Il Giornale 01/05/2007, pag.14 Lino Jannuzzi, 1 maggio 2007
Nel verminaio della giustizia calabrese. Il Giornale 1 maggio 2007. La giustizia in Calabria «è ridotta a un maleodorante verminaio»: lo scrivono gli ispettori del ministero della Giustizia spediti a Catanzaro
Nel verminaio della giustizia calabrese. Il Giornale 1 maggio 2007. La giustizia in Calabria «è ridotta a un maleodorante verminaio»: lo scrivono gli ispettori del ministero della Giustizia spediti a Catanzaro. E della loro relazione si è discusso nei giorni scorsi in Senato sulla base di due interrogazioni al presidente del Consiglio e al ministro della Giustizia firmate da 48 senatori dell’opposizione. Faide fra toghe, carte truccate, codici stravolti, illeciti penali e disciplinari, atti investigativi alterati o falsificati, notizie sottratte al segreto istruttorio e trasformate in strumenti di lotta politica o di regolamenti di conti tra i magistrati delle procure: questo è il quadro agghiacciante che è emerso dalla relazione degli ispettori e dalle denunce dei senatori. Ma ancora più agghiacciante è stata la risposta del governo per bocca del sottosegretario Luigi Li Gotti, un famoso avvocato, e avvocato specialmente dei «pentiti» nei processi di mafia, a cominciare da Tommaso Buscetta, e poi eletto in Parlamento nelle liste dell’«Italia dei valori» dell’insospettabile giustizialista Antonio Di Pietro. Li Gotti si è alzato dai banchi del governo e ha detto testualmente: «Indubbiamente la fotografia consegnataci dal senatore Lino Jannuzzi (il primo firmatario e l’illustratore dell’interrogazione) nel suo intervento corrisponde, direi per difetto, alla realtà calabrese». Per difetto: i misfatti denunciati dagli ispettori del ministero e dai senatori dell’opposizione sono ancora poca cosa, secondo il governo, rispetto alla realtà dell’amministrazione della giustizia da parte delle procure calabresi, il verminaio non è solo quello della Procura di Catanzaro, sono verminai anche le altre procure, in Calabria lo sanno tutti e lo denunciano da anni. E le procure da anni reagiscono alle denunce arrestando gli avvocati e i giornalisti, chiudendo i giornali, mettendo sotto processo i politici, fino a tentare di incriminare i membri del governo e i parlamentari della commissione antimafia. Soprattutto i politici. Nel dibattito al Senato è stato ricordato che, già più di dieci anni fa, fu proprio un magistrato calabrese, il sostituto procuratore Roberto Pennisi a enunciare pubblicamente il programma della magistratura calabrese: «Dobbiamo azzerare - disse - la classe politica calabrese. Una nuova classe politica esisterà solo quando saranno cresciuti i bambini che ora fanno le scuole medie». E l’hanno fatto. La classe politica calabrese è stata sterminata, i partiti della prima Repubblica sono stati distrutti, una nuova classe politica non ha fatto in tempo a formarsi, i partiti della seconda Repubblica sono fragili e frantumati, quando un nuovo politico appena appena decente appare all’orizzonte viene incriminato e processato dai magistrati o, come Fortugno, viene ammazzato dalla ’ndrangheta che, in assenza della classe politica, fa politica in proprio e domina incontrastata. In Senato sono state ricordate le tappe più significative del terremoto giudiziario che ha distrutto la Calabria. Dall’inchiesta planetaria promossa dall’allora procuratore di Palmi Agostino Cordova contro la massoneria, che raccolse una tale mole di documenti,intercettazioni, avvisi di reato, mandati di cattura, atti d’accusa, che non fu più possibile conservarli a Palmi e dovettero essere trasferiti con un autotreno a Roma, dove il ministero affittò un apposito appartamento. E dove, dopo anni e anni, l’inchiesta fu archiviata per «l’assoluta inesistenza e inconsistenza dei presupposti penali». E il tentativo, alla vigilia delle elezioni politiche del ’94, di sequestrare le liste di Forza Italia perchè inzeppate di candidati massonici, che costrinse Silvio Berlusconi a svegliare di notte l’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per