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 2007  maggio 06 Domenica calendario

DIBATTITO SU COSA DEBBA ESSERE LA LETTERATURA. PER ORA TRE ARTICOLI


ROBERTO SAVIANO, la Repubblica 3/5/2007
Quanto pesa una parola. Quali calibri usare e su quali bilance misurarla. Domande che come febbri tropicali tormentano ogni particella di chi si avvicina da scrittore o da lettore alla letteratura. La prima volta che capii il potere della parola ero ragazzino, bande di bambini in bicicletta sulle ormai rottamate BMX scorrazzavano per i paesini dell´entroterra campano, raggiungevano i centri vicini e insultavano chiunque, sputacchiavano su tutti, signore, ragazzini, vecchi. Una volta un gruppetto si ribellò alle vessazioni e iniziò a correre verso i piccoli teppisti in bici, ma bastò solo una sola frase di questi: "Siamo di Casal di Principe" per fermare chiunque, terrorizzato. Come se si stesse giocando a "Un, due, tre, stella!", quando chi è "sotto" si gira e tutti devono fermarsi come pietre, e chi si muove perde. Allo stesso modo bastava pronunciare l´origine, il provenire da una realtà così ferocemente criminale da innescare immaginazioni mitiche così tragiche che faceva d´improvviso temere anche dei gracili ragazzini dalla faccia scura.
Da allora la potenza della parola non ha smesso di affascinarmi. La letteratura è un atleta, scriveva Majakovskij, e l´immagine di parole che scavalcano oltre la coltre d´ogni cosa, che superano ostacoli e combattono mi appassiona abbastanza. Il peso specifico della parola letteraria è determinato dalla presenza della scrittura nella carne del mondo o dall´assenza di carne, invece, per alcuni. Una volta Thomas Mann e Ignazio Silone si trovarono a discutere in Svizzera sul metro di paragone in base al quale giudicare i diversi sistemi politici. Silone rispose: "Senza dubbio: basta determinare qual è il posto che è stato riservato all´opposizione". Mann invece: "No, la verifica suprema è il posto che è stato riservato all´arte ed agli artisti".
Nelle lunghe discussioni con Vincenzo Consolo, Goffredo Fofi, Corrado Stajano, ho appreso che la necessità prima dell´intellettuale è presenziare al dolore umano, mantenersi sentinella della libertà umana, non delegare mai ad altro il proprio imperativo di difesa della dignità umana. Non all´interno di una sorta di nuova ideologia ma come unica capacità di fare del talento, della scrittura, necessità: «Esiste la bellezza e l´inferno degli oppressi, per quanto possibile vorrei rimanere fedele a entrambi», scrive Albert Camus. Fedele alla bellezza e all´inferno dei viventi, è il canone estetico che preferisco. La scrittura letteraria è labirintica, multiforme, non credo possano esserci strade univoche, ma quelle su cui credo debbano posare i miei piedi le riconosco. Primo Levi, in polemica con Giorgio Manganelli che rivendicava la possibilità di scrivere oscuro, affermò che "scrivere oscuro è immorale". Quando Philip Roth dichiara che dopo Se questo è un uomo nessuno può più dire di non essere stato ad Auschwitz. Non di non sapere dell´esistenza Auschwitz. Ma non si può più dire di non essere stati in fila fuori ad una camera a gas.
Questa la potenza di quelle pagine. Libri che non sono testimonianze, reportage, non sono dimostrazioni. Ma portano il lettore nel loro stesso territorio, permettono di essere carne nella carne. In qualche modo questa è la differenza reale tra ciò che è cronaca e ciò che è letteratura. Non l´argomento, neanche lo stile, ma questa possibilità di creare parole che non comunicano ma esprimono, in grado di sussurrare o urlare, di mettere sottopelle al lettore che ciò che si sta leggendo lo riguarda. Non è la Cecenia, non è Saigon, non è Dachau, ma è il proprio luogo, e quelle storie sono le proprie storie. Ed il rischio per gli scrittori non è mai di aver svelato quel segreto, di aver scoperto chissà quale verità nascosta, ma di averla detta. Di averla detta bene. Orhan Pamuk, Salman Rushdie, Anna Politkovskaja hanno avuto in modalità fortemente diverse la responsabilità di fare delle storie che raccontavano vicende riguardanti ogni essere umano e non più circoscritte alla geografia di un territorio. Questo rende lo scrittore pericoloso, temuto. Può arrivare ovunque attraverso una parola che non trasporta soltanto l´informazione, che invece può essere nascosta, fermata, diffamata, smentita, ma trasporta qualcosa che solo gli occhi del lettore possono smentire e confermare.
