ della sinistra sionista e laica, i vari gruppi di immigrati, gli ultra-ortodossi, i sefarditi, gli arabi. Ma nessuna tribù può più esercitare un’egemonia. Per questo propongo una federazione per Israele. In questa Babele, io mi sento poliglotta”. Sullo sfondo, la pace e la guerra. Il suo approccio è: basta con l’illusione di un accordo globale, si cominci a creare uno Stato palestinese secondo la formula 70-10-20 da applicare ai territori occupati: 70 per cento da destinare subito alla nuova entità statuale, 10 da annettere a Israele per inglobare gli insediamenti, 20 da congelare in attesa di accordi futuri. Quest’ultima porzione comprende Gerusalemme. ”Per migliaia di anni l’energia di milioni di ebrei sparsi per il mondo si è concentrata sul chilometro quadrato della Città Vecchia e sul Monte del Tempio. Alla storia non va concesso un diritto di veto, ma bisogna almeno consultarla”, ricorda Burg [...] Nessuna apertura sul diritto al ritorno dei palestinesi: ”Rinuncino a Jaffa, come mia madre ha rinunciato alla sua casa di Hebron”. [...]» (’Il Foglio” 22/2/2001).