impedire il misfatto. E il tentativo di incriminare altri due candidati di Forza Italia, Vittorio Sgarbi e Tiziana Maiolo, per il reato, rivelatosi inesistente, di «voto di scambio». E l’arresto di due dozzine di uomini politici accusati di complottare per organizzare «la rivolta del Sud», ivi compreso il principe Gianfranco Alliata di Montereale che, cadute le accuse, fu scarcerato, assieme agli altri, giusto in tempo per morire. E il crimine dei crimini, il processo per mafia a Giacomo Mancini, figlio del fondatore del socialismo in Calabria,per trent’anni deputato, dieci volte ministro, segretario del partito socialista, sindaco di Cosenza, quell’«uomo là», come lo chiamava il pm, che non poteva non essere mafioso, perchè «in Calabria non si può fare politica senza il sostegno della ’ndrangheta», assolto dopo sette anni di processi perchè «non esiste alcuna prova di riscontri esterni alle propalazioni quasi tutte de relato dei «pentiti», generiche, indefinite e penalmente irrilevanti. Mancini fu colpito da un ictus, rimase paralizzato, e ne mori?. E i «pentiti» arruolati e gestiti dai magistrati, tutti falsi e indottrinati, da Giacomo Achille Lauro, definito «il Tucidide della ’ndrangheta», a Rosetta Germinara, a cui fu data la medaglia d’oro dal presidente della Repubblica per i suoi meriti di collaboratrice di giustizia e si scopri? che aveva mandato in galera per l’omicidio di un ispettore di polizia due innocenti, per vendicarsi del fidanzato che l’aveva lasciata. Luciano Violante aveva nel frattempo dedicata un’ode alla «eroina della guerra alla ’ndrangheta». E poi le guerre intestine per ragioni di potere tra Procura e Procura, tra il procuratore e i suoi sostituti, tra sostituto e sostituto, e il coordinatore dell’antimafia scoperto perchè firmava sentenze false, e il sostituto che tratteneva i fascicoli dei «pentiti» abusivamente per continuare a gestirli e a manovrarli perchè accusassero gli altri sostituti. Tutti rimasti impuniti, nonostante le ispezioni e le denunce del ministro al Csm. Fino ai due procuratori, quello di Catanzaro e quello di Reggio Calabria che si denunciano a vicenda dinanzi al Csm, e uno è sostenuto dalla destra e uno dalla sinistra, e alla fine il Csm arriva a un compromesso e, invece di allontanarli tutte e due dalle rispettive sedi, li conferma tutti e due all’unanimità. Perchè il Parlamento,il ministro della Giustizia, il governo non contano niente,la politica è vile e impotente, la magistratura è autonoma, indipendente, intoccabile. I più disperati sperano nella ’ndrangheta. ne e dell’integrazione. E dunque se gli estremisti firmeranno la Carta, si può essere sicuri che lo faranno con la riserva mentale di sempre: lasciare passare il temporale con meno danni possibili e poi riprendere la marcia. La ricetta è sempre quella: flessibili e accomodanti, se necessario, quando si parla in italiano, oltranzisti e radicali quando si parla in arabo ai fedeli nei propri santuari. La giornata dell’integrazione servirà anche a scompaginare le loro carte. I segnali positivi non mancano. Nei suoi siti internet, la componente liberale e riformista dell’immigrazione sta già rilanciando la proposta, completandola con la pubblicazione e il commento delle norme contenute nella Carta dei Valori. «Se l’iniziativa verrà realizzata», dicono, «vogliamo essere pronti». Cogliendo il cambiamento, una ventina di moschee hanno appena certificato il loro distacco dagli estremisti dell’Ucoii e la loro intenzione di iniziare a collaborare fin d’ora, più fattivamente, sia con le autorità di governo che con gli islamici moderati. E’ presto ancora per dirlo ma forse qualcosa di diverso si sta affacciando nel nostro paese. Anche per quell’immigrato marocchino, l’ultimo di una lunga lista, che qualche giorno fa ha malmenato brutalmente la consorte perchè non ne voleva saperne di accettare la sua seconda moglie. Da domani forse non potrà più dire, come ha fatto, che ha solo osservato le regole della sharia. Quelle che gli ripetevano ogni venerdi? nella moschea più vicina. Lino Jannuzzi