Questa potenza non puoi fermarla se non fermando la mano che la scrive. La forza letteraria continua ad essere questa sua incapacità a ridursi ad una dimensione, ad essere soltanto qualcosa, sia essa notizia, informazione o sensazione, piacere, emozione. Questa sua fruibilità la rende in grado di andare oltre ogni limite, di superare le comunità scientifiche, gli addetti ai lavori, e di andare nel tempo quotidiano di chiunque, divenendo strumento ingovernabile e capace di forzare ogni maglia possibile. La potenza stessa che faceva temere di più ai governi sovietici Boris Pasternak e Il dottor Zivago e I Racconti di Kolyma di Salamov che gli investimenti del controspionaggio della Cia. Mentre i saggisti venivano isolati, relegati in riviste accademiche, lasciati sfogare, gli scrittori dovevano essere eliminati, le pagine nascoste, le parole rese cieche e mute.
Quando mi capita di ascoltare le litanie sulla vacuità della scrittura, o quando io stesso mi lascio convincere dal vizio della letteratura come palestra per onanisti con poco talento per la vita, penso sempre alla figura di Kostylev, personaggio del libro di Gustaw Herling Un mondo a parte, un libro per anni marginalizzato e boicottato. Kostylev era stato un uomo che aveva dedicato la sua vita alla causa bolscevica. Poi iniziò a leggere Balzac, Stendhal, Constant e trovò in quei testi "un´aria diversa, mi sentivo come un uomo che, senza saperlo, era stato soffocato tutta la vita". Kostylev abbandonò il lavoro di partito, concesse tutto il suo tempo alla lettura desideroso di conoscere le verità che gli erano state nascoste. I libri stranieri che si procurava clandestinamente lo fecero arrestare. La polizia segreta lo accusò d´essere una spia e torturandolo fu costretto a confessare la mendace accusa. Kostylev si ustionava di sua volontà il suo braccio esponendolo alle fiamme vive, preferiva avere un braccio piagato e gonfio, piuttosto che lavorare per i suoi carcerieri. Nella baracca dove, esentato dal lavoro, passava le giornate, non c´era attimo in cui non leggesse libri. La lettura che gli aveva cambiato l´esistenza portandolo nei campi di lavoro, continuò ad essere la maggiore espressione della sua umanità in quel girone infernale.
Non mi interessa la letteratura come vizio, non mi interessa la letteratura come debole pensiero, non mi riguardano belle storie incapaci di mettere le mani nel sangue del mio tempo, e di non fissare in volto il marciume della politica e il tanfo degli affari. Esiste una letteratura diversa, può avere grandi qualità e riscuotere numerosi consensi. Ma non mi riguarda. Ho in mente la frase di Graham Green: «Non so cosa andrò a scrivere ma per me vale soltanto scrivere cose che contano». Cercare di capire i meccanismi. I congegni del potere, del nostro tempo, i bulloni della metafisica dei costumi. Tutto diventa materia. Danaro, taglio della coca, transazioni, assessori, documenti, uccisioni, proclami, preti e capizona. Tutto è coro e materia, con registri diversi. Senza il terrore di scrivere al di fuori dei perimetri letterari, prescegliendo dati, indirizzi, percentuali e armamentari, contaminando con ogni cosa.
Se devo scrivere devo farlo in emergenza, dove le bestemmie sono più sincere delle preghiere. E dove la realtà ha slabbrature maggiormente in grado di mostrare verità. Il rap in Europa sembra essere anni luce più avanti della letteratura nella capacità di fare della parola parte della carne del presente, rapper parigini che si trasferiscono a Napoli per raccontare il mediterraneo, filippini e gallaratesi che si lanciano in slang comuni e codificano nuovi sguardi, foggiando nuove grammatiche del racconto. E narrano di un mondo dove tutto è meccanismo di potere, danaro, affermazione, dove la politica è sempre tradimento e dove la parola è il discrimine capace di raccontare tutto questo senza negarlo, senza considerarlo inevitabile ma sentendo necessaria la bellezza di narrarlo e di corroderlo. Con le parole e con i succhi gastrici.
Molta scrittura invece sembra fare tarantelle intorno alle questioni centrali del nostro vivere. Tutto sommato non mi interessa far evadere il lettore. Mi interessa invaderlo. E mi interessa la letteratura più simile al morso di vipera che ad un acquarello di fantasie. Arrovellarsi sui territori delle definizioni di ciò che è letterario e di ciò che non lo è, tra combattimenti di accademici e filologi, ruzzolando nell´aia degli scrittori, può essere un´attività infinita senza soluzione alcuna. Una risposta credo risolutiva la diede l´autore del Viaggio al termine della notte e di Morte a credito. Una giovane giornalista andò a trovare un ormai vecchio, isolato e sempre più accidioso Louis Ferdinand Céline. Andò a Meudon, a pochi chilometri da Parigi, dove lo scrittore si era rintanato con sua moglie e i suoi animali. La giornalista dopo le solite domande di circostanza trovò il coraggio e gli chiese, quasi come se stesse pretendendo che lo scrittore gli svelasse il segreto del suo mestiere: «Ma quanti modi ci sono di fare letteratura?». Céline rispose, secco senza titubare: «Ci sono solo due modi di fare letteratura». La giornalista così si aspettava lo scibile umano delle lettere divise in due correnti e Céline diede la sue sintesi insuperabile: «Fare letteratura o costruire spilli per inculare le mosche».


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PAOLA MASTROCOLA, La Stampa 6/5/2007
Apprendo da Roberto Saviano che lo scrittore oggi deve mordere come un «morso di vipera», «mettere le mani nel sangue del suo tempo», «fissare in volto il marciume». In sintesi, Saviano invita gli scrittori a occuparsi in modo radicale e diretto della realtà, come lui stesso ha fatto nel suo bel romanzo Gomorra. Deduco che tutti gli altri, quelli che non fanno così, sono dei poveri mentecatti capaci solo a «costruire spilli per inculare le mosche» (così Céline, citato in fine articolo, la Repubblica, 3 maggio).
Sono contenta che giovani scrittori, come lui, Scurati, Piperno e altri, rinfocolino l’eterna ma sempre fascinosa polemica: realistico o fantastico? Evasione o impegno? Già Scurati ci aveva intelligentemente provocati con il suo recente libro, chiedendosi cosa mai potremo più scrivere noi, testimoni passivi di un mondo virtuale, votati alla «letteratura dell’inesperienza»: altro elogio dell’esperienza?
Mi sembra, insomma, che ci risiamo: da noi, per un inguaribile pregiudizio in favore del realismo, vincono sempre Machiavelli e Guicciardini. Mai Ariosto. Noi italiani pensiamo, soprattutto dal secondo dopoguerra, che se un romanzo parla di storia, politica e società, se racconta i grandi problemi del nostro tempo, terrorismi, stragi, camorre, catastrofi ecologiche e stupri, è sempre e comunque un gradino più su. In una parola, è impegnato. Il resto è evasione, intrattenimento: «fare tarantelle», come dice Saviano.
Va bene. Ma siccome qualcuno lo deve pur fare e invece nessuno lo sta facendo, lo farò io: difenderò gli ippogrifi. Così, tanto per ribilanciare un po’. E anche per innato amore verso i perdenti. E già che ci siamo, difenderei tutti in blocco gli animali alati, unicorni, elefantini dalle orecchie giganti, farfalle, upupe... Tutte quelle creature che sorvolano la terra, stanno a distanza, svolazzano nell’aria qua e là.
Già, la distanza. L’aria. L’ariosità, quella leggerezza che difese Calvino così bene, quel Calvino che noi citiamo così tanto e così pieni di ammirazione, ma che forse, poi, chissà se ammiriamo davvero quando ci racconta di uno che è salito sugli alberi e non è mai più disceso...
A me piacciono i cavalli alati, è vero: sono di parte. Darei non so cosa per un ippogrifo. Cosa ci posso fare? Ho studiato Lettere a Torino negli anni Settanta, quando c’era una squadra mirabile di maestri che, mentre eravamo in piena moda semiologico-struttural-formalista-post-neo-avanguardista, stavano come scogli in mezzo alla corrente (di sicuro, secondo me, pensando: passerà), e intanto ci insegnavano che la letteratura è sempre - dico sempre! - finzione, di qualsiasi cosa parli. Può parlare di filatori di seta del Seicento, di pastori innamorati di ninfe, di pescatori siciliani o di piccoli principi che coltivano rose sul loro pianeta: non importa, è sempre invenzione! Sublime, utilissima e bellissima invenzione, fabbricata per dire la verità, ma per dirla parlando d’altro, deviando, depistando: parola indiretta. Raccontare una certa storia per raccontarne un’altra, mai dirla direttamente, mai!
Se Perseo riesce a vincere l’orripilante Medusa, è proprio perché non la fissa in volto: si gira dall’altra e la guarda solo di riflesso. Se Buzzati ci avesse descritto la sua vera vita quotidiana di giornalista in redazione, non lo leggeremmo più da un pezzo. Invece per fortuna si è inventato un deserto, una fortezza e persino dei fantomatici Tartari: per questo continuiamo a leggere Il deserto dei Tartari, perché non ci parla della vita reale. O meglio, ce ne parla parlando d’altro.
Come andare a vela di bolina: tu dovresti puntare dritto e invece pieghi a destra, poi a sinistra, a destra e ancora a sinistra. Sembra che vai altrove. Invece vai dritto dove devi. Solo che ci vai zigzagando. E chi ci casca pazienza! Chi pensa che Ariosto parli soltanto di cavalli alati e Buzzati di Tartari invisibili, pazienza, va bene lo stesso, gli è concesso: che si diverta, che s’intrattenga, che danzi pure la tarantella.
In quegli anni Settanta lessi un libro stupendo: Metafora e menzogna di Harald Weinrich. Metteva in guardia dalle poetiche realiste, diceva che le storie più ingannevoli e finte sono quelle che sembrano parlare di cose vere, e che invece le storie dove una balena di dieci chilometri inghiotte un battello a vapore sono le più vere, le più oneste, perché dicono chiaro che si tratta di invenzione.
Ma noi niente. A noi piace da morire la realtà bruta e chi ci affonda dentro fino al collo, sporcandosi non solo le mani ma intridendosi di fango fino all’ultimo capello. Accezione davvero molto limitata di realismo: sembra che sia realista solo la letteratura che parla del male, meglio se di un male circoscritto al sangue, alla guerra, alla violenza (e se invece serpeggiasse oggi un male più sottile e meno brutal-carnale: ad esempio l’ineducazione al bello, la volgarità, il conformismo appiattito di ogni nostro pensiero?). Pericoloso, anche: sarebbe come dire che solo chi fa la guerra o soffre la fame o patisce torture è in grado di fare lo scrittore? Aiuto! Ariosto, Salgari, Calvino: nessuno di loro è mai andato sulla Luna, né in Malesia, né ha vissuto dimezzato da un colpo di sciabola. Mirabili scrittori ugualmente, anche se dell’inesperienza?
Non voglio che la letteratura sia solo un modo di far politica: sarebbe troppo poco. Insomma, pavento la nascita di un neoimpegno. Nel qual caso, mi proporrei subito per un Club degli ippogrifi: molto appartato, forse un po’ esclusivo...

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Saviano sbagli, la letteratura è vita. Corriere della Sera 7 maggio 2007. Durante un intervento al Convegno milanese «Officina Italia», Roberto Saviano ha definito la letteratura (una certa letteratura: quella poco sana, diciamo «viziosa») «palestra di onanisti senza talento per la vita». «Onanisti» è un vecchio complimento: si sa bene che la letteratura ha molto del vizio solitario.
Quanto a «palestra», l’idea che scrivere sia un esercizio agonistico, sorta di arte marziale o di body building, è vecchia e diffusa. Già il villoso «macho» Hemingway dichiarava di aver messo al tappeto non ricordo se Flaubert o Stendhal. Sin qui, tutto normale e innocuo. A colpirmi è stata l’ultima, sprezzante clausola, sugli scrittori onanisti privi di «talento per la vita». Può scrivere una frase del genere solo un giovane pericolosamente convinto di possedere, insieme con molti altri, il dono bellissimo e tremendo della fortuna.
Come non pensare con commiserazione a individui (un Robert Walser, un Pessoa...
ma l’elenco sarebbe lungo) che di «talento per la vita» non possedevano nemmeno una briciola? Di fronte al mondo si presentavano favolosamente timidi e inermi. Nondimeno si trattava di grandi scrittori, anche se un po’ infelici, forse. La frase di Saviano mi è sembrata quasi uno schiaffo nei loro confronti. Se, quand’ero giovane, qualcuno mi avesse offerto di diventare Walser o Pessoa, ci avrei pensato su. Meglio Casanova o Vivant Denon, probabilmente.
Persino Hemingway il suicida. Ma le ragioni della mia scelta sarebbero state extraletterarie. Caro Saviano, non ceda alla tentazione di trasformare la sua bella fame di vita, di autoaffermazione, di potenza, in un criterio di valutazione letteraria.
Giovanni Mariotti