Varie, 7 maggio 2007
GO NAGAI
(Kiyoshi Nagai) Wajima (Giappone) 6 settembre 1945. Cartoonist. «[...] All’inizio degli anni Settanta un giovane autore giapponese di fumetti si ritrovò nel bel mezzo di un imbottigliamento stradale. Nell’attesa cominciò a immaginare come si sarebbe potuta risolvere con i disegni una situazione del genere: un’automobile con gambe e braccia avrebbe superato facilmente le auto in fila. Poi la fantasia andò avanti, fino ad assumere i contorni di una creazione epocale. Infatti in quei robot ci entrò dentro un bambino. E non per affrontare i problemi del traffico, ma per salvare il mondo dall’invasione extraterrestre e dall’incapacità degli adulti di affrontare la minaccia incombente. Il disegnatore è Go Nagai, nome d’arte di Kiyoshi Nagai, l’inventore di Mazinga e Goldrake, i robot che alla fine degli anni Settanta entusiasmarono i ragazzi italiani e terrorizzarono i loro genitori, fino allora abituati a vedere in televisione solo cartoni con gli animaletti di Disney, della Warner o di Hanna e Barbera. Insomma con i personaggi di Nagai arrivarono in Italia i famigerati cartoni animati giapponesi, quelli che per decenni hanno suscitato ondate di indignazione e di protesta, lettere delle associazioni dei genitori, feroci critiche sui giornali, persino interrogazioni parlamentari. Oggi gli adolescenti di allora sono diventati grandi, alcuni di loro hanno scritto saggi sul cartone giapponese e sono diventati professori universitari, in ogni caso sono in grado di spiegare le ragioni di una passione che spesso è assoluta è sfrenata (ricordate le sigle dei cartoni giapponesi cantati nei cortei di protesta?). [...] sui suoi cartoni animati in Italia circolava una leggenda secondo cui sarebbero stati fatti con il computer, anzi ”dal computer”? ”Una leggenda che mi ha sorpreso e divertito. Ovviamente tutti i cartoni erano fatti a mano. Allora da noi la mano d’opera costava molto poco e l’animazione era realizzata in Giappone. Certo, sarebbe stato interessante se ci fosse stato a quei tempi un computer con cui realizzare Mazinga e Goldrake. Avrebbe anche potuto alleggerire il lavoro degli animatori, che nella realizzazione di un cartone animato spesso è faticoso e ripetitivo”. E quando ha saputo delle critiche dei genitori italiani che la accusavano di proporre storie violente qual è stata la sua reazione? ” una costante di tutte le società e di tutte le culture che i genitori abbiano delle forti contrarietà quando i figli guardano qualcosa che non conoscono e che non riescono a comprendere. Ma il fatto che questi personaggi abbiano avuto tanto successo vuol dire che hanno presentato situazioni in cui il pubblico dei ragazzi si è riconosciuto. E per me è stata una grande soddisfazione capire di aver toccato le corde di emozioni che in qualche modo erano necessarie [...] Nel mondo degli adulti la violenza e la competizione hanno un ruolo fondamentale. Io credo sia giusto raccontare delle storie in cui si offra ai bambini una visione reale del mondo. Non bisogna spaventarli né creare loro delle ansie, ma neppure tacere di tutte le difficoltà cui si devono preparare. Credo che la visione di cartoni animati come i miei sia come l’assunzione di una medicina preventiva, che presa in piccole quantità abitua il corpo a reagire di fronte ai problemi della vita”. Il bambino nel robot, il ragazzino che, superando le incomprensioni degli adulti, supera le proprie paure e salva il mondo: come spiega il successo di questa idea? ”I bambini non vedono l’ora di diventare grandi, perché quando si è adulti si hanno più possibilità di essere ascoltati, di decidere della propria vita. Io ho dato al mio pubblico la possibilità di mettersi alla guida di un robot, di dimostrarsi più grande e più forte di un adulto. Questa sensazione è stata emozionante e straordinaria, perché le responsabilità affascinano gli adolescenti. E poter dimostrare il proprio valore in un’età in cui le emozioni sono fortissime, in cui è facile avere la pelle d’oca, è davvero il massimo [...] Il mondo degli adulti ha una struttura forte con dei codici stabiliti, in cui è difficile che un bambino abbia voce in capitolo. Questa è la mia critica. Credo che i bambini abbiano una certa paura del mondo che li aspetta, del loro futuro, anche perché vedono poca fiducia in loro da parte degli adulti. Ci vorrebbe un robot, per farsi ascoltare: proprio come accade nei miei cartoni. Quello che voglio attraverso le mie opere è offrire a questi ragazzini una spinta per uscire dalla loro prigione personale, per avere più coraggio e fiducia in se stessi. Perché il problema non è nelle loro passioni, ma nella società”. Lei ha creato sia personaggi disperati che personaggi positivi, pieni di speranza per il futuro. ”Sì. L’ho fatto seguendo un po’i miei sentimenti anche in riferimento al mondo che vedevo intorno a me” [...]» (Luca Raffaelli, ”la Repubblica” 7/5/2